Alì

Alì

mame cinema ALÌ - STASERA IN TV. WILL SMITH È IL CAMPIONE MUHAMMAD ALÌ muhammad
Muhammad Alì

Diretto da Michael Mann, Alì (2001) ripercorre la storia di Muhammad Alì, ex campione del mondo dei pesi massimi. Nei panni del pugile c’è Will Smith, attore noto in tutto il mondo. Il film si concentra in particolar modo sui dieci anni della vita di Muhammad dalla clamorosa e inaspettata conquista del titolo contro Sonny Liston, allo storico incontro The Rumble in the Jungle, disputato in Zaire contro George Foreman. In evidenza anche l’amicizia con Malcolm X, il famoso politico statunitense.

Nella pellicola viene rappresentato anche il momento in cui il pugile si rifiuta di arruolarsi nell’esercito. In più, si tratta anche la fase in cui l’ex campione decide di aderire alla religione islamica.

Curiosità

  • Il film è il frutto della prima collaborazione tra il regista Michael Mann e l’attore e cantante Jamie Foxx. I due hanno lavorato insieme anche in Collateral e in Miami Vice.
  • Durante le riprese, sia il protagonista Will Smith che il regista si sono offerti di contribuire al film con parte del loro stipendio, nel caso il budget avesse sforato.
  • La pellicola ha consacrato Will Smith come star, dimostrandone il grande talento come attore. Per questo ruolo, infatti, l’attore ha vinto gli MTV Movie Awards del 2002 nella categoria Miglior performance maschile. In più, ci sono voluti ben 14 mesi e 6 ore giornaliere di palestra per calarsi nei panni del leggendario boxeur. L’attore è arrivato a pesare 120 chili con la consulenza del vero allenatore di Muhammad Alì.
  • Nel cast c’è la moglie di Will Smith, Jada Pinkett Smith.
  • Il pugile Joe Frazier viene interpretato dall’ex-campione mondiale dei pesi massimi dell’organizzazione WBA James “Lights Out” Toney. George Foreman, invece, è interpretato da Charles Sufford, anche lui pugile professionista, il quale fu autorizzato a sferrare i suoi pugni in modo più realistico possibile, quasi al punto di mettere davvero al tappeto Will Smith.
  • Il film ha ottenuto diverse candidature. Per esempio, è stato nominato agli Oscar del 2002 nelle categorie Migliore attore protagonista (a Will Smith) e Migliore attore non protagonista (a Jon Voight nel ruolo di Howard Cosell).
  • Inoltre, la pellicola si è aggiudicata tre nomination ai Golden Globe e altre tre ai Broadcast Film Critics Association Award.
  • Le riprese sono state effettuate in varie località degli Stati Uniti, in Mozambico e in Ghana.
  • Per il film, gli sceneggiatori Stephen J. Rivele e Christopher Wilkinson scrissero inizialmente una bozza di 200 pagine, che seguiva il personaggio dall’infanzia ai tempi presenti. Lo script fu in seguito pesantemente rivisto da Mann ed Eric Roth. Infine, una sentenza della Writer’s Guild stabilì che tutti e quattro sarebbero stati indicati nei credit come sceneggiatori.

Io sono leggenda

Io sono leggenda – il libro

Con Io sono leggenda Richard Matheson, uno degli scrittori più amati da Stephen King, ha reinventato i confini dell’horror, raccontando di una Genesi al contrario. La storia dell’ultimo uomo sulla terra, lo scienziato Robert Neville e dell’ultima donna, Ruth. Intorno a loro, l’umanità è finita a causa di una poderosa pandemia. Rimangono solo loro due e un’infinita di vampiri, che sono creature mai viste prima, più simili a zombie agili che ai decrepiti succhiasangue di Bram Stoker. Ma Io sono leggenda non è una semplice storia dell’orrore: è una sorta di Robinson Crosue post-apocalittico, uno dei più impressionanti romanzi dedicati alla solitudine umana. Un’opera che supera i generi e sorprende ancora per la sua carica innovativa (molto vicino al romanzo, in questo senso, il più intellettualistico On The Road di Cormac McCarthy).

