L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

Romanzo criminale

Romanzo criminale

mame cinema ROMANZO CRIMINALE - STASERA IN TV scena
Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

Un’altra vita

Terzo film di Carlo Mazzacurati, dopo
Notte italiana
dell’87 e
Il prete bello
dell’89. A Roma, il dentista Saverio cura d’urgenza Alia, una bella immigrata russa della quale s’innamora. Dopo una notte passata insieme, la ragazza sparisce improvvisamente. Partito alla disperata ricerca di Alia, il dentista fa la conoscenza di Mauro, l’ex amante della giovane. Film suggestivo, specialmente nelle sequenze notturne, e decisamente ben girato.
(andrea tagliacozzo)

Il muro di gomma

Rocco, giovane giornalista del
Corriere della Sera
indaga sul mistero del DC 9 esploso in volo nei pressi di Ustica. Ma scalfire il muro di silenzio sollevato dagli esperti militari e dai magistrati è un’ardua impresa che si protrae per più di dieci anni. Sceneggiato da Andrea Purgatori (giornalista che nella realtà ha indagato sul caso) con Stefano Rulli e Sandro Pretaglia, il film è indubbiamente ben interpretato e tecnicamente tutt’altro che disprezzabile, anche se il tono da pellicola impegnata e di denuncia, troppo scoperto e didascalico ne limita inevitabilmente la fluidità narrativa e il coinvolgimento dello spettatore. La voce del direttore del giornale, che si ascolta attraverso un altoparlante, appartiene al padre del regista, Dino Risi.
(andrea tagliacozzo)