Maverick

Aggiornamento svogliato della serie televisiva degli anni Sessanta ricordata con affetto che si avvalle fortemente del fascino individuale per portare avanti una storia che si trascina troppo lenta e troppo a lungo. Gibson è divertente nei panni dell’abile baro delle carte a caccia di piatti ricchi a poker e il cast è pieno di facce familiari dal mondo dei western televisivi d’annata e della musica country contemporanea. Cercate un paio di cammei delle star dei film precedenti del regista Donner. Garner, che recitò nella vecchia serie tv, qui fa un maresciallo. Sceneggiatura di William Goldman. Panavision.

La Pantera Rosa 2

Quando dei leggendari tesori vengono rubati nel mondo, tra cui l’inestimabile diamante della Pantera Rosa, il Capo Ispettore Dreyfus (John Cleese) è costretto ad assegnare Clouseau (Steve Martin) a una squadra di detective ed esperti internazionali incaricati di catturare il ladro e ritrovare gli oggetti rubati.

Prick Up, l’importanza di essere Joe

Biografia del commediografo inglese Joe Orton. Negli anni Sessanta, il giovane Joe, grazie ad alcune commedie dai toni trasgressivi, si fa un nome nell’ambiente teatrale londinese. Ma non è tutta farina del suo sacco. Lo aiuta il suo amante, il più anziano Kenneth, con il quale convive da diversi anni. Una buona regia di Stephen Frears, elegante e incisiva, anche se il ritratto di Orton (e dell’epoca) è tutt’altro che esauriente. Degne di nota anche le prove di Gary Oldman (reduce da
Sid e Nancy
) e Alfred Molina.
(andrea tagliacozzo)

Identità

Durante una notte buia e tempestosa un motel semiabbandonato fa il pieno di clienti. Le strade allagate e la scarsa visibilità obbligano gli automobilisti a interrompere i loro viaggi e il gestore riesce a incassare qualche soldo grazie alla presenza di una tranquilla famigliola, di un’ex diva con il suo autista, di una prostituta in fuga verso una nuova vita, di due novelli sposini e di un poliziotto che sta trasferendo un detenuto. Solo uno di loro vedrà la luce del sole.

Già regista di
Dolly’s Restaurant, Cop Land, Kate & Leopold
e del sopravvalutato
Ragazze interrotte,
James Mangold confeziona un thriller psicologico senza cali di tensione, basandosi su una sceneggiatura che ha nel finale il suo principale punto debole. Un difetto non da poco che tuttavia non riesce a rovinare del tutto un film che cita a piene mani i classici del genere, dai
Dieci piccoli indiani
di Agatha Christie (portati sullo schermo da René Clair nel 1945) a
Psycho
di Alfred Hitchcock (e non solo per l’ambientazione in un motel). Mentre si domanderanno chi è l’assassino, i cinefili si divertiranno un mondo a scovare le altre citazioni, spalmate dallo sceneggiatore Michael Cooney lungo tutta la pellicola. John Cusack convince in una parte drammatica dopo aver divertito in
Alta fedeltà
ma la rivelazione è la bellissima Amanda Peet, prostituta sognatrice dal buon cuore e dal turbolento passato. Ray Liotta se la cava nei panni di un poliziotto a dir poco stereotipato, mentre Rebecca De Mornay si concede una fugace apparizione nei panni di un’attrice dimenticata dal pubblico (una parte non molto diversa da quella che, suo malgrado, interpreta anche nella vita reale). Impossibile dire di più senza rovinare allo spettatore le sorprese disseminate ovunque dal regista. Ha detto bene la produttrice Cathy Konrad: «in questo film i personaggi sono la trama». Peccato per quel finale.
(maurizio zoja)

