Sette volte donna

Opera decisamente minore di Vittorio De Sica che firma sette episodi intitolati ad altrettante figure femminili (Paulette, Maria Teresa, Linda, Simona, Eve, Marie e Jeanne) interpretati dall’istrionica Shirley MacLaine. Quest’ultima si dà un gran da fare, ma non riesce a risollevare le sorti del film, minato all’origine dall’insipienza del soggetto e della sceneggiatura, scritti da Cesare Zavattini. (andrea tagliacozzo)

Guerra e pace

Il complicato romanzo di Tolstoj perde molta della sua forza, diventando prolisso e troppo semplificato. Il cast di tutte stelle e le spettacolari scene di battaglia (dirette da Mario Soldati) non possono compensare una sceneggiatura rozza (alla quale hanno contribuito sei autori tra i quali anche il regista Vidor) e alcuni marchiani errori di casting. Rifatto con molto più successo nel 1968. VistaVision.

I clowns

A partire da un flashback infantile (l’arrivo del circo nella Rimini di Federico bambino), il film diventa una inchiesta che il regista, interpretato dallo stesso Fellini, tenta di condurre sui superstiti del mondo del circo. La logica antinarrativa de
La dolce vita
è ormai diventata la struttura del cinema di Fellini: qui il regista riprende la finta inchiesta del blocknotes di un regista con più consapevolezza, assumendola come un vero e proprio «genere». Il gioco del cinema nel cinema è già oltre la maniera, dentro l’incubo. Un lungo funerale che è anche un cartone di Roma e di
Amarcord
, ma in una chiave ancora più atroce e cupa (la prima mezz’ora è strabiliante, con una descrizione della provincia italiana tra le più cattiva che si siano mai viste). L’inchiesta, tutta di fantasmi e come impossibilitata a uscire dal cerchio del circo/cinema, con Fellini re dei clown, ha una libertà sovrana, ma come sempre funeralesca.
(emiliano morreale)

La dolce vita

Marcello è un giornalista che girovaga per Roma, alla ricerca di scoop. Incontra un’attrice straniera, assiste a un’orgia e a un suicidio, aspetta l’alba in compagnia di una purissima fanciulla e di un pesce misterioso.

Già all’epoca tra i maggiori registi della sua generazione, Fellini esplode con uno dei suoi capolavori. Una delle opere fondamentali della storia del cinema del dopoguerra, un esempio irripetibile di rispecchiamento e trasfigurazione del proprio tempo in immagini.
La dolce vita
restituisce in modo perfetto il boom, l’Italia, ma è anche lontanissimo da ciò che racconta: è insieme «paparazzo», cronaca e incubo. Per comporre il suo affresco – di un fantascientifico biancore, di una luttuosità horror – Fellini ripercorre le «arti minori» del secolo. I suoi film, a partire da questo, avranno tutti la struttura del funerale ma anche della ricapitolazione: saranno nello stesso tempo radiofonici (Fellini reinventa il proprio cinema al montaggio), fumettistici (il suo
Cinemascope
è la versione cinematografica dei fumetti di Yellow Kid di Jacovitti), circensi…
(emiliano morreale)

Il divorzio

Dopo quindici tumultuosi anni di matrimonio, Leonardo, architetto di mezza età, decide di separarsi dalla moglie e si rituffa nella vita da scapolo con l’entusiasmo di un ventenne. Ma una serie di insignificanti e squallide avventure finiscono per stancarlo in breve tempo. Una commedia priva di qualsiasi originalità, indegna di un attore del calibro di Vittorio Gassman. Le musiche del film sono composte da Fred Bongusto.
(andrea tagliacozzo)

La volpe, il lupo e l’oca selvaggia

La protagonista del film, Lavinia Kean, è una specie di James Bond in gonnella. Dopo aver fatto arrestare in Italia il criminale Eddie Bronzi, la nostra eroina riceve l’incarico di indagare sulle presunte attività criminali di un ex pugile. Le idee originali latitano, tutto sa di già visto, ma il film, originariamente pensato per il piccolo schermo, è tutto sommato dignitoso. Lo sceneggiatore Richard Maibaum è un veterano della serie 007.
(andrea tagliacozzo)

I quattro del Texas

Sinatra e Martin in un bislacco divertissement ambientato nel vecchio west, con i loro giochetti superati solo dal losco banchiere Buono. La Ekberg e la Andress sono notevoli attrazioni.

Aldrich si prende una vacanza con questa commedia western. Peccato che non funzioni niente: la vicenda è noiosa, il ritmo inesistente, l’ironia pure. La Ekberg cambia molti abiti e la Andress sventola le gambe: pare che al regista non interessi altro. TRa i più brutti film del regista, giustamento finito nel dimenticatoio.