Vivere!

Un’altra emozionante produzione che vede in coppia il regista Zhang Yimou e l’attrice Gong Li, per quanto questa volta il personaggio femminile sia meno potente e meno centrale di quello maschile. Il film segue una coppia di sposi tra successi e rovine, lungo diverse decadi nella storia cinese, dagli anni Quaranta in poi. Man mano che i bambini crescono e le libertà vengono gradualmente soppresse, lo spettatore apprende una lezione di storia. Ge You è eccezionale nel ruolo del patriarca semplice ma non stereotipato; l’unico difetto è che una storia episodica alla fine sviluppa un tono da soap-opera alla Edna Ferber. Tratto dal romanzo omonimo di Yu Hua.

Non uno di meno

A una giovane studentessa (Wei) viene chiesto di fare da insegnante ai suoi quasi-coetanei di un villaggio rurale cinese, dopo che il professore di ruolo ha deciso di andarsene per un mese per badare alla madre malata. Il patto è che, se vuole guadagnare dieci yuan extra, non deve consentire a nessuno di abbandonare la scuola. Questa storia, basata su un fatto vero, si traduce in un esercizio piuttosto scarso per il regista più noto della Cina. Gli attori non sono professionisti, e lo dimostrano in scene ripetitive e prive di vita. Leone d’Oro a Venezia.

La strada verso casa

Dopo Non uno di meno, La strada verso casa : Zhang Yimou si manifesta sempre più come un autore ambiguo, che imbarazza i suoi estimatori e conferma i suoi detrattori. A differenza di altri registi cinesi che sono riusciti a contemperare, senza eccessivi scompensi, tradizioni culturali ed esigenze spettacolari (da Ang Lee con La tigre e il dragone a Wong Kar-wai con In the Mood for Love ), Zhang Yimou soffre irrimediabilmente la nostalgia di un’epoca di forte identificazione culturale, a fronte di un sistema che richiede nuove soluzioni e nuovi approcci. Ne ha dato prova con il penultimo film Non uno di meno , nel quale, trattando il tema della scuola a confronto con i cambiamenti sociali, tentava un’analisi – sulla carta non compromessa – dell’impatto della cultura americana sulla Cina. Con La strada verso casa assesta parzialmente il tiro, ma non centra comunque il bersaglio.
Al centro della scena c’è ancora la scuola, ma vista in una chiave ancor più marcatamente malinconica. Nella Cina rurale profonda, la vedova del maestro vorrebbe onorare il marito defunto organizzando una marcia funebre che ne riporti al villaggio le spoglie. Si tratta di un uso tradizionale che qui si carica di accentuate valenze simboliche, poiché il maestro è morto proprio nella città dove era andato cercare i soldi necessari alla riapertura della scuola. La rievocazione degli anni d’oro dell’amore fra i due coniugi viene resa da Zhang Yimou con un colore dolciastro e leccato che contrasta con il bianco e nero bluastro dei giorni nostri, segnati da uno sconforto senza via d’uscita. La lettura in senso reazionario-nostalgico dei tempi che furono, pur con un accento polemico verso la gestione della politica del Partito unico, rende il senso e il limite dell’operazione. La significativa intuizione che sostiene il film – ovvero che i valori dell’insegnamento, dell’istruzione e della tradizione (il «ritorno verso casa») prevalgono su quelli di una politica definitivamente morta – pecca proprio per essere una riflessione che guarda esclusivamente al passato, senza nessuna possibilità di applicarsi al presente.
Da un punto di vista formale, inoltre, l’esito complessivo appare inficiato dalle scelte di linguaggio cinematografico adottate da Zhang Yimou, che strizzano apertamente l’occhio all’uditorio internazionale. Non bisogna infatti dimenticare che anche questa pellicola è stata prodotta dalla Columbia: solo così si spiega come nella casa di una vedova, in uno sperduto villaggio della campagna cinese, campeggino ben due poster di Titanic e che la colonna sonora faccia il verso – ancora! – allo smielato tema del kolossal di Cameron. (dario zonta)

