2046

All’inizio sembra un film di fantascienza: sequenze psichedeliche, colori cinetici, diorami futuribili, fanciulle cinobioniche che si muovono come pesci in acquario, e una voce fuori campo che ci parla di un treno e/o di un anno, il 2046, da cui non si scende, non si torna indietro.
Lo spettatore teme il peggio. Poi, per fortuna, la voce prende corpo, quello del protagonista, il giornalista Chow, che ha appena lasciato Singapore per Hong-Kong, dove si è insediato in un alberghetto un po’ equivoco, l’Oriental Hotel.
Allora, grazie anche a un sistema di segni inequivocabili, affiorano i ricordi di un altro film, indimenticabile, In the Mood for Love, di cui 2046 costituisce diremmo il sequel. Il primo film infatti finiva con il protagonista che lascia Singapore e la donna che ha amato e che non rivedrà mai più. Siamo nel 1962, magistralmente segnalato dagli abiti della protagonista e da una colonna sonora di ibrida fascinosa mescidazione (Nat King Cole + musica classica + musica orientale + tante altre cose). Wong Kar Wai dunque riprende il suo personaggio e ne racconta le successive tappe esistenziali, ne fa un perfetto ambivalente catalizzatore della passione d’amore, nel duplice ruolo di chi la suscita o subisce, o l’osserva negli altri, con la compiacenza voyeuristica di chi ne controlla gli iterativi meccanismi: l’amore, per esempio, della figlia dell’albergatore per un giovane giapponesi inviso al padre di lei.
Scarsi gli esterni, spesso piovosi e notturni, muri scrostati e sporchi, asfalti bagnati, interni asfittici, corridoi stretti, porte che si aprono e chiudono, camere disfatte, zeppe, da cui si sente tutto, con feritoie che lasciano vedere cosa succede dietro la parete contigua; un trionfo di primi piani, di sequenze segnaletiche (l’interno di un taxi, l’angolo del telefono, la terrazza con un pezzo dell’insegna dell’albergo), sequenze spesso dislocate a seguire il percorso della memoria, l’affiorare di sentimenti rimossi, oppure semplicemente gli anni, il tempo dei ricordi ma anche quello della storia. Nel corso del film, per esempio, si chiarisce che il significato del quel titolo numerico: il 2046 è l’anno in cui Hong Kong farà parte definitivamente della Cina, l’anno mille di quella città-mondo; ma anche un numero apotropaico per il protagonista, e anche il numero della stanza d’albergo, dove si svolge l’esercizio dei sensi, e il titolo del romanzo che il giornalista, poi diventato scrittore di successo di romanzi erotici, scrive, ambientandolo in un futuro fatidico, proiettando nel suo alter-ego giapponese tutta l’innafferrabilità del discorso amoroso, che è sempre perso e perduto, perché asincrono, e quindi fonte di rimorsi e di lacrime. Quelle lacrime che il giornalista nasconde dietro il cinismo e che le sue donne, sempre bellissime, sensuali, questuanti invece lasciano liberamente scorrere su diafane gote.
Nessuno regista mai è riuscito come Wong Kar Wai a descrivere l’impossibilità dell’amore, con un carica erotica così intensa e straziante, con le sue figure femminili di folgorante icasticità, e un personaggio maschile di plastica malleabile, sia nel precedente che in questo film. E tutto questo servendosi di uno stile personale, inconfondibile, in cui si ritrova casomai la lezione del grande Ozu, nell’impiego di certe inquadrature fisse, nell’uso della colonna sonora (anche qui, bellissima: ancora Nat King Cole + Bellini + Siboney + uno struggente motivo conduttore); uno stile che sa raccontare per immagini, per sequenze, il piacere e il sentimento dell’amore, ma soprattutto i suoi rovesci: lo sfinimento, l’appagamento, l’assenza, l’incomprensione, la morte. (piero gelli)