24 Hour Party People

Pellicola brillante, intensa, divertente ed evocativa sulla scena punk rock inglese di Manchester nei primi anni Settanta, e su uno dei suoi antesignani, che si racconta in maniera disarmante con sguardo in macchina (anche commentando il film stesso). Divertente anche se non si conosce molto del tema. Energico Coogan nel ruolo protagonista.

Shiner – Diamante

Billy Simpson è un organizzatore di incontri di pugilato, la maggior parte dei quali illegali e non autorizzati. Ha sempre vissuto ai margini del mondo della boxe britannica, guardato con sospetto dai suoi colleghi più rispettabili e circondato da guardie del corpo incaricate di proteggerlo dai molti che gli vogliono male. La sua grande occasione sta comunque per arrivare: il figlio, pugile giovanissimo ma talentuoso, sta per combattere il match più importante della sua finora breve carriera. Billy, che sul suo Wonder Boy ha scommesso un’ingente cifra, è anche l’organizzatore della serata. Il ragazzo però non si dimostra all’altezza dell’avversario e finisce ben presto al tappeto. Il sogno di Billy svanisce, mentre attorno a lui prende vita una tragedia che coinvolgerà amici, nemici e familiari dell’uomo.
Trentuno anni dopo Carter, il sessantasettenne Michael Caine torna nel mondo della malavita con un personaggio a tutto tondo nella cui storia alcuni critici britannici hanno letto una rivisitazione in chiave moderna, e decisamente poco regale, della vicende di Re Lear. Duro, sboccato e molto poco diplomatico, Billy Simpson vuole riprendersi in una sola notte tutto ciò che la vita gli ha sinora negato: successo, denaro, potere e la stima incondizionata dei suoi avversari. Caine giganteggia per tutta la durata della pellicola, girata in una Londra assai poco affascinante in cui si trova a meraviglia anche perché, ha raccontato, se la vita fosse stata meno generosa, lui stesso sarebbe potuto diventare un gangster. «Alcuni personaggi del film – ha spiegato – erano miei vicini di casa e il mio personaggio è un gangster di mia conoscenza». Il regista John Irvin (Hamburger Hill, Robin Hood – La leggenda) rinuncia a rendere attraenti la violenza e la crudeltà di un uomo privo di scrupoli, spingendo piuttosto lo spettatore alla compassione nei confronti di un personaggio che non esita a puntare la pistola al ventre della moglie incinta di un guardaspalle da cui pensa di essere stato tradito, salvo poi scusarsi con la donna una volta capito di aver indirizzato male i suoi sospetti.
Ritmo, colpi di scena e poche, ma efficaci, battute di spirito sono i pregi principali di un film cui nemmeno un finale piuttosto debole impedisce di raggiungere un’ampia sufficienza. Buona la sceneggiatura dell’esordiente Scott Cherry e menzione speciale, fra i coprotagonisti, per Frank Harper, già visto in Nel nome del padre e Lock and Stock e qui alle prese con il personaggio di un pugile fallito legato al suo datore di lavoro più dei suoi stessi familiari. (maurizio zoja)

The Prestige

Influenzata da esotismi coloniali e stimolata dai nuovi ritrovati della tecnica, nella Londra che sta per salutare il XIX e gettarsi nel XX secolo, due prestigiatori e illusionisti si contendono i favori del pubblico. Robert Angier (Hugh Jackman) e Alfred Borden (Christian Bale) si conoscono fin dall’infanzia, quando entrambi scoprirono la passione per la magia. Col passare degli anni, tuttavia, quella che sembrava un innocente passatempo si è trasformato in un’aspra rivalità, diretta a primeggiare nei favori degli spettatori. Robert e Alfred fanno continuamente a gara per inventare il trucco più stupefacente, non esitando nel mettere a repentaglio la vita propria e altrui. Fanno parte del cast anche Michael Caine, Scarlett Johansson e il divo del pop Dav

