Vivere e morire a Los Angeles

Un agente federale coglie sul fatto il falsario Eric Masters, ma viene da questi ucciso. Il caso resta nelle mani di Richard Chance, collega e amico del defunto poliziotto. Per incastrare Masters, protetto da un abile quanto ambiguo avvocato, Chance si serve dell’aiuto di un delinquente e di una bella informatrice. Veloce, duro e violento – come ci si aspetta da un grande come William Friedkin – con almeno una sequenza (un inseguimento d’auto mozzafiato) d’antologia del cinema d’azione.
(andrea tagliacozzo)

L’esorcista

La piccola Regan dà segni di squilibrio. Medici e psicologi non riescono a trovare una valida teoria per giustificare dei comportamenti (e dei fenomeni) sempre più violenti e inspiegabili. Quando la bimba inizia non solo a trasformarsi ma a masturbarsi con crocefissi, far rotare la propria testa e far volare oggetti per la casa, la madre decide di rivolgersi a padre Karras, un sacerdote di origini greche in piena crisi esistenziale.

Infine,
L’esorcista
è tornato. Quando ormai eravamo finalmente riusciti a dormire con la luce spenta, ci tocca ricominciare tutto daccapo. Ben ventisette anni dopo, la matrice di tutto il cinema horror moderno ci ricorda ancora di che carne e che sangue siamo fatti. I filologi del genere hanno già sezionato il film per evidenziare le differenze con il final cut voluto da Friedkin nel 1973. Basti dire la leggendaria camminata da ragno si vede finalmente (e si tratta di un vedere notevolissimo) e che qui e lì, nella prima parte, Friedkin ha spruzzato in sovrimpressione immagini di Pazuzu (il demone). Quest’ultima modifica, in realtà, indebolisce un po’ la frontalità documentaria del film prima dell’intervento di Merrin, e contribuisce a situare immediatamente la vicenda sul binario del soprannaturale rassicurando – paradossalmente – lo spettatore. Il finale, poi, è quello dell’omaggio a
Casablanca
voluto da Blatty, ma quello originale (con tutti i terrori raggrumati nei colori lividi del mattino) è meglio. Insomma, spider walk a parte, bastava rieditare il film del 1973 per convincerci che il Male esiste, lasciando questi trucchetti da riedizione a gente ormai cotta come George Lucas.

Ciò detto, il film è ancora un immenso capolavoro. Friedkin, prima ancora che progenitore dell’horror moderno, è un crudelissimo cineasta che filma l’apparente tranquillità borghese come se fosse il più inquietante degli enigmi. Basti pensare agli interni glaciali che celano un orrore indicibile, un mistero che trascende linguaggio, razionalità e cultura. Da straordinario (e sadico) moralista qual è, Friedkin erode certezze (il film si apre e si chiude nel segno di «Allah Akhbar»), situa il suo dramma del Male all’interno del mondo del cinema (e non ci sono giochetti autoreferenziali ad alleviare angosce e tensioni) e mette in scena la porosità delle difese occidentali di fronte all’irrompere del rimosso, dell’alterità.

Pazuzu (demone iracheno che Burroughs invoca, tra gli altri, in «Città della Notte Rossa», definendolo «Signore delle Febbri e delle Pestilenze») si beffa dei sacerdoti e sferra un terribile attacco alla nostra coscienza. Friedkin l’ha sempre saputo: il mondo non è un posto tranquillo dove abitare e senz’altro sottoscriverebbe l’affermazione di Swedenborg, il quale era convinto che «se gli spiriti del Male potessero sentire di essere collegati all’uomo e di essere insieme distinti da lui, e potessero entrare fisicamente nel suo corpo, cercherebbero in mille modi di distruggerlo».
(giona a. nazzaro)

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)