Jurassic Park III

Il dottor Alan Grant, paleontologo di fama mondiale, era stato anni addietro protagonista della terribile avventura del Jurassic Park realizzato dall’industriale John Hammond. L’uomo è costretto suo malgrado a ritrovarsi faccia a faccia con gli odiati/amati dinosauri quando Paul Kirby e sua moglie Amanda lo assoldano con l’inganno per aiutarli a ritrovare il figlio Eric, scomparso nell’Isla Sorna, al largo del Costa Rica, dove Hammond aveva costruito un’altra riserva naturale preistorica. La spedizione, com’era prevedibile, si rivela ad alto rischio e i primi ad essere divorati dai giganteschi animali sono due degli uomini al soldo di Paul Kirby. Un film di serie B con un budget di 93 milioni di dollari. In sintesi, così si potrebbe descrivere il terzo episodio della serie iniziata nel ’93 da Steven Spielberg, e proseguita sempre dal regista di
E.T.
nel ’97 con lo splendido
Il mondo perduto: Jurassic Park
(senza dubbio il migliore del trittico). Spielberg questa volta ha deciso di passare la mano a Joe Johnston, già collaboratore del patron della DreamWorks ai tempi de I predatori dell’arca perduta. Probabilmente sbagliando, almeno dal nostro punto di vista. Se infatti le parti con i dinosauri sono realizzate in maniera egregia e continuano a divertire (stupire non più, ormai), tutto il resto (le tirate di Sam Neill, i problemi di coppia di William H. Macy e Téa Leoni) rischia irrimediabilmente di annoiare, nonostante lo script (semplice, un po’ stupido) non sia poi così differente da quello del primo episodio. Mancano, inoltre, quelle sequenze da tramandare a futura memoria (i velociraptor nella cucina in Jurassic Park, la scena del camion in bilico sul precipizio ne Il mondo perduto) che solo un cineasta del talento di Spielberg è in grado realizzare. Nel cast spicca il bravo Macy, al solito simpatico e vulnerabile, mentre la petulante Leoni e l’insipido Neill meriterebbero prima o poi di finire in pasto a un branco di velociraptor.
(andrea tagliacozzo)

Svalvolati on the road

Doug (Tim Allen), Woody (John Travolta), Bobby (Martin Lawrence) e Dudley (William H. Macy) sono quattro amici abituati a una tranquilla vita sedentaria, tutti sulla cinquantina. Decisi a scrollarsi di dosso l’apatia, decidono di compiere un avventuroso viaggio in sella a rombanti motociclette, ricordando i tempi di Easy Rider. L’esperienza riserverà loro una quantità di imprevisti, tutti fra il tragico e il comico. Una volta passato il confine con il New Mexico, l’incontro con una banda di veri motociclisti, guidati dal pocodibuono Jack (Ray Liotta), farà prendere all’avventura una piega ina

Fargo

I fratelli Coen raccontano la storia di un caso di omicidio secondo la loro inimitabile angolazione, arricchendola con buffe osservazioni sugli abitanti del Minnesota e finendo col realizzare un commedia assolutamente disarmante! La McDormand è formidabile nei panni di una poliziotta efficiente (e incinta) con molti omicidi fra le mani; Macy è altrettanto bravo in quelli di un intrallazzatore da due soldi che cerca di mantenere il sangue freddo quando si ritrova invischiato fino al collo in una serie di delitti. E che belle le musiche di sottofondo! Vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura (Joel ed Ethan Coen) e la migliore attrice (McDormand).

Happy, Texas

Accattivante commedia su due evasi costretti a rubare un camper e ad assumere l’identità dei proprietari, organizzatori di recite scolastiche gay: nascosti in una sonnacchiosa cittadina texana, i gaglioffi saranno costretti a mescolarsi ai locali al di là di ogni loro intenzione. Girato in economia, ma non si vede. Zahn è il mattatore di un cast di primissima classe.

Hollywood, Vermont

Waterford è una tranquilla cittadina americana del Vermont. C’è la Main Street, c’è il medico condotto che ha una parola per tutti, c’è la libraia con ambizioni teatrali, c’è l’idealista, noioso e sotto sotto farabutto, fidanzato con la libraia… La tranquilla vita della tranquilla cittadina viene però momentaneamente sconvolta dalla produzione di un film hollywoodiano che, per questioni di budget, lascia il precedente set nel New Hampshire e cerca di ricrearne un altro qui. Lo sceneggiatore, esordiente e promettente, ha già pronto il copione che, però, deve adattarsi al nuovo set. Il film è ambientato nell’Ottocento. Con la stazione dei pompieri e il vecchio mulino. Ma il vecchio mulino è andato a fuoco quarant’anni prima e lo sceneggiatore deve cambiare anche il titolo del film,
The Old Mill,
il vecchio mulino. C’è l’attrice, bionda e nevrotica, che si rifiuta di mostrarsi nuda. Ma si infila nel letto dello sceneggiatore. E poi in quello del primo attore che di solito va con le ragazzine… E si becca, l’attore (Alec Baldwin), una denuncia per stupro di minorenne. C’è il regista cinico che cerca di mettere tutti d’accordo e di risparmiare e c’è il produttore che deve inserire uno sponsor (una società informatica con sito Internet) nel film dell’Ottocento…