L’alba del pianeta delle scimmie

Durante degli audaci esperimenti legati alla ricerca sull’Alzheimer, un giovane scienziato di San Francisco, conduce le operazioni su un giovane esemplare di scimmia, Cesar, che piano piano, sviluppa delle sorprendenti capacità intellettive, tanto da renderlo così sveglio da capitanare la rivolta delle scimmie contro gli uomini. Lo scontro fra le due razze sarà durissimo ed il giovane scienziato si troverà in una scomoda posizione…

King Kong

Carl Denham (Jack Black), regista visionario e personalità ruspante, salpa con troupe al seguito, per l’isola del Teschio, luogo misterioso e di dubbia esistenza. È ossessionato dall’idea di girarvi un documentario. Con lui si trovano anche lo sceneggiatore John Driscoll (Adrien Brody) e la bella attrice Ann Darrow (Naomi Watts). Quest’ultima, una volta giunti sull’isola viene rapita dagli indigeni e offerta in voto a re Kong, un gigantesco gorilla di otto metri, che la porta via e se ne invaghisce. Durante la loro convivenza forzata, Kong la difende da alcuni mostri preistorici e la bella attrice impara a conoscere che il mostro non è tale. Così, quando l’equipaggio riesce a stordire lo scimmione per portarlo a New York come attrazione pubblica, Ann cercherà inutilmente di opporsi. Durante l’esposizione Kong spezza le catene e fugge dal teatro seminando il panico a Manhattan. Si rifugerà sopra l’Empire State Building: lì avverrà la battaglia conclusiva contro gli aeroplani da combattimento inviati ad abbatterlo. Remake a distanza di oltre settant’anni dall’originale di Cooper e Schoedsack, che ha fatto la storia del cinema. Lo sforzo produttivo è imponente, come si conviene per una pellicola del maestro dei kolossal contemporanei, Peter Jackson, autore della trilogia de Il Signore degli Anelli. È il sesto film più costoso della storia del cinema, soldi spesi in prevalenza per l’animazione digitale: la ricostruzione della New York anni Trenta e dei vari mostri disseminati nel film è impressionante. Dietro le movenze dello scimmione si celano il corpo e il volto dell’attore Andy Serkis, che evidenzia del bestione il lato selvaggio e quello umano attraverso la tecnica del motion capture. 

Durante le tre ore del film si alternano molti dei generi antichi e attuali che hanno fatto la fortuna di Hollywood: la commedia brillante all’inizio, sequenze d’azione e di tensione come ossatura del film e diverse scene drammatiche a impreziosire la pellicola, soprattutto verso il finale. Così la dilatazione della durata a quasi il doppio rispetto all’originale del 1933 è giustificata e l’attenzione non cala quasi mai. L’intero film, trattandosi di un remake di una pellicola così nota, assomiglia decisamente a un imponente esercizio di stile. Ma che stile! Vi si ritrova tutto il potenziale immaginifico della Hollywood classica, mescolato con l’epica visiva di quella contemporanea. Hollywood non è morta perché, al di là delle tradizionali e comprensibili critiche che le si muovono, è in grado a distanza di settant’anni di realizzare film come questo, che svelano l’uniformità storica dello spirito di quest’industria. A Hollywood hanno sempre saputo come fare cinema d’intrattenimento. Si può discuterne finché si vuole, ma la competenza industriale degli studios californiani – più che la loro sensibilità artistica – è perfettamente intatta.
Un applauso va agli attori, che recitano bene e in condizioni non facili: quasi mai si trovano davanti la realtà che sarà poi rappresentata sullo schermo: King Kong è Serkis con dei sensori addosso; il mare la foresta, la New York anni Trenta sono dei teatri di posa o addirittura spazi vuoti in attesa della realizzazione digitale. Ma l’applauso più grande torna indietro all’originale del 1933: è merito di quel soggetto se ancora oggi possiamo vedere concentrati tanti grandi temi dell’immaginario contemporaneo nel remake di Jackson. Lo scontro fra natura e civiltà, l’amore (e l’erotismo!) impossibili, la riflessione sulla macchina schiacciatutto dello spettacolo.
Tanti ingredienti dosati bene. Un film che va visto, anche solo per parlarne, a meno che non si sia gravemente insofferenti verso Hollywood. In questo caso è meglio rivolgersi alle cineteche d’essai, dove si respira un’altra aria. Ma la fusione fra uno dei grandi classici di sempre e l’occhio di uno dei grandi registi della visionarietà contemporanea frequenta la mitologia del cinema. Almeno di quello prodotto in catena di montaggio. (stefano plateo)