Dead Man

Un contadino, nell’Ottocento, va a cercare lavoro in un paese di frontiera. Quando però viene cacciato, uccide il figlio del datore di lavoro e scappa nella foresta… Di certo il miglior film di Jarmusch, probabilmente uno degli esiti più alti degli anni Novanta. Come molti di questo decennio, un film che canta la fine: ma una fine non più malinconica e nostalgica, ribelle o violenta, come era stata in Coppola, Hill o Peckinpah. Qui siamo dopo la morte di Hollywood, e non importa neanche più il western. Il tempo è quello della fantascienza, la lentezza sembra quella di 2001 (il lavoro sullo spazio-tempo di Dead Man è uno dei più estremi della storia del cinema statunitense). Oltre la frontiera e il gotico americano, oltre Melville e oltre America di Kafka, dalle parti forse di Gordon Pym, il commesso viaggiatore Johnny Depp ci guida per mano verso la morte dell’Occidente e non solo dell’America. Sacerdoti di questa fine sono gli spettri dei nativi, perché nemmeno nella natura c’è speranza, mentre tutti muoiono uccidendosi tra loro come nel finale di Fratelli , altro coevo film epocale. Perfetto Johnny Depp, splendide le musiche di Neil Young, essenziale il bianco e nero di Robby Müller. Un capolavoro nichilista. (emiliano morreale)

Chocolat

Vianne e sua figlia Anouk giungono in un piccolo villaggio francese in un giorno di vento e in concomitanza della Quaresima. La donna, figlia di una gitana, intende inaugurare una cioccolateria ma il conte Reynaud, sindaco del paese, integralista e intollerante, col cuore a pezzi per la fuga della moglie a Venezia, le dichiara guerra a causa della sua presunta immoralità. Vianne riesce però a conquistare il cuore dell’anziana Armande, a salvare Josephine Muscat dalle botte del marito alcolizzato e a far accettare gli amici nomadi dell’aitante Roux alla bigotta popolazione. E tutto ciò in nome della bontà del cacao. Non potremmo mai cedere all’idiozia dei nostri tempi e dichiarare ritirata al punto da farci salutare con entusiasmo – o almeno benevolenza – un ipocrita apologo anti-intolleranza come questo firmato da Hallström sotto la micidiale guida dei temibili Weinstein. Le gitane sono sempre belle e sensuali come la Binoche e distribuiscono cioccolatini a spron battuto, i cattivi non sono mai completamente cattivi (nemmeno l’odioso Reynaud), i preti alla fine non sono idioti come sembrano e tutto si ricompone all’interno dei peggiori stereotipi dell’Europa da cartolina tanto cara alla Miramax (per tacere degli inviti a boicottare l’immoralità, stampati in inglese nel cuore di un paesino francese…). Indigesto oltre ogni dire, girato con uno stile pompieristico così volutamente da Oscar da far infuriare anche la più candida delle anime candide, rubando sfacciatamente a un film mediocre come
Il pranzo di Babette
, indulgendo in maniera criminale in un’oleografia sentimentale tanto stucchevole quanto reazionaria, Hallström riesce persino a farci dimenticare di aver realizzato – due secoli fa – una pellicola come
Buon compleanno Mister Grape
. Certo, si rivede con piacere Victoire Thivisol (la Ponette dell’omonimo film di Jacques Doillon), ma ovviamente non basta. Che cosa penserà la gente che produce simili schifezze?
(giona a. nazzaro)

Frida

Nel 1925 Frida Khalo, a 18 anni, rimane vittima di un incidente stradale e le ferite che riporterà le cambieranno drasticamente la vita. Questo film, prodotto dalla stessa Salma Hayek, messicana come la pittrice scomparsa nel 1954, è la storia della vita di una donna forte, compagna del grande pittore messicano Diego Rivera e amante di Leon Trotsky. Dei suoi eccessi femministi, della sua bisessualità, della sua sofferenza fisica e della sua arte. Un personaggio scoperto dal grande pubblico solo negli ultimi anni, ma che ha influenzato la prima metà del secolo. Soprattutto in America Latina. Il film è tratto liberamente dall’omonimo libro di Hayden Herrera, pubblicato in Italia da La Tartaruga Edizioni. Un film biografico, con qualche visione surreale della regista Julie Taymor, che ha voluto interpretare a suo modo il pensiero della Kahlo: immagini oniriche, pittura che si confonde con la realtà, drammi vissuti in ambienti senza concezioni spazio-temporali. Un tocco registico azzardato, ma coraggioso e originale. Buono il cast, al completo, e ottimo il lavoro delle scenografie e dei costumi. Da vedere, se non altro per conoscere meglio Frida Kahlo e per apprezzare una convincente Salma Hayek.
(andrea amato)

