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Solstizio d’estate

L’intreccio non è che un filo, flebile e impalpabile. Tre sorelle di Hanoi, riunite per l’anniversario della scomparsa della madre. Silenzi, complicità, pudori, reticenze. Ma il vero centro di
Solstizio d’estate
sta altrove, nelle forme e nei colori che materializzano e al contempo contraddicono le sensazioni e le emozioni. Se solo ne avesse la possibilità, Tran Anh Hung lavorerebbe la pellicola dei suoi film utilizzando quella vecchia tecnica coloristica conosciuta come Technicolor. Lo immaginiamo già all’opera, mentre maneggia alchemicamente i tre strati, impastando le tinte, levando intensità, aumentando i toni, spargendo à plat coloristici, che neppure Gauguin, che neppure Warhol. Technicolor: provate a visionare il negativo originale di
Moby Dick
, dove il bianco della balena sembra quello di un fulmine, dove il nero degli abiti non è ammorbidito da una tonalità terrigna. Provate a visionare il negativo originale di
Vertigo
(sempre se la Cinémathèque Française ve lo permette), e non quell’impiastro che ha vagato per le sale qualche anno fa. Il colore, al cinema (nel miglior cinema), possiede spesso una funzione. Al cinema il colore – non ci stancheremo mai di ripetere questa massima di Jean-Louis Schéfer – non è altro che «un’entrata nel mondo della rappresentazione dei sentimenti». Il colore è un affetto.

Non ci imbarazza affatto sottolineare l’ossessione estetizzante di questo regista asiatico. Aspettavamo con curiosità questo
Solstizio d’estate
, avendo in precedenza poco amato
Il profumo della papaya verde
e
Cyclo
, premiato a Venezia alcuni anni fa. E invece, con quest’ultimo film, Tran Anh Hung ha realizzato la sua opera migliore, lavorando puntigliosamente sulle atmosfere, sui toni coloristici – aspetti già noti nel suo cinema – ma lasciando stavolta che questi stessi materiali si scontrassero con la storia narrata. Arriva a determinarsi in questo modo, all’interno del film, un movimento contrario: i colori dipingono sentimenti e affetti, la trama (storie di amori in crisi, di segreti non detti, di destini segnati, tradimenti) cerca di smentirli. Tra storia e discorso il movimento non è fluido, come potrebbe apparire a prima vista. Qualcosa non torna… Tre donne piangono. Che cosa fa, qui, Tran Anh Hung? Muove lentamente la macchina da presa, spostandosi a lato, inquadrando uno splendido vaso di fiori. Poi stacca, mostrandoci – frontalmente – la perfetta armonia di una nuca, ben in vista grazie all’acconciatura dei capelli. In questo passaggio pensiamo vada ricercata la chiave del film.
Solstizio d’estate
ci pare traduzione che ben si addice all’idea di ipnotica immobilità che il film emana. In questa storia di sofferenze implose tra un arcobaleno di colori – di cui percepiamo un’auratica sensazione di immota pigrizia estiva e di sonnolenza trasognata – anche la scelta dei brani musicali ci sembra azzeccata. Come non restare affascinati dalle note di
Pale Blue Eyes
(Velvet Underground),
Coney Island Baby
(Lou Reed),
Soaps
(Arab Strap), mentre, in un appartamento soleggiato – scollati dallo sfondo sonoro – fratello e sorella mettono in scena una buffa finzione da amanti (ma sarà poi una finzione?).
(rinaldo censi)

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