Medea

Girati una fase di crisi dell’intellettuale e dell’artista, i film della «tetralogia del mito» – strani punti di intersezione, coacervi fascinosi e imperfetti – possono essere letti all’interno della vicenda del loro autore. Dopo i capolavori «romani» in bianco e nero e la serie delle allegorie con Totò, e prima della «trilogia della vita», Pasolini vaga tra l’Africa, l’Asia e l’Italia, riscrivendo vicende arcaiche con intenti confusi e didascalici, e confrontandosi con idee più lontane. A esempio, è difficile capire questi film senza il confronto serrato con le esperienze teatrali di quegli anni, dal Living Theatre a Grotowski a Bene. Lo stesso Pasolini tenta il teatro, con esiti non felicissimi. Eppure, in questa pellicola assurda e disperata, interpretata da Maria Callas e da un campione di salto triplo, girata tra la Siria, la Cappadocia e la Pisa medievale, prende forma quel «cinema» sotterraneo che Pasolini vedeva scorrere sotto i singoli film, come un’anima che li sottendesse e li attraversasse.
(emiliano morreale)