As You Like It

Kenneth Branagh con questo Come vi piace è alla sua quinta regìa shakespeariana, dopo Pene d’amore perdute, Amleto, Enrico V e Molto rumore per nulla. Stavolta il regista ha deciso di ambientare il suo film nel Giappone della fine del secolo XIX, motivando la scelta anche con precise ragioni storiche. A suo dire, nel Giappone fine Ottocento esistevano enclave di stranieri, che, per motivi commerciali e industriali, avevano creato piccoli feudi intorno a dei treaty ports, ovvero porti con moli per il carico di merci come seta, riso e simili. Questi europei, commercianti ma anche avventurieri, avevano finito col riproporre una sorta di vita di corte occidentale, anche se influenzata dalla cultura locale.
Confesso la mia ignoranza storica in materia, ma riferisco anche per cercare di togliere quell’impressione di estraniamento e di pastiche postmodernista che il film mi ha dato. Che, comunque rimane, nonostante questa premessa storicizzante, per nulla convincente dal punto di vista artistico. As You Like It è una delle pièce di Shakespeare più difficili da trasporre in altre ambientazioni storiche, legata com’è a quel genere pastorale-idilliaco, tipico del contesto culturale dell’epoca, in cui rappresentava per altro un genere in esaurimento.
Ora, è vero che il genio di Shakespeare è capace, all’interno di una forma letteraria, di operare qualsiasi stravolgimento, ma quel che riesce al bardo nazionale non sempre si confà all’inventiva un po’ frettolosa e pasticciona di Branagh come regista (vedi anche Molto rumore per nulla). La sua giustificazione storicizzante sa di bizzarra trovata, di elegante formalismo esotico più vicino a Mikado (Gilbert&Sullivan) che non al teatro elisabettiano. As You Like It shakespeariano è un ibrido drammaturgico tra i più complessi da mettere in scena. Nasce come cupo dramma di potere, duplice come è duplice in altre opere di Shakespeare (si pensi al King Lear): due duchi, quello cattivo ha spodestato il buono, che si è rifugiato nella foresta di Arden con i figli e un manipolo di fedeli; due fratelli, il maggiore odia il minore perché ha tutte le qualità che a lui mancano e cerca di ucciderlo; quindi anche costui si rifugia nella foresta; dove infine si ritrovano tutti, comprese le due ragazze, Rosalinda e Celia, cugine, figlie rispettivamente del duca buono e di quello cattivo.
Ben presto però la pièce, abbandona i toni tragico-conflittuali e cede alla convenzionalità pastorale: sono convenzionali come devono essere gli incontri d’amore, meno convenzionali invece la magia della foresta e l’incanto della natura, il suo peso sul dominio degli uomini; incanto sempre ambiguo e sfuggente come sottolineano acutamente in contraltare i fowls rituali, Touchstone (in traduzione: Paragone) e il melanconico Jacques (forse portavoce dell’autore). Questa seconda parte, quella della foresta, con la sua atmosfera, gli equivoci, gli incontri e i canti è indubbiamente la più bella. E anche nel film è quella che più convince, con una fantastica chiusa in chiave di musical: una danza campestre postmatrimoniale che coinvolge tutti gli attori e che la musica felicissima di Patrick Doyle (qui anche in veste attoriale come Amiens) restituisce con grande efficacia.
L’epilogo, poi, di Rosalinda (Bryce Dallas Howard) ci riporta, giustamente (“tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori” afferma Jacques, nel celebre brano delle sette età dell’uomo) nella finzione scoperta, e cioè nel set della lavorazione, tra le roulotte degli attori e i macchinari scenici.
Insomma: se il pasticcio multietnico (i nobili fratelli sono neri) e postmodernista (quei soldati giapponesi ricordano Guerre stellari) rimane un garbuglio poco probabile, la voce di Shakespeare, la bravura degli interpreti (tra cui va ricordato Brian Blessed nel doppio ruolo dei duchi, David Oyelowo come Orlando e uno straordinario Kevin Kline nella figura-perno di Jacques) e l’abilità furba di Branagh salvano lo spettacolo. (piero gelli)

