Crimini e misfatti

A New York, s’intrecciano le vicende di Judah Rosentahal (Martin Landau) e Cliff Stern (Woody Allen): il primo, un oculista di grande fama, per sbarazzarsi dell’amante, divenuta ingombrante, non esita a ricorrere all’omicidio; il secondo, regista di poca fortuna, per sbarcare il lunario è costretto a realizzare un documentario sull’antipaticissimo cognato, produttore di ignobili film commerciali. Il dramma s’intreccia mirabilmente con la commedia in uno delle opera più amare e riuscite del regista newyorchese. Anche nell’episodio interpretato da Allen, sicuramente più leggero dell’altro, si respira un’aria di cupo pessimismo che non può lasciare indifferenti (il suicidio del filosofo ebreo scampato ai campi di sterminio, un chiaro riferimento a Primo Levi). Inspiegabile come Martin Landau, meritatamente candidato all’Oscar, non sia stato preso in considerazione dai membri dell’Academy per la vittoria finale. (andrea tagliacozzo)

Chi ha paura delle streghe

Ci voleva un regista barocco e perverso come Nicolas Roeg, discontinuo ma con un suo stile eccessivo e genialoide (
Il lenzuolo viola
,
Walkabout
,
A Venezia…un dicembre rosso shocking
), per fare un film «giusto» per grandi e piccini. Se gli adulti apprezzeranno i deliziosi effetti speciali artigianali della ditta di Jim Henson (quello dei Muppet), una nonnina simpatica come la vecchia attrice-regista svedese Mai Zetterling e una strega perfetta come Anjelica Huston, i ragazzini si godranno una fiaba «nera» come oggi raramente capita di vedere. Il film fa paura come un horror e traspone fedelmente la morale di un geniale e crudele scrittore per l’infanzia come Roald Dahl: diffidare del mondo degli adulti, infatti, è uno degli insegnamenti essenziali che ogni fiaba dovrebbe trasmettere.
(emiliano morreale)

Rischiose abitudini

Roy Dillon è un giovane che vive di piccole truffe. Sua madre lavora per conto di uno scommettitore, al quale, poco alla volta, sottrae ingenti somme di denaro. Anche la sua amante è invischiata in attività disoneste. Tra le due donne, che si contendono l’affetto del giovane, nasce un’accesa rivalità. Il film, prodotto da Martin Scorsese, conferma le ottime doti dell’inglese Stephen Frears, elegantissimo nella messa in scena ed efficace nel dirigere l’ottimo terzetto d’interpreti. La Huston (bravissima e diabolicamente affascinante) e la Benning (attuale moglie di Warren Beatty) ebbero entrambe una poco fortunata nomination all’Oscar. Sceneggiatura di Donald Westlake, da un romanzo di Jim Thompson.
(andrea tagliacozzo)

Misterioso omicidio a Manhattan

Leggero ma divertente giallo, con Allen e la Keaton nel ruolo di una coppia sposata che sospettano l’apparentemente innocuo vicino di casa di aver ucciso la moglie. Una sorta di ritorno ai primi, più divertenti film di Allen, non si tratta di un classico ma è decisamente piacevole, con le solite battute fulminanti e alcune situazioni esilaranti. La cosa migliore è la meravigliosa chimica fra Allen e la Keaton (che interpreta un ruolo originariamente pensato per Mia Farrow), che esprimono le loro rispettive nevrosi con agio intuitivo. Allen firma la sceneggiatura con Marshall Brickman, già collaboratore per Io e Annie e Manhattan.

La forca può attendere

Il figlio di un bandito scozzese, ossessionato dall’idea di ripetere le gesta del padre, si dà il furto e all’avventura. Decide di portare a termine un colpo fallito anni prima dal genitore, ma una ragazza, che lo ama da sempre, cerca di ricondurlo sulla retta via. Dall’autobiografia di David Haggart, una commedia divertente e scanzonata nel più tipico stile di John Huston.
(andrea tagliacozzo)

Delitto di polizia – Phoenix

Uno sbirro dell’Arizona con dipendenza dal gioco (Liotta), nei debiti fino al collo col suo allibratore, organizza un colpo con tre suoi compagni sbirri corrotti per derubare un pescecane di strozzino locale, ma naturalmente le cose si svolgono nella tipica maniera da B-movie. Questo neo-noir realizzato con stile vanta un cast superiore ma è affondato da personaggi riprovevoli e da uno script deprimente per quanto derivativo, post-moderno e tarantiniano. Ha debuttato sulla tv via cavo un anno prima dell’uscita nelle sale nel 1998. Panavision.