Mille miglia… lontano

Gouichi Takata (Ken Takakura) conduce vita ritirata, in un paesino di pescatori sulle coste giapponesi. Da anni, incapace di elaborare il lutto per la morte della moglie, ha interrotto ogni rapporto con l’unico figlio Kenichi, che nel frattempo si è sposato ed esercita la professione di regista, esperto in spettacoli tradizionali cinesi. Su intercessione della nuora Rie (Shinobu Terajima), addolorata per la frattura che divide padre e figlio, Gouchi si convince a fare visita al figlio, a Tokyo, dove l’uomo è ricoverato per accertamenti clinici. Questi però rifiuta sprezzantemente di incontrare il padre, che, desolato, fa ritorno a casa. Qui viene raggiunto dalla drammatica notizia che Kenichi è affetto da un male incurabile. Affranto dal rimorso ma incapace di esprimere i propri sentimenti, Takata vuole compiere un gesto che lo riconcilii col suo unico figlio, prima che questi muoia. Decide perciò di partire per la Cina, senza neppure conoscere una parola della lingua, per riprendere con una videocamera un cantante, incontrato da Kenichi nel corso di un suo viaggio di studio, che non si era potuto esibire nell’antica opera Mille miglia… lontano. Giunto nel grande Paese, Takata va però subito incontro a mille difficoltà, che lo porteranno però ad apprezzare l’umanità e l’istintiva generosità del popolo cinese. 

Hero

Col marchio consolidante di Tarantino e un successo quasi planetario (in Cina e negli Stati Uniti è stato record d’incassi), questo film è stato salutato con molti elogi anche in Italia da una critica, salvo eccezioni, facile all’entusiasmo, che ormai raggiunge vertici francesi, dove ogni fregnaccia è «absolutement a voir» (e qui invece «imperdibile»).
Ebbene, per me, anche nel ricordo del grande Zhang Yimou di una volta, Hero è di una soporifera inconsistenza, un guscio vuoto coloratissimo, un’abile mescolanza del video-cinema americano d’azione con Kurosawa e molto Bruce Lee. A parte, naturalmente, La tigre e il dragone di Ang Lee, di cui sembra la brutta riproposte di genere. Ma quanto era più vario e divertente e poetico il film di Ang Lee! La storia, epico-storica, racconta (si fa per dire) del primo imperatore della Cina, colui che costruì la famosa muraglia, dopo aver unificato con guerre continue vari territori indipendenti in lotta fra loro. Contro di lui, tre giovani eroi, due uomini e una donna, esperti in arti marziali, cercano di ucciderlo fingendosi in realtà rivali, in modo che almeno uno di loro possa raggiungere la sua impenetrabile fortezza. Nessuno può avvicinarlo, se non a venti passi di distanza. La realtà viene raccontata attraverso varie versioni dei fatti, come in Rashomon di Kurosawa e attraverso interminabili duelli, durante cui i protagonisti volano, fanno capriole, uccidono innocenti passanti e dicono enormi cretinerie sul rapporto tra calligrafia e arti marziali, che il pubblico si beve attonito perché pensa si tratti di profondo pensiero taoista.
Ci sono, effettivamente, momenti di vero cinema, affascinanti sequenze di un talento visivo eccezionale, già mostrato in Sorgo rosso e Lanterne rosse. Ma siccome i tre «spadatori» nonché serial-killer, sono dei ciglioni patentati, e le loro motivazioni ci sembrano ebefreniche, non riescono a comunicare un minimo di emozione, di partecipazione a una vicenda di cui oltretutto noi occidentali sappiamo poco. Gli unici palpiti emotivi che risvegliano da repentini colpi di sonno sono il fascino cromatico e l’abilità stilistica di un regista che ben diversamente ci ha stupiti in passato. Ho l’impressione che questo film segua paradigmaticamente l’occidentalizzazione economica della Cina e che Yimou, da regista censuratissimo, sia diventato autore di regime. Ma non è per questo che ho trovato noioso il suo film, bensì perché costruito a freddo. Soprattutto se confrontato, restando nel campo del cinema epico-storico, con il lavoro di registi ben più emozionanti, epici e profondi come Kurosawa e l’Olmi de Il mestiere delle armi. (piero gelli)

Lanterne rosse

Nella Cina degli anni Venti, la giovane Son Glian abbandona gli studi per sposare il ricco e maturo Chen Zuoquin. L’uomo possiede già altre tre consorti. Le quattro donne si contendono l’ambito ruolo di preferita del signore e padrone della casa. Tra loro si scatena un’accesa rivalità, che si concretizza in più o meno velati dispetti reciprochi. Film suggestivo, indubbiamente ben realizzato, ma fin troppo raffinato nelle immagini, tanto da risultare accademico. Tipico cinema cinese da esportazione (non a caso vinse il Leone d’argento al Festival di Venezia). All’epoca, Gong Li sembrò una rivelazione, ma in seguito ha dimostrato tutti propri limiti e di non essere mai in grado di cambiare registro (basti vedere God of Gamblers 2: Back to Shanghai e Flirting Scholar, due commedie realizzate a Hong Kong accanto al comico Stephen Chiau; oppure Chinese Box di Wayne Wang). (andrea tagliacozzo)