L’imbroglio – The Hoax

Clifford Irving, uno scrittore sempre sulla soglia del successo (Richard Gere), viene nuovamente respinto dalla sua casa editrice proprio quando il suo ultimo manoscritto sembrava promettergli fama e denaro. L’orgoglio, i debiti, una moglie da riconquistare, l’amicizia di lunga data con il suo aiutante (Alfred Molina) e la voglia di dimostrare anche a se stesso il proprio talento lo spingono ad architettare una truffa ai danni della McGraw-Hill, facendo credere ai boss della casa editrice che egli conosce personalmente il magnate Howard Hughes, e che ne scriverà la biografia. Per farlo non esiterà a falsificare vari documenti e addirittura la calligrafia del misterioso personaggio che nessuno ha mai l’onore di incontrare perché vive praticamente recluso, e per questo non interviene per smentire quanto si dice su di lui. Tratto da un episodio realmente accaduto che causò un notevole scandalo in un’America pre-Watergate, ancora immune dal disincanto cui giungerà presidente dopo presidente.

Ladyhawke

Nel Duecento, in un borgo francese, un malvagio vescovo per gelosia ha trasformato due innamorati in animali: lui diventa un lupo di notte, quando lei è una bella fanciulla; lei è un falco di giorno, quando lui è un prode cavaliere. Probabilmente il miglior lavoro di un cineasta discontinuo e spesso impersonale come Richard Donner (Arma letale ). Merito soprattutto dell’ottima sceneggiatura di Edward Khmara e degli interpreti. Girato interamente in Italia, il film si avvale dell’ottima fotografia di Vittorio Storaro. (andrea tagliacozzo)

Luther

Germania-Italia 1 a 0. Palla al centro. Agli albori del XVI secolo, il giovane Martin (Joseph Fiennes), sconvolto per essere scampato alla morte durante una tempesta, decide di prendere i voti e si fa ammettere nel monastero agostiniano di Erfurt. Il monaco Johann von Staupitz (Bruno Ganz), suo padre spirituale, lo accudisce con amore e ne incoraggia gli studi, intravvedendo le sue potenzialità. Durante un pellegrinaggio a Roma, Martin viene profondamente turbato dalla dissolutezza dei costumi imperante nell’urbe e dallo scandaloso mercimonio delle indulgenze. Abili monaci-imbonitori promettono la remissione dei peccati in cambio di denaro, costituendo di fatto la principale fonte di finanziamento della sterminata corte papale, preoccupata dal canto suo di preservare il culto cattolico dalle orde turche che premono a oriente e ansiosa di estendere il proprio dominio sulle terre nuove, appena scoperte da Cristoforo Colombo. Laureatosi in Teologia presso l’università di Wittenberg, Lutero comincia ad elaborare le famose 95 tesi che, affisse sul portale del duomo della cittadina tedesca, costituiranno il più pesante atto di accusa contro la corruzione della Chiesa di Roma mai vergate da mano umana. Le tesi, diffuse anche grazie alle nuove tecniche di stampa che a quel tempo facevano la loro comparsa, si diffondono rapidamente e provocano un vero sconquasso nella città eterna. Il Papa Leone X scomunica Lutero e vorrebbe convocarlo a Roma per sottoporlo al giudizio dell’Inquisizione, ma Martin si giova dell’intervento in sua difesa di Federico di Sassonia detto Il saggio (Peter Ustinov) che ottiene per lui un salvacondotto fino a Worms. Lì Lutero, posto di fronte alla richiesta di revocare tutti i suoi scritti, opporrà alla fine il suo rifiuto, sancendo anche simbolicamente quella frattura non solo teologica ma anche politica che porterà la Germania ad essere il Paese dove si svilupperà il Protestantesimo, grazie anche alla traduzione in lingua tedesca della Bibbia alla quale Lutero, braccato dalle truppe imperiali di Carlo V, mentre infuria la rivolta dei contadini che mieterà migliaia di vittime, lavorerà instancabilmente, comprendendo come solo la parola di Dio, porta direttamente ai fedeli, avrebbe potuto svelare gli inganni perpetrati ai danni della Fede da uomini di chiesa corrotti e avidi di potere.