I primi due adattamenti

Nel primo film ispirato al romanzo di Matheson, L’ultimo uomo sulla terra (1964), il protagonista è Vincent Price, ai tempi icona degli horror di Roger Corman ispirati ai libri di Edgar Allan Poe. La produzione è italo-americana, e in una scena si vede, riconoscibilissima, la zona Eur di Roma. Matheson, che collaborò alla sceneggiatura, non fu del tutto soddisfatto del risultato: “Il film non mi piacque, anche se la trama del libro è stata rispettata. penso che Vincent Price, che ho amato in tutti i film che ho scritto, non fosse adatto a quel ruolo. la regia poi è povera. Mi importa davvero poco di questo film”.

Il secondo adattamento, 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (1971), rispetto al precedente è privo di ogni fascino gotico e risente in pieno il clima di Guerra Fredda. La pandemia infatti è qui causata da un’arma biologia esplosa durante un conflitto tra Russia e Cina. Gli effetti speciali si sprecano, ma Charlton Heston (l’Arnold Swarzenegger ante litteram) è troppo dozzinale per ricoprire la portata tragica ed umanissima del protagonista di Matheson.

Io sono leggenda (2007), il film

Anche qui il virus, anche qui (come da romanzo) un dottore che cerca  il vaccino per debellarlo. Anche se i mostri sono creati in digitale, il film di Francis Lawrence non manca di umanità e la landa urbana di New York  è spettacolarmente desolata, come e forse più di quella rappresentata nel disaster movie di J.J.Abrahms ‘Cloverfield, che uscirà solo un anno dopo nei cinema.

La prima parte del film la si vive in attesa, come se assistessimo a una vicenda sospesa, nella seconda parte l’azione prende il dominio con le stragi di mostri e la disperata resistenza del dottore che ha una pretesa più alta della mera sopravvivenza: risollevare l’umanità dalle sue ceneri e guarire gli zombie. I momenti di terrore e alta tensione sono alternati con sagacia a tempi più rilassati ed elegiaci, Io Sono Leggenda è l’ipotetica distopia di un film catastrofico hollywoodiano, che per contratto ‘deve’ finire bene, e sta in questo senso del ‘dopo’ il suo fascino. Will Smith è un dott.Neville credibile: atletico eppure depresso, la sua interpretazione surclassa quella di Heston e Price perché c’è qualcosa di aggraziato nel suo vagabondare per le strade di una Manhattan da incubo: è il ritratto, senza retorica, dello spaesamento urbano.

Hancock

Hancock è un supereroe imperfetto, dalla vita spericolata fatta di eccessi. Gli atti eroici di Hancock, che mostra sempre di avere delle buone intenzioni, gli permettono di portare a termine le sue missioni e salvare tantissime vite, ma sembrano sempre lasciare alle spalle danni notevoli. Per quanto possano essere grati al loro eroe locale, i cittadini di Los Angeles alla fine ne hanno abbastanza e si chiedono cosa hanno fatto per meritarsi tutto questo. Hancock non si preoccupa di quello che pensa la gente, fino a quando non salva la vita di un dirigente di una società di pubbliche relazioni, Ray Embrey, e così capisce di avere un lato vulnerabile.

Independence Day

Spettacolare — e stupida — saga fantacientifica su truppe aliene che volano sulla Terra e progettano di attaccarla. Il presidente Usa (Pullman) cerca di capire qual è il modo migliore per combatterle, mentre la situazione cambia di ora in ora. Gli effetti speciali — importanti e premiati con l’Oscar — sono impressionanti, ma le storie dei protagonisti sono così stupide, la scrittura così zoppicante e qualche interpretazione così forzata che, a confronto, fanno sembrare brillanti alcuni stupidi film di fantascienza degli anni Cinquanta. Esiste anche una versione con 15 minuti in più. Super 35. Un Oscar agli Effetti Speciali e un’altra nomination.