Satira feroce del mondo del cinema, questo film di David Mamet. Ne escono simpaticamente a pezzi tutti i protagonisti, il bravo regista, la bella attrice, il cinico produttore, il fascinoso attore borioso e laido, il sindaco sciocco (e l’ancor più sciocca la moglie del sindaco), il consigliere comunale corrotto… Come dire che i cattivi non sono solo a Hollywood. Indenni da grettezze e calcoli solo la libraia e il tenero sceneggiatore paladino (con qualche tentennamento) dei buoni sentimenti. Molte le citazioni cinematografiche, un po’ facile la satira contro questo mondo amorale, sostenuta, però, da una frizzante sceneggiatura (quella vera…), battute azzeccate, trovate divertenti.

Psycho

Lento, artificioso remake scena per scena assolutamente senza senso del classico di Hitchcock (con qualche maldestro nuovo tocco a macchiare la sua pretesa di essere una replica esatta). Il risultato è un insulto più che un tributo, a un film che è una pietra miliare.

Homicide

Un poliziotto ebreo conduce una doppia indagine: da una parte il caso di uno spacciatore di colore, dall’altra l’inchiesta sull’assassinio di una signora ebrea titolare di un negozio nel quartiere nero. Ma la ricerca del colpevole e della vera faccia del Male porta inevitabilmente il protagonista – e lo spettatore – al fallimento delle proprie supposizioni o almeno dentro la rete di un intricato labirinto mentale, in un complotto di fronte al quale non è più possibile discernere il vero dal falso. Nulla di nuovo, a starci attenti. Da sempre è questa la tattica attraverso cui il drammaturgo David Mamet cerca di trasferire la proverbiale cattiveria e crudeltà delle sue opere teatrali nei territori della messa in scena cinematografica. Il pessimismo mametiano, quando passa al cinema, diventa infatti cronaca di un senso di paranoia, accompagnato dall’esibizione della menzogna che opprime un mondo dominato dal regime del falso. Purtroppo lo schema innanzittutto «mentale» che aveva dato vita alla perfetta trama del primo lavoro di Mamet – l’ottimo
La casa dei giochi
– comincia in
Homicide
a mostrare le prime incrinature, che rendono non del tutto convincente questo film per tanti aspetti lodevole. Problema di un cinema esageratamente «di sceneggiatura», come si suol dire. O forse, più semplicemente, problema di messa in scena di un regista troppo presto sopravvalutato, e in fondo con poche frecce da scagliare al suo arco. Al di là dei legittimi dubbi, comunque, un poliziesco da segnalare sia per la sua ambigua originalità che per l’interpretazione del protagonista, il bravo Joe Mantegna.
(michele fadda)

Thank You for Smoking

A Nick Naylor (Aaron Eckhart,

Erin Brockovich,
The Black Dahlia
di Brian De Palma, in concorso a Venezia 2006) il proprio lavoro piace. Non è un lavoro facile, ma se l’è scelto lui. Nick è un
lobbysta
al soldo di una multinazionale del tabacco retta con polso di ferro dal Capitano (Robert Duvall). In parole povere, Nick è pagato per difendere l’immagine e le ragioni dei fumatori, anche a costo di prendersi gli insulti delle associazioni antifumo, parare i colpi di un senatore del Vermont (William H. Macy) o essere sequestrato da un gruppo di salutisti-fondamentalisti e quasi mandato al creatore da un’overdose di nicotina. Per rilanciare il mercato calante delle sigarette – che comunque continuano a provocare 1200 morti al giorno – Nick ha l’idea di convincere il più potente tra gli agenti di Hollywood (un Rob Lowe sciroccato che vive come un orientale e dorme solo la domenica) a mettere in cantiere una pellicola che dovrà rinverdire i fasti del cinema dei bei tempi, quando tutti i divi fumavano come ciminiere e la sigaretta era un vero e proprio
status symbol.
Nick porta con sé il figlio adolescente Joey (Cameron Bright), nel tentativo di recuperare un rapporto incrinatosi in seguito alla separazione dalla moglie. Tutto sembra procedere bene, ma il lobbysta pecca di presunzione quando ignora i saggi consigli dei suoi migliori amici, coi quali forma il trio MDM (Mercanti Di Morte): Polly (Maria Bello), portavoce dell’industria degli alcolici, e Bobby Jay (David Koechner), lobbysta delle armi. Cede infatti alle grazie generosamente esibite da una giornalista rampante (Katie Holmes), finendo sbugiardato in prima pagina. Riuscirà a risollevarsi?

La recensione

Lungometraggio d’esordio, ben girato e divertente, sui toni della commedia (Primo Merito) di Jason Reitman – figlio di

Ivan