Nemici: una storia d’amore

La vicenda, tratta dal libro di Isaac Bashevis Singer, è ambientata nella New York dell’immediato dopoguerra. L’ebreo Herman ha sposato in seconde nozze una polacca che lo ha sottratto alle persecuzioni naziste. Sebbene affezionato alla consorte, Herman ha un’amante, Masha, sua correligionaria. A complicare le cose arriva Tamara, la prima moglie, che l’uomo credeva morta nei campi di sterminio. Tra le prove più complesse e ambiziose di Paul Mazursky, solitamente più a suo agio con la commedia. Anche se non privo di spunti ironici ed umoristici, il film è permeato di un’atmosfera inquietante, dovuta al tragico vissuto dei protagonisti che, come la moglie di Herman, torna puntualmente a riaffiorare. Formidabile il trio d’interpreti (la Olin e la Huston vennero entrambe candidate all’Oscar).
(andrea tagliacozzo)

La famiglia Addams

Si sa: il cinema americano degli ultimi anni si nutre dell’indistinzione tra modelli di spettacolo e principi di realtà, dei passaggi di stato da un medium all’altro, del transito dal fumetto al cinema, dalla televisione al cinema ecc. ecc. (da
Dick Tracy
a
Casper
, fino ad arrivare all’esempio più riuscito, quello di
Batman
). Di fronte a un materiale di partenza come quello della
Famiglia Addams
– la serie televisiva con protagonisti le cui fattezze umane ricordano sempre più quelle dei personaggi dei cartoni animati – Hollywood non poteva quindi tirarsi indietro. Se ammettiamo che la riuscita del film è direttamente proporzionale alla resa su pellicola della indistinzione di cui sopra, si può senz’altro dire che l’operazione di Sonnenfeld ha colto nel segno. Se non altro per la capacità degli attori nell’aderire a queste strane maschere (non solo la Morticia di Angelica Huston; ma soprattutto la Mercoledì di Christina Ricci, qui al suo esordio). Peccato solo che la storia in sé lasci un po’ a desiderare. Ma con quello che passa la tv di questi tempi, è un film da vedere comunque.
(michele fadda)

I Tenenbaum

I Tenenbaum

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Una scena del film

Anni ’70, New York. I Tenenbaum sono una famiglia composta dall’avvocato Royal (Gene Hackman), da sua moglie Etheline (Anjelica Huston) e dai loro tre figli, Chas (Ben Stiller), Richie (Luke Wilson) e Margot (Gwyneth Paltrow). I ragazzi si rivelano tutti e tre bambini prodigio, ma crescendo il loro talento svanisce. I genitori, inoltre, si separano a causa delle continue scappatelle di Royal. Resosi conto dello sfacelo della propria famiglia, Royal decide quindi di fingere di essere gravemente ammalato, nel disperato tentativo di rimettere le cose apposto.

Ma i Tenenbaum non possono riconciliarsi tra loro così facilmente. C’è qualche segreto, infatti, che alcuni di loro nascondono. In più, riuscirà Royal a tornare insieme alla moglie e ai figli o la sua bugia verrà clamorosamente scoperta?

Curiosità

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I piccoli Tenenbaum
  • L’attore Luke Wilson è il fratello del più noto Owen Wilson, il quale ha curato il soggetto e la sceneggiatura del film insieme a Wes Anderson.
  • La scena della disastrosa partita di tennis di Richie pare sia stata l’ispirazione per il video di Hello del DJ Martin Solveig.
  • Il film si presenta come un compendio di psicanalisi familiare. Infatti, la figura di Royal è lo stereotipo del padre assente e la figura di Etheline corrisponde a quella di una madre troppo debole per prendere decisioni risolutive. Di conseguenza, i bambini che vivono in un contesto familiare di questo tipo non hanno modelli da seguire.
  • Il regista, nella caratterizzazione dei personaggi, ha ammesso di essersi ispirato ai protagonisti della striscia a fumetti Peanuts. Anche il cagnolino di Ben Stiller, un beagle di nome Buckley, è un omaggio al cane Snoopy; altri sostengono sia un omaggio al cantante Jeff Buckley.
  • Il regista e sceneggiatore Gabriele Salvatores ama molto I Tenenbaum, tanto da trarne riferimenti nel suo Happy Family.
  • Lo scrittore John Green cita il film nel suo romanzo An Abundance of Katherines.
  • Il personaggio interpretato da Danny Glover è ispirato, nelle fattezze, al segretario dell’ONU Kofi Annan. L’idea venne al regista dopo che Glover glielo presentò a un ricevimento.
  • Margot fuma per tutto il film sigarette Sweet Afton, in commercio solo in Irlanda.