Men in Black II

Sono passati 4 anni da quando gli agenti segreti del MIB J (Will Smith) e K (Tommy Lee Jones) hanno sventato l’ultimo disastro intergalattico. In questo tempo J, da giovane allievo un po’ pasticcione, è diventato uno dei migliori uomini dell’agenzia spaziale che si occupa di monitorare le attività aliene sulla terra, e K, un tempo maestro di J, ora vive senza memoria del suo passato, in un paesino del Massachussetts, facendo il direttore dell’ufficio postale. È un normale giorno di lavoro quando J si imbatte in un insolito omicidio: il defunto è un alieno proprietario di una pizzeria, dove lavora Laura, ignara custode della Luce di Kartan. Luce bramosamente desiderata da Seerlena (Lara Flynn Boyle), una radice neurale (malvagia creatura), con l’aspetto seducente di una modella di biancheria intima. Attraverso varie ricostruzioni si capirà che l’unico a conoscere il segreto della luce è K. Toccherà al suo ex allievo J andarlo a cercare e una volta trovato… Il film ripropone quasi interamente tutti i personaggi e le strane creature che avevano fatto il successo del primo MIB, campione d’incassi nel 1997. Ma soprattutto ripropone l’azzeccata coppia comica Smith-Jones, nel film J e K. K uomo di esperienza, cinico e tagliente, inizialmente ignaro del suo passato, ma sempre sagace anche in abiti civili. J ragazzotto promettente, con l’aria da spaccone, vive in solitudine e insoddisfazione e soffre l’assenza di un valido compagno. Smith e Jones insieme, come nelle migliori dinamiche delle coppie comiche, traggono forza l’uno dall’altro. Jones sfotte, Smith assorbe, Jones lavora con sintesi, Smith con analisi, e così via con il gioco delle antitesi. Il tutto sullo sfondo del film fantascientifico che qui è veramente completo. Ci sono infatti tutti i personaggi caratteristici e qualche stereotipo di questo genere di film: il cane parlante con un leggero accento napoletano, il grande capo super partes che tutto vede e tutto sa, la gente normale che non può riconoscere né alieni né agenti spaziali della MIB. È un tentativo forse di riportare negli USA una scuola di commedia che da un po’ di tempo fa sentire la sua assenza. Negli anni abbiamo visto quasi esclusivamente commedie sentimentali e melense, oppure comicità demenziale di tutti i livelli. MIB2 si avvicina più al secondo genere, ma si apprezzano comunque gli sforzi degli sceneggiatori e le prestazioni della supercoppia Jones-Smith.
(letizia ferlito)

Io, robot

Io, Robot

mame cinema IO, ROBOT - STASERA IN TV IL CAPOLAVORO DI ASIMOV robot
Del Spooner tra i robot

Il regista Alex Proyas trasforma la trilogia di successo di Isaac Asimov in un film. È Io, Robot, pellicola del 2004 prodotta dalla 20th Century Fox. Dal materiale letterario sono state mantenute le Tre leggi della robotica, cioè le norme che regolano il rapporto tra uomini e robot. Ma ogni altro aspetto delle teorie robotiche di Asimov è stato reinterpretato nella trasposizione cinematografica.

Il film ha come protagonista il detective Del Spooner, interpretato da Will Smith, ed è ambientato nell’anno 2035 a Chicago. I robot sono ormai entrati nella realtà quotidiana di tutti gli esseri umani. Inoltre, sono in arrivo sul mercato i nuovi modelli NS-5, prodotti dall’azienda leader nel settore della robotica U.S. Robots. Spooner, tuttavia, nutre ancora della diffidenza nei confronti dei robot. E quando viene chiamato sulla scena del presunto suicidio del dottor Alfred Lanning, ideatore delle Tre leggi della robotica, qualcosa sembra fuori posto. Insieme alla psicologa Susan Calvin (interpretata da Bridget Moynahan), Spooner inizia a indagare sulla vera natura dei robot. Si tratta solo di paranoie o le ultime tecnologie nascondono una minaccia per l’umanità?

