Dancer in the Dark

Nanni Moretti avrebbe voluto realizzare un «musical su un pasticcere trotzkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta». Lars von Trier fa di meglio: un musical su una metalmeccanica dell’est (comunista?) quasi cieca, in un’America artificiale, fasulla e comunque razzista. Con gusto diabolico infila Catherine Deneuve in fabbrica, infagottandola come un’algida befana. Filma ridicole evoluzioni «musical» tra tribunali, rotaie, fabbriche, in una escalation che trova il suo apice lungo i centosette passi che dividono un essere umano dalla forca. Effettivamente gli manca solo la pasticceria.

Ci chiediamo cosa ci sia di attraente in un film che sembra l’incrocio tra i musicarelli della Caselli e
L’ultima neve di primavera
, anche se (ben inteso) realizzato mille volte meglio. A detrimento di ogni «dogma», l’abilità di von Trier nel manipolare a piacimento le immagini ha dell’incredibile. La sequenza dell’assassinio del poliziotto – interminabile, lacerante, disumana – è lì a dimostrarlo: si tratta di un vero pezzo di bravura. Proprio questo fa problema. L’idea è che Lars von Trier stia giocando sporco. Con il digitale e le cento camere utilizzate nella scena del treno, con l’idea di girare a caso, con la storia del Dogma e del voto di castità, ci sta prendendo in giro. Il più è accorgersene. Nessun film è più controllato di
Dancer in the Dark
. Nei momenti chiave le inquadrature sono precise al millimetro. Spingono sull’emozione fino alla crisi di pianto. È facile immaginare il numero di spettatori che usciranno dalla sala con i fazzoletti in mano, cercando di asciugare le lacrime. E invece bisogna avere il coraggio di restare lucidi, per scoprire il bluff (vedi il ritratto di Lars von Trier di Alberto Pezzotta).

In più – come Spielberg, come Cameron, come Greenaway – Lars von Trier fa parte di quella stirpe di cineasti che Serge Daney considererebbe
promautori
: «Siccome il promautore realizza spesso i suoi film, non gli tocca più il compito di impersonare il ruolo del pubblico e del denaro di fronte all’autore. Conosce perfettamente ciò che vi inserirà» (Serge Daney, «L’exercice à été profitable, Monsieur», Paris, P.O.L., 1993). Come Kubrick, Lars von Trier è una macchina. Ma se Kubrick sapeva di dover restare (come ogni buona macchina) necessariamente distante da ciò che filmava, lasciando allo spettatore lo spazio dialettico per confrontarsi con le immagini, al contrario il danese – con la freddezza di un sadico killer travestito da anima bella – dirige e manipola lo sguardo dello spettatore fin dove gli fa più comodo, spingendo l’acceleratore verso un disgustoso patetismo. Siamo convinti che, al montaggio, egli avesse già ben chiaro il punto esatto in cui lo spettatore avrebbe allungato la mano in tasca, per cercare il fazzoletto.

«E qui parte l’applauso», affermava sicuro di sé Nando Moriconi (alias Santy Bailon) in
Un americano a Roma
, dopo il passo di tip tap. «E qui parte la lacrima», avrà pensato Lars von Trier. Davanti a
Dancer in the Dark
, voi comportatevi come lo spettatore «romanaccio» nella platea del teatro di periferia. Non fatevi fregare, fate partire una pernacchia.
(rinaldo censi)

Donnie Brasco

Un agente dell’Fbi sotto falso nome si infiltra in una gang mafiosa e fa amicizia con un anziano gangster in declino, Lefty. Tra i due nasce un rapporto paterno-filiale, ma il giovane sa che dovrà tradire il vecchio.

Una sorpresa inattesa: un normale film di genere, diretto da un regista eclettico e anonimo, che per virtù di sceneggiatura (dell’italoamericano Paul Attanasio) e soprattutto di attori diventa un piccolo gioiello. Decenni dopo la morte dello star system, in tempi di tale analfabetismo scrittorio che le major riempiono d’oro uno come Joe Eszterhas, mai ci si sarebbe aspettati di poter godere di un crime movie vecchio stile come questo.

Crepuscolare come Eddie Coyle, con gangster tristi e stanchi, mai idealizzati, e soprattutto con due personaggi centrali commoventi: Johnny Depp, l’unico grande attore hollywoodiano degli ultimi dieci anni, sfida in casa Al Pacino nel ruolo di un mafioso. Roba da far tremare le vene ai polsi, ma il ragazzo è così intenso e grintoso che stimola l’avversario al punto da fargli mettere da parte gli eccessi e regalare una delle sue più belle interpretazioni di sempre. C’è bisogno di aggiungere che – per chi se lo può permettere – sarebbe il caso di guardarselo in versione originale?
(emiliano morreale)