The Hi-Lo Country

Dopo la seconda guerra mondiale la stirpe dei cowboy di razza sta tramontando, soppiantata dai grandi allevatori che non si servono più di loro se non come manovalanza asservita. Big Boy e Pete si sforzano di resistere al signorotto locale, condividono tutto e rischiano di scontrarsi per amore di una donna. Tuttavia le vere insidie non riguardano la rivalità in amore e nemmeno la conflittualità con il padrone, ma sono concentrate invece nel nucleo familiare del protagonista. Il mondo dei cowboy e dei loro complessi rapporti con la controparte femminile, visti da un osservatore esterno che privilegia un taglio distaccato e fatalista: è questo il vero contenuto di un film che andrebbe visto più come saggio antropologico sui cowboy piuttosto che come western. In questa prospettiva,
The Hi-Lo Country
è probabilmente il più sottovalutato e moderno racconto sul crepuscolo del mito della frontiera americana realizzato negli ultimi anni. Stephen Frears, che l’ha diretto (e a cui è molto affezionato, tanto da sceglierlo come uno dei suoi film preferiti all’ultimo festival di Taormina) è un cineasta inglese trapiantato stabilmente negli Stati Uniti, che poco o niente sa del vecchio West. E così ha finito per trasformare questo vecchio progetto di Sam Peckinpah – tratto da un romanzo di Max Evans, scritto da Walon Green (lo sceneggiatore de Il mucchio selvaggio) e prodotto da Martin Scorsese – in uno spaccato sociale che non rinuncia però a un sincero omaggio ai vecchi film con John Wayne, con Woody Harrelson che gli fa il verso rivelando anche un inedito sottofondo di sventata fragilità e di comprensione nei confronti delle donne.
(anton giulio mancino)

2012

Secoli fa i Maya hanno inciso sul loro calendario una precisa data sulla fine del mondo. Gli astrologi hanno analizzato questa profezia, i numerologi hanno trovato dei modelli che la annunciano, i geologi sostengono che è un evento atteso sulla Terra e anche gli scienziati governativi non possono negare il cataclisma di proporzioni cosmiche che attende il nostro pianeta nel 2012. Una profezia nata con i Maya e che ora è stata ben delineata, discussa, messa in evidenza ed esaminata. Arrivati al 2012, non potremo negare di essere stati avvertiti.

Verso il sole

Il brillante ma insensibile dottore Harrelson viene preso in ostaggio dal sensibile ma morente ragazzo di strada Seda ed è costretto a portarlo nel sud ovest a cercare un lago di rinascita spirituale. Strampalato pasticcio che cerca di toccare tutti i temi più in voga, mescolando misticismo degli indiani d’America, teorie New Age e i cliché dei film-in-coppia nel formato di un “road movie”. Harrelson e Seda sono bravi, la Bancroft è sprecata. Panavision. NOminato alla Palma d’Oro a Cannes.

Una bionda per i Wildcats

Una donna simpatica e volitiva si ritrova ad allenare di una squadra di football di un liceo dei bassifondi per dimostrare il proprio valore all’allenatore del team universitario. Cucita su misura per le doti comiche di Goldie Hawn, una commedia sulla battaglia dei sessi prevedibile ma simpatica. Nel cast del film figurano Wesley Snipes e Woody Harrelson, all’epoca ancora sconosciuti.
(andrea tagliacozzo)

Benvenuti a Zombieland

Gli Stati Uniti d’America sono stati colpiti da un virus derivato dalla mucca pazza che trasforma gli esseri umani in zombie assetati di sangue: ora sono diventati gli Stati Uniti di Zombieland. Il giovane Columbus (Jesse Eisenberg) cercherà di sopravvivere in una realtà dominata dalla violenza grazie alle sue rigorose regole. In cerca dei genitori, il ragazzo incontrerà sulla sua strada l’eccentrico Tallahassee (Woody Harrelson) con il quale vivrà divertenti avventure evitando di farsi ammazzare.

