Nessuno scrive al colonnello

Della cultura ispanica che si dice dominante nel prossimo millennio, Ripstein e i suoi film rappresentano la faccia oscura. Malinconica e abbandonata a se stessa. Non la «nueva Espana» che si scopre potente e vitale nel cuore della multinazionale statunitense, ma l’antica, desueta e sofferente, America latina. Non una terra di frontiera e di canzoni dove l’esotico imperversa, ma un centro imploso. Come una città-villaggio ora ricoperta dalla vegetazione dove un anziano lavoratore aspetta, giorno dopo giorno, una lettera dal Governo attestante i suoi servizi con un’adeguata ricompensa. Il racconto del regista messicano, tratto da Garcia Marques, tra colori saturi e scenografie tropicali descrive la storia di una sopravvivenza. Resistente, anche se destinato alla rovina, è il colonnello di Ripstein, costretto a vendere il suo gallo da combattimento, il simbolo del suo orgoglio, per sbarcare il lunario. Assediato da una nuova classe che di onore, dignità e cortesia non sa che farsene, il vecchio militare resiste. Come il suo protagonista, anche il film di Ripstein è un’opera di confine: arriva dopo il suo testo più dichiaratamente post-moderno (il pastiche grottesco dall’argomento religioso, Il vangelo delle meraviglie) e precede uno dei film in cui il concetto stesso di tragedia è stato portato alle sue più estreme conseguenze (Asì es la vida, una Medea ambientata nei bassifondi di Città del Messico e girata interamente in DV). Certamente Nessuno scrive al colonnello non è l’esempio più riuscito di uno stile personale e ben calibrato (e in più esce con colpevole ritardo), tuttavia film così dolorosi e sconsolati si fanno rari oggigiorno. E se il regista messicano qui non innova (nella trama e nello stile), riesce pur sempre a costruire ciò che al cinema è fondamentale: un’atmosfera. Verrebbe allora voglia di parlare di Nessuno scrive al colonnello attraverso la pioggia battente sulle larghe foglie. Parlare del verde e del fango che dominano sui personaggi…

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carlo chatrian
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