Curiosità sugli sponsor del film

mame cinema IO, ROBOT - STASERA IN TV IL CAPOLAVORO DI ASIMOV audi
Audi RSQ
  • La moto che guida Spooner è una MV Augusta F4.
  • L’automobile di Spooner è un’Audi RSQ Sports Coupè. Le altre macchine che compaiono nelle scene, inoltre, sono solo Audi A2, TT e A6 berlina.
  • L’azienda leader U.S. Robots rimanda nel nome alla U.S. Robotics, che esiste davvero: è una società del Gruppo Platinum Equity specializzata nella produzione di apparecchiature per computer. Si chiama così, quindi, in onore di Isaac Asimov.
  • L’impianto Hi-Fi in casa del detective è della JVC.
  • Spooner indossa delle Converse All Star, le quali vengono menzionate più volte.
  • Il robot che incontra il protagonista all’inizio del film costituisce un caso di product placement che riguarda la FedEx.

Bad Boys

Action movie ambientato a Miami, protagonisti due poliziotti — uno è sposato con figli, l’altro invece si gode la sua vita da scapolo — costretti a fingere l’uno di essere l’altro. Il film segna il ritorno dei produttori Don Simpson e Jerry Bruckheimer al genere baracconesco che li ha resi celebri. Obiettivo raggiunto anche grazie alla performance della Leoni, ottima nei panni della testimone protetta dai due agenti. Peccato solo per la durata eccessiva: sarebbe bastata mezz’ora, e invece sono ben due. Con un sequel.

Alì

«Muoviti come una farfalla e pungi come un’ape», questa è probabilmente la frase più celebre del grande Mohamed Alì, quella che lo rispecchiava meglio quando era sul ring. Campione olimpico nel 1960 a Roma, Cassius Clay diventa campione del mondo dei pesi massimi nel 1964 alla tenera età di 22 anni, sconfiggendo Sonny Liston. Da qui parte il film di Michael Mann interpretato da Will Smith. Il giorno dopo la conquista del titolo, Clay annuncia la sua conversione all’Islam e cambia nome in Mohamed Alì. Da qui inizia la sua guerra personale contro il razzismo, i preconcetti della gente e il governo degli Stati Uniti, che lo chiama alle armi per andare a combattere in Vietnam: «Non andrò a litigare con i Vietkong», disse il campione. Ritiro del passaporto, processo per renitenza alla leva e ritiro della licenza da pugile. Ormai in ginocchio, Alì continuò la sua battaglia personale e, dopo l’assoluzione della Corte Suprema, dieci anni dopo il suo primo titolo mondiale, andò a Kinshasa a combattere contro il campione in carica George Foreman. Da tutti è considerato l’incontro di tutti i tempi, splendidamente raccontato da

Norman Mailer
, e a 32 anni Alì tornò in cima al mondo. Diventato leggenda già in vita, Mohamed Alì è una delle figure più rappresentative del Novecento. Opera titanica quella di Mann e altrettanto ammirabile quella di Will Smith, non solo per i 17 chili che ha dovuto prendere per assomigliare al campione, non solo per aver imparato a boxare come Clay, non solo per aver imparato a muoversi come Alì, ma soprattutto perché ha imparato a pensare come Mohamed Alì.
(andrea amato)

La ricerca della felicità

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Non c’è bisogno di scomodare Toqueville, o Jefferson, o Mark Twain per convincersi della fondatezza del Sogno Americano: uno degli ultimi fortunati a realizzarlo, tale Chris Gardner, ha scritto un libro per illustrare la sua parabola (prontamente pubblicato in Italia dalla Fandango) e il duo internazionale Gabriele Muccino-Will Smith l’ha tradotta in un fortunatissimo film. In Italia se nasci o finisci per la strada, rischi di restarci adattandoti alle circostanze: in fondo è sempre meglio di un lavoro che ti costringe a telefonare per ore e ore a degli sconosciuti, o a urlare numeri e cifre sul capo di altri urlatori, mentre fuori scorre la vita, c’è san Francisco con i suoi tram, le sue luci, il mare.