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

Terapia d’urto

Dave Buznik (Adam Sandler), dopo un equivoco a bordo di un aereo, viene condannato da un giudice come soggetto troppo violento e irascibile e quindi costretto a seguire una terapia di gestione della rabbia, condotta dal dottor Buddy Rydell (Jack Nicholson). Dave non crede di essere un violento, ma piuttosto, al contrario, troppo mite e remissivo. La terapia del dottore, dal canto suo, è ciò che di meno ortodosso ci possa essere. In seguito a un altro malinteso, il giudice condanna Dave a vivere per un mese intero a stretto contatto, 24 ore su 24, con il dottor Rydell. La cura procede in maniera surreale, fino a quando… Commedia a tratti esilarante, con un Jack Nicholson in splendida forma ironica. Adam Sandler si dimostra ancora una volta versatile a ogni ruolo, con una netta propensione per quelli comici. Qualche comparsata eccellente, dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, all’ex campione di tennis John McEnroe, alla squadra di baseball degli Yankees, rendono il film ancora più sfizioso, anche se un finale davvero banale svilisce il tutto. Si tratta pur sempre di una commedia, scritta bene e con sprazzi di comicità assoluta, alternata a stantii doppi sensi. Comunque piacevole.
(andrea amato)

Benvenuti a Sarajevo

Sguardo dolorosamente realistico e privo di sentimentalismo sui giornalisti a Sarajevo durante la guerra bosniaca. Un reporter della tv inglese, in particolare, rimane colpito dalla situazione in cui versano i bambini orfani e fa la propria promessa a una ragazzina (che poi porterà in salvo), mettendosi alla prova. Basato su una storia vera, raccontato con un’avvincente miscela di spezzoni dal vero e di repertorio. A tratti di difficile visione, ma di tutto rispetto. Super 35.

Sette anime

Tutto ha inizio con una lista di sette nomi: Ben Thomas, Holly Apelgren, Connie Tepos, George Ristuccia, Nicholas Adams, Ezra Turner e Emily Posa. L’unica cosa che hanno in comune è che ognuno ha raggiunto un punto di svolta nella vita e ha bisogno di aiuto. A loro insaputa, Ben li ha scelti accuratamente per far parte del suo piano di redenzione. Ma è Emily Posa (Rosario Dawson), una donna che soffre di problemi cardiaci, che stravolge completamente la visione del mondo di Ben e di quello che ritiene possibile.

After The Sunset

Subito dopo aver messo a segno l’ultimo colpo di una lunga e fruttuosa carriera di ladri di gioielli, con una particolare propensione per i diamanti, Max (Pierce Brosnan) e Lola (Salma Hayek) hanno deciso di andare in pensione e si ritirano a vivere su una splendida isola delle Bahamas, innamorati, ricchi e felici. Ma l’agente dell’FBI Stanley P.Lloyd (Woody Harrelson), tante volte umiliato nel corso di rocamboleschi furti, non ha ancora rinunciato ai suoi propositi di vendetta nei confronti della coppia. Così, giunto anche lui sulla splendida Paradise Island, prepara una trappola per Max grazie a un’esca che sa essere irresistibile per il mago del furto: un diamante dal valore inestimabile. 

Per quelli che già storcono il naso pensando a Pierce Brosnan che interpreta un eroe negativo, diciamo subito che i ruoli di «buoni» e «cattivi» non sono così nettamente delineati come potrebbe sembrare. E per fortuna: anche il film ha uno spessore maggiore di quello che potrebbe sembrare, pur rientrando a pieno titolo nella categoria del puro intrattenimento.

Su una classica storia di «colpo perfetto» si innestano interessanti variazioni sul tema: la guardia e il ladro hanno un rapporto complesso e ambivalente di odio-amore e si rispettano reciprocamente, accettando di essere gli attori di un divertente gioco delle parti; in secondo luogo, entrambi devono fare i conti con le rispettive donne, che rischiano più volte di sviarli dall’obbiettivo principale; infine, l’isola e i suoi abitanti influenzano molto lo svolgersi della vicenda, cambiando le carte in tavola ora a favore dell’uno, ora a favore dell’altro contendente.

Un classico
action movie
insomma, senza troppi patemi d’animo e senza eccessivo
thrilling
, in cui il soggetto e la sceneggiatura contano finalmente un po’ di più rispetto agli inseguimenti, alle esplosioni, all’uso di
gadget
ipertecnologici e agli elicotteri. Certo, Pierce Brosnan non rinuncia alla tentazione delle automobili telecomandate (auto vere, non giocattoli…avete presente la BMW di 007 ne
Il Domani Non Muore Mai
?), ma sarebbe stata una pretesa eccessiva, meglio non esagerare con il furore iconoclasta… 

In definitiva,
After The Sunset
è una pellicola onesta, classicamente hollywoodiana, con un buon cast all’interno del quale spicca l’ottimo Woody Harrelson, cui è affidato il personaggio più interessante e sfaccettato. Un film che saprà divertire chi entrerà in sala senza troppi pregiudizi. 
(michele serra)