Ju Dou

Straordinario dramma, magnifico sul piano dell’immagine, ambientato durante gli anni Venti narra la storia di una giovane contadina che è costretta a sposare un anziano, brutale proprietario di fabbrica e inizia una relazione con il nipote di lui. Bandito in Cina, probabilmente perché concentrato su valori individuali e per il ritratto del vecchio non proprio adulatorio (in una nazione dominata da un piccolo gruppo elitario di anziani); le autorità temevano che il pubblico vi avrebbe potuto vedere una metafora del modo in cui i capi in Cina controllano la società. Primo film cinese di sempre a ottenere la nomination come miglior film straniero: e coloro che sono stati ritenuti responsabili per aver partecipato alla competizione sono stati puniti dai loro superiori. Controversia a parte, un film potente e provocatorio. Una nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero.

La Triade di Shanghai

Avvincente vicenda ambientata nel mondo della malavita cinese degli anni Trenta, incentrata su un ragazzo ingaggiato per fare da servo muto a una viziata regina dei nightclub — l’amante di uno dei boss della criminalità di Shanghai. Un film intrigante, all’altezza dei gangster movie americani, e un’altra brillante esibizione della protagonista Gong Li.

La città proibita

La città proibita per antonomasia è, a Pechino, il quadrilatero imperiale, con sullo sfondo il palazzo dei Ming: là Bertolucci nel 1987 diresse L’ultimo imperatore e lì Zubin Mehta con l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino portò la Turandot di Puccini, nel 1998. Non è uno sfoggio di cultura, tanto è vero che regista della suddetta opera fu Zhang Yimou, allora indimenticabile autore soprattutto di Sorgo rosso (1987) e di Lanterne rosse (1991), mentre questo suo ultimo film La città proibita, con il suo sfarzo coloristico e costumistico fa pensare a sintonie melodrammatiche, dove si intruducono liberamente crudeltà euripidee con nequizie shakespeariane, l’opera di Pechino e un pizzico di Kurosawa.
Proviamo ad accennare alla trama: c’era una volta un imperatore, un’imperatrice e tre figli discendenti, il primo dei quali nato da una prima moglie, poi morta e sempre rimpianta. Dentro un rituale implacabile, che scandisce le giornate regali (ogni volta che le altezze si muovono vengono preceduti da cortigiani e il nome loro annunciato a voce alta) si precisa immantinente il conflitto, atrocissimo: l’imperatrice ama il figliastro e, contrariamente alla Fedra di Racine, l’atto viene compiuto, anche se il primogenito ora vorrebbe non averlo mai fatto. L’imperatore, al corrente di tutto, fa avvelenare a poco a poco la consorte costringendola a bere quotidianamente una pozione medica cui è stato aggiunto un fungo nero, che porta alla demenza e poi alla morte. Ma la prima moglie dell’imperatore, che non è morta, viene allontanata dalla corte per ragioni dinastiche e fatta sposare al medico di corte, avvertendo anche la seconda che il marito cerca di ucciderla. E quest’ultima avverte il secondogenito e suo primo vero figlio che il padre, giorno dopo giorno, l’avvelena un po’, facendo scatenare una guerra che è insieme di vendetta e di successione.
Non dirò come va a finire; certamente in una carneficina sanguinosamente vivace e spettacolare, con i soliti guerrieri che volano e scimitarrano teste come fossero polli. A livello domestico invece, il primogenito, da vero iellato, dopo la matrigna si innamora della figlia del medico imperiale, che altro non è che sua sorella; quindi in poco tempo, prima di tentare di suicidarsi e poi essere ucciso, pratica due incesti: uno leggero, perché la madre è solo matrigna, il secondo invece è proprio grave, perché nell’antichità greca e anche cinese, il non sapere non esclude la colpa.
Insomma, gli ingredienti per il divertimento e la meraviglia ci sono tutti, dalla prima parte sontuosamente ieratica e cerimoniale, alla seconda che vira in chiave di tragedia western alla Kurosawa, ma con troppo cartoon e giochetti computeristici. Così, nonostante la bravura degli interpreti e l’abilità tecnica (o forse proprio per quella), il manierismo di Zhang Yimou si accentua di film in film, facendo rimpiangere lo stupore che si provò ai suoi esordi. Nel film piangono tutti, l’imperatrice e l’imperatore e i tre figli a turno. Ma è un pianto che non passa, come il lamento di Turandot, e lo spettatore rimane insensibile come un’acciuga, tutt’al più un po’ annoiato di tutti quei cadaveri e di tutti quei crisantemi. (piero gelli)