Il mucchio selvaggio

Molti cinefili piangono, alle pellicole di Peckinpah: quando Randolph Scott non vuol farsi vedere da Joel McCrea mentre muore (
Sfida nell’Alta Sierra
), o quando Warren Oates inveisce sulla tomba della donna amata (
Voglio la testa di Garcia
). Anche il suo capolavoro,
Il mucchio selvaggio
, si vede con un groppo in gola: un film di violente emozioni e un barbaro monumento a un’America che scompare. I protagonisti sono banditi che cercano riscatto, reietti come solo il cinema americano di quegli anni poteva permettersi di mostrare (mentre Peckinpah gira, a Woodstock suonano); ma quando entrano nel villaggio messicano al suono della «Golondrina» siamo oltre il limite del melodramma. Peckinpah è forse l’ultimo vero regista americano: al suo confronto persino Clint Eastwood è un auteur europeo, da «Cahiers du cinéma». Il mucchio selvaggio dà la vertigine, attraversa le vene dell’America, e nello sbalorditivo massacro finale (uno dei picchi della storia del cinema statunitense), partito da John Ford, giunge fino a Jackson Pollock.
(emiliano morreale)

Soldati a cavallo

Unico lungometraggio di John Ford (se si esclude un episodio de
La conquista del West
) ambientato durante la guerra di Secessione. Un colonello nordista, incaricato assieme al suo reggimento di una importante missione, è costretto a portare con sé una ragazza sudista che potrebbe pregiudicare l’esito dell’operazione. La giovane, inizialmente ostile, finisce per innamorarsi dell’ufficiale. Non troppo apprezzato dalla critica, nonostante le non poche pagine di grande cinema .
(andrea tagliacozzo)

Picnic

In una cittadina del Kansas si organizza un grande picnic campestre per il fine settimana. Un uomo molto ricco (Cliff Robertson) e un simpatico vagabondo (William Holden) si contendono le grazie di una bella ragazza (Kim Novak). Eccellente versione cinematografica di una commedia di William Inge che aveva ottenuto uno strepitoso successo a Broadway (con Paul Newman al posto di William Holden). Notevoli le interpretazioni di Rosalind Russell e Arthur O’Connell: i due più di una volta rubano la scena agli stessi protagonisti.
(andrea tagliacozzo)

Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con
I cinque volti dell’assassino
; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato!
(emiliano morreale)

Ashanti

Il dottor David Linderby e la bella moglie Anansa, nera della tribù Ashanti, prestano assistenza sanitaria in alcune zona dell’Africa centrale. Quando la donna viene rapita da uno schiavista, che intende venderla a un principe arabo, il medico si mette disperatamente alla sua ricerca. Le uniche cose interessanti del film, diretto con mestiere ma con poca fantasia dal veterano Richard Fleischer, consistono nel prestigioso cast e negli splendidi paesaggi africani.
(andrea tagliacozzo)

Il mondo di Suzie Wong

A Hong Kong, il pittore americano Robert Loma s’innamora di una bellissima prostituta, Suzie Wong, che decide di usare come modella per i suoi quadri. Quando scopre che la ragazza ha già un figlio i suoi sentimenti non cambiano. Anzi, l’uomo decide di trovare un lavoro stabile per mantenere Suzie e il suo bambino. Più che un film drammatico (o melodrammatico) è una insopportabile polpettone. Anche il bravo William Holden, in altri lavori spesso memorabile (
Stalag 17
su tutti), si salva a stento.
(andrea tagliacozzo)

Fedora

Elegante ma greve adattamento cinematografico del racconto di Thomas Tryon sul disastroso tentativo di un produttore di far uscire con le lusinghe dal proprio esilio volontario un’attrice che ricorda la Garbo. Wilder spara a zero sul cinema e sui registi di oggi, ma riuscirebbe a colpire il bersaglio se il film fosse migliore.