Debito di sangue

Un “profiler” dell’Fbi, costretto ad andare in pensione dopo aver subito un trapianto di cuore, si prende carico di un caso di assassinio per aiutare la sorella della donna che gli ha donato il prezioso organo. Pellicola che calza a pennello a Eastwood, mai visto tanto a suo agio: peccato solo che il finale piuttosto scialbo non sia all’altezza dello svolgimento. Strano, perché quello del romanzo di Michael Connelly da cui il film è tratto era ben più soddisfacente e originale. Panavision.

Giardini di pietra

Storia ben recitata, ambientata fra le milizie territoriali stanziate presso il National Cemetery di Airlington durante la fase acuta della guerra del Vietnam e incentrata sulla figura di un giovane soldato deciso a partire per il fronte. Il film è tenuto in piedi da grandi intepretazioni, ma sul finale i dialoghi, e l’ispirazione stessa, diventano affettati. Non aiuta la musica funerea di Carmine Coppola. Jones ruba la scena con un personaggio dal cuore tenero. I veri genitori della giovane Mary Stuart, Peter Masterson and Carlin Glynn, interpretano lo stesso ruolo sul grande schermo.

L’onore dei Prizzi

Il boss mafioso Corrado Prizzi vuole far sposare sua nipote Maerose al killer Charley Partanna, ma questi s’innamora della bella Irene Walker. Durante una «lavoretto», Charley scopre che la ragazza, che fa il suo stesso mestiere, ha sottratto ai Prizzi un milione di dollari. A settantanove anni, il già malato John Huston (morirà nel 1987) dirige un gangster movie ironico e pungente con la freschezza di un esordiente di grande talento. Una delle prove migliori della sua carriera. Oscar 1985 alla bravissima Anjelica Huston (figlia del regista) come migliore attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Caccia spietata

La guerra civile americana è ormai giunta al suo termine, ma il Colonnello Colonel Morsman Carver (Liam Neeson) ha un’ultima missione del tutto personale da compiere: scovare e uccidere Gideon (Pierce Brosnan), un ufficiale nordista del quale si vuole vendicare.

The Dead – Gente di Dublino

L’ultimo film di John Huston, scomparso il 28 agosto 1987. Come ogni anno, le signorine Morgan danno una festa riservata ad amici e parenti. Tra questi ci sono anche Gabriel e sua moglie Gretta. La donna, dapprima serena, cambia rapidamente umore durante la serata, quando una canzone risveglia in lei un ricordo che credeva sopito. Dal racconto di James Joyce, una delicata riflessione sul tema della morte, nonché uno dei migliori lavori del regista, nonostante sia stato diretto in precarie condizioni di salute. Semplice nello stile, ma incredibilmente profondo nei contenuti.
(andrea tagliacozzo)

The Golden Bowl

Ivory, Ivory, Ivory… repetita iuvant? Non sempre. O almeno non per l’ultima fatica del regista americano naturalizzato inglese, che subito dopo La figlia di un soldato non piange mai – e per l’ennesima volta – porta sullo schermo l’ossessione delle sue origini: il rapporto tra raffinatezza europea e pragmatismo americano, tra scaltrezza dei primi e innocenza dei secondi. Il film racconta l’intricata storia di due matrimoni intrecciati tra loro in maniera complessa e quasi incestuosa, il primo dei quali «animato» dalla figura enigmatica di Adam Verve, miliardario americano, raffinato mecenate che cerca di costruire un museo in una qualunque American City. Film di maniera, stilisticamente perfetto, formalmente ineccepibile, interpretato divinamente: ma senza vita, morto (appunto) come un pezzo da museo. E tutto il meglio viene dal romanzo dell’intramontabile Henry James da cui è tratto. (dario zonta)