30 anni in un secondo

Quanti, fra i trentenni di oggi, non hanno visto, sul finire degli anni Ottanta, film come Da grande, col nostro Pozzetto, o Big, con Tom Hanks? Eravamo in pieno yuppismo applicato ai desideri dei bambini (che volevano bruciare le tappe della crescita per poi trovarsi a risolvere l’immaturità degli adulti), il tutto condito col mito-ossessione tipicamente americano della seconda opportunità, della scelta giusta dopo aver compreso i propri errori. Il meccanismo narrativo e la morale annessa (solo un cuore intatto può sanare gli errori dei grandi) erano quindi collaudati ampiamente, ma l’operazione di recupero di sceneggiatori e produttori (gli stessi di What women want o di Perfetti innamorati) s’impreziosisce in questo caso del valore aggiunto della nostalgia. Chi non ricorda le feste dei 13 anni con le musiche di Madonna o Michael Jackson, il makeup «pesante», e il solito cliché d’importazione dei belli e le belle della scuola, irraggiungibili, e spietati con gli sfigati? Ingenui o scorretti che li si possa giudicare oggi, ci siam cresciuti e il film stimola furbamente questa zona erogena della nostra memoria adolescenziale.
Eccoci dunque nei panni della tredicenne Jenna Rink (Jennifer Garner), nel 1987, in piena crisi puberale: si fa usare dal sestetto di compagne bellocce e sbruffone, stravede per il fustone biondo della scuola e ignora il migliore amico e vicino di casa, Matt (Mark Ruffalo), «tricheco» con la passione della fotografia e un debole per lei. Dopo l’umiliazione cocente alla sua festa di compleanno, prega con rabbia di diventare grande («vincente e seducente», come recitava l’articolo sulle trentenni della rivista Poise)… E l’indomani eccola svegliarsi splendida trentenne, scoprirsi caporedattrice guardacaso di Poise, famosa, ricca e vincente. Solo che è la Jenna di 17 anni prima, fresca e ingenua, e per cavarsela in un mondo di squali che la spaventa chi può cercare se non il suo vecchio amico Matt? Purtroppo con lui, diventato nel frattempo un fotografo squattrinato e rimasto coerente con la sua natura, ha rotto ogni rapporto da quella sfortunata festa, in più scopre che sta per convolare a nozze. Non le resta che mettere le cose a posto e guadagnarsi la sua seconda opportunità. Il finale è dei più leziosi che si possano immaginare (almeno Pozzetto e Tom Hanks tornavano bambini per godersi con più saggezza la loro età, mentre qui si salta di nuovo all’età adulta per concretizzare la scelta giusta) ma che volete, generazione che vai finale che trovi…
Comunque, buono il ritmo, retto da un’azzeccata colonna sonora, Mark Ruffalo ha il physique du rôle perfetto per incarnare il trentenne dolce e corretto in un mondo di arrivisti insoddisfatti (ma lo direste mai che era il poliziotto sexy di In the cut ?) e la Garner rivela una mimica deliziosa nel rendere le espressioni di una tredicenne sul volto di una trentenne. Grazioso, ma con una riserva: tolto l’effetto nostalgia, i non trentenni sapranno apprezzarlo?
(salvatore vitellino)