Il derviscio

Ahmed Nurettin è un derviscio dell’ordine dei Mevlevi, ovvero sceicco della tekija, capo della comunità civile e religiosa. Una sorta di parroco di campagna. Siamo a inizio Novecento in una cittadina qualunque dell’impero ottomano. Nurettin vive di certezze assolute dategli dal
Corano
, ma l’arresto di suo fratello minore (innocente) provoca in lui una rabbia tale e un desiderio di vendetta che fanno vacillare tutto. Tradisce un amico, fomenta una rivolta, è ossessionato dall’odio. Un uomo normale che reagisce con rabbia a un torto e a un dramma. Proprio le sue debolezze, appena emerse, segneranno il suo destino. Tratto dal romanzo del bosniaco Mesa Selimovic,

Il derviscio e la morte
,
Dervis
è un bel film, sia per contenuto che per confezione, non certamente facile. La Cappadocia, che ha fatto da location per il set, regala paesaggi «non luoghi», in cui la disperazione del derviscio, il suo vogare in cerca di una sola verità (ormai le ha perse tutte), trovano lo «spazio» più adatto per elaborarsi. Attuale, non solo perché si parla di Islam, ma perché Nurettin è un uomo di tutti i tempi, o senza tempo, che deve lottare con se stesso, con le sue debolezze, prima ancora di lottare con la vita. Una nota speciale va alla fotografia di Claudio Collepiccolo, eccezionale e molto difficile da rendere così realistica. Un viaggio bellissimo in un altro mondo, in un’altra cultura, ma con le nostre debolezze.
(andrea amato)