Stalag 17

Il progenitore di tutti i film sui prigionieri di guerra. Holden (vincitore di un Oscar) è un sergente supercinico sospettato di essere una spia nazista. Wilder mescola brillantemente dramma e commedia per mostrare la vita monotona e piena di ansie dei prigionieri. Meravigliosi gli intermezzi comici di Strauss e Lembeck (che riprendono i loro ruoli di Broadway), e superba la prova di Preminger nella parte del comandante del campo nazista. Sceneggiatura di Wilder e Edwin Blum, dal dramma di Donald Bevan e Edmund Trzcinski. Oscar a Holden, nomination per la regia di Wilder e a Strauss.

S.O.B.

Reduce dal fallimento di un film da molti milioni di dollari, il regista Philip Farmer tenta il suicidio. Poi ha un’illuminazione: trasformerà la sua opera, originariamente concepita come una favola per bambini, in una pellicola a luci rosse. I loschi maneggi di un produttore gli impediscono di realizzare il progetto. Un satira al vetriolo del mondo del cinema, orchestrata con impareggiabile ferocia da Blake Edwards. Esilarante dall’inizio alla fine (straordinaria la sequenza del furto della salma di Farmer), il film ovviamente non gode di buona fama in patria, dove fu (prevedibilmente) un insuccesso. Julie Andrews, moglie del regista, si prende in giro con incredibile ironia. Ultima apparizione sullo schermo del bravo William Holden.
(andrea tagliacozzo)

La vita che sognava

Alla morte del suo miglior allievo, un allenatore di fantini si ritrova in una brutta situazione finanziaria. Il casuale incontro con un ragazzo, scappato dal collegio per seguire le corse dei cavalli, convince l’uomo a prendere il giovane con sé e ad insegnargli i rudimenti del mestiere. Un buon film, diretto con discreto mestiere da William Dieterle. L’anno seguente, Holden, che nel 1952 aveva lavorato con Dieterle in
Furore sulla città,
vincerà l’Oscar per il miglior attore con
Stalag 17.
(andrea tagliacozzo)

Viale del tramonto

Uno squattrinato sceneggiatore accetta di lavorare alla dipendenze di una vecchia e dispotica stella del cinema, da anni fuori dal giro. Quando il rapporto con la donna finisce per diventare quasi morboso, il giovane cerca, invano, di andarsene. Forse il migliore dei film su Hollywood, un ritratto al vetriolo dell’industria del cinema americano, impietosamente messa a nudo dall’anticonformista Wilder con una buona dose di humour nero. Il film si aggiudicò tre Oscar (sceneggiatura, colonna sonora e scenografia) e sicuramente ne avrebbe meritati altrettanti per il film, la regia e la magnifica interpretazione della Swanson. Il ruolo di William Holden doveva essere inizialmente interpretato da Montgomery Clift. (andrea tagliacozzo)

Sabrina

Sabrina, figlia di un modesto autista, torna dopo un lungo soggiorno parigino a fa perdere la testa a David, rampollo di una ricca famiglia. Il maturo Larry, fratello di David, tenta dapprima di allontanare la ragazza, ma poi finisce a sua volta per innamorarsene. Da una commedia di Samuel Taylor, una straordinaria commedia sofisticata costruita (quasi) su misura per la Hepburn, fresca vincitrice dell’Oscar per Vacanze romane. La Hepburn tornerà a lavorare con Wilder nel 1957 in Arianna. Rifatto nel 1995 da Sydney Pollack, ebbe ben sei nomination ma una sola statuetta (costumi). (andrea tagliacozzo)

Passione – Il ragazzo d’oro

Un giovane, promettente musicista, rivela improvvisamente insospettate doti di pugilatore e viene convinto da un organizzatore a darsi al professionismo. Una serie d’incontri vittoriosi portano il giovane a conquistare in breve tempo fama e successo. Tratto da
Golden Boy
di Clifford Odets, il film segnò il debutto cinematografico di William Holden, capace di tenere testa alla solita ottima Barbara Stanwyck. Raffinata la regia di Rouben Mamoulian.
(andrea tagliacozzo)