Film denso e impegnativo (due ore filate filate), senza cedimenti apprezzabili e viceversa con qualche momento di buon cinema, il Lutero girato da Eric Till convince per l’ambientazione, la ricchezza dei costumi e la larghezza dei mezzi messi a disposizione dalla produzione. Qualche dubbio ci rimane di fronte alla scelta di affidare la parte del monaco nato ad Eisleben nel 1483 all’aitante Joseph Fiennes, fratello di Ralph – attore pure lui -. Intendiamoci, il trentaquattrenne Joseph non sfigura, forte anche dei suoi trascorsi shakespeariani, ma chi ha nella testa la figura tracagnotta e il profilo adunco del vero Martin Lutero (almeno quella tramandata dai manuali di Storia) stenterà parecchio nell’identificazione. Dal punto di vista filologico anche altrove il film si prende delle libertà che probabilmente giovano al ritmo della narrazione ma penalizzano la tenuta complessiva dell’operazione culturale. Sì, operazione culturale, perché questo film, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 30 aprile, segue di pochi giorni un’altra pellicola che ha fatto parlare molto di sé,
La Passione di Cristo
di Mel Gibson. Sarà un caso che, in tempi di profonde lacerazioni sociali, di tumultuosi incontri-scontri di civiltà, di richiami per nulla velati a crociate e riconquiste (vero
madame
Oriana?) due film, pure profondamente diversi nel messaggio che veicolano, facciano comunque richiamo a quei valori religiosi ai quali da sempre l’umanità si aggrappa quando si sente smarrita?

Luther
vede anche l’ultima interpretazione (non memorabile, corre obbligo di segnalarlo) di sir Peter Ustinov, che per fortuna sua e nostra in carriera ha saputo lasciare il segno in molte altre pellicole. Il cast è completato da Bruno Ganz, efficace nella parte del monaco che assiste Martin durante i suoi studi, lo incoraggia ad andare nel mondo e gli insegna come tener ferma la fede anche nei momenti di crisi e Claire Cox, che impersona la suora Katerina von Bora, che lascia i voti con alcune sue consorelle per dedicarsi al nuovo credo, diventando poi la sposa di Lutero. Come prevedibile, il film sta facendo registrare ottimi incassi in Germania. Visto dal campanile romano desterà invece qualche mal di pancia. Anche se da allora i ponti sul Tevere hanno visto passare milioni e milioni di metri cubi d’acqua, le frequenti dispute teologiche che vedono periodicamente contrapporsi i contestatari teologi tedeschi ai più inflessibili difensori dell’ortodossia cattolica sono lì a testimoniare che la ferita aperta da Lutero non smette di sanguinare anche dopo cinque secoli. Germania-Italia 1 a 0.

(enzo fragassi)

Abduction – Riprenditi la tua vita

In un sito dedicato alle persone scomparse, Nathan (Taylor Lautner), trova una foto che lo ritrae bambino scoprendo che quelli che l’hanno cresciuto non sono i suoi veri genitori. Questa scioccante verità porterà Nathan, tra inseguimenti e alto spionaggio, a dover ricostruire il puzzle della sua vera vita pezzo per pezzo.

L’uomo che sapeva troppo poco

Un film insolitamente piatto, che racconta di uno stupido (Murray) che fa visita al fratello in Inghilterra. Viene venduto come un’esperienza di “cinema interattivo”, ma finisce per imboccare la strada del complesso intrigo spionistico. Murray è bravo come al solito, in quel tipo di situazione che sarebbe perfetta per un Bob Hope o un Danny Kaye, ma la sceneggiatura non lo sorregge. Il titolo è la cosa più divertente del film.