In America, se sei determinato, fiducioso, ottimista e non permetti a nessuno “di distruggere il tuo sogno”, questo si può avverare. Puoi quindi diventare un ricchissimo broker: quel colletto bianco che negli anni Sessanta i figli dei fiori avevano ripudiato e che, negli anni Ottanta tristemente reaganiani, era tornato in forza e variato magari in yuppy.

In America spesso felicità vuol dire solo ricchezza: è l’unico motivo per cui questo film, così oratoriale, da oratorio in realtà non è. Pur avendone tutti i requisiti (amore, speranza, fiducia, pazienza) è sfacciatamente pedestre e terrestre anche se, verso il finale, una funzione con tanto di cantante gospel e reverendo televisivo riattiva la formuletta statunitense-passepartout “In God We Trust”.

Due parole sulla trama, che probabilmente tutti conoscono. Un giovane venditore di un’apparecchiatura medica difficile a piazzare, faticosa a portare, è in crisi: ha un delizioso figlio di cinque anni, una moglie sgradevole e lagnosa e versa in serie difficoltà economiche. In breve, viene sfrattato dall’appartamento perché non riesce a pagare l’affitto, la moglie lo abbandona (e lo spettatore sospira di sollievo perché è brutta cattiva e castrante) e di degrado in degrado lui e il figlioletto diventano homeless, dormono dove trovano, perfino nei bagni pubblici. Però, casualmente, il protagonista desta la curiosità e la fiducia di un ricco broker, che gli offre la possibilità di fare un praticantato in una società finanziaria, un incarico non retribuito alla fine del quale, dopo vari mesi, solo uno dei tanti praticanti, verrà assunto. E noi sappiamo che sarà lui a vincere, per cui siamo tutti contenti e tranquilli e anche un po’ annoiati di quelle traversie tutto sommato zuccherose: col bambino sempre allegro, fidente nel padre, riccioluto e pulito-pulito, e Smith/Chris anche lui inamidato nonostante le notti insonni passate a studiare e dormire dove capita, magari sui sedili della metropolitana notturna, mentre intorno i colleghi o superiori non si accorgono di nulla o fingono di non vedere l’occultata sofferenza della sua dignità. Negli ultimi minuti del film, dopo tanto soffrire, la felicità degli anni Ottanta si spalanca davanti al protagonista, e didascalie fuori scena ci raccontano la fortuna economica di Chris Gardner.

Perché il film può annoiare profondamente? Forse per il motivo per cui ha molti è piaciuto e piacerà: il suo appartenere a quegli
exempla ficta
che, se azzerano ogni sorpresa, tuttavia ripagano del grado di partecipazione sofferta con la vittoria finale. Quanto al film in sé e per sé, è un buon prodotto di artigianato hollywoodiano; una sceneggiatura che semplifica e riduce abilmente, una scenografia che elegantemente ripropone la San Francisco anni Ottanta, dove ancora si fumava negli uffici – mentre non si allude mai alla libertà sessuale, che c’era, perché ancora non era arrivata la calamità dell’Aids: non si allude perché nel film, forse per colpa del piccolo riccetto, il protagonista non scopa mai né con la moglie né con altre; mentre nel libro, che ho sfogliato, si scopa e molto.

La critica americana ha parlato di
Muccinian Touch,
ma francamente il tocco qui è soprattutto di Will Smith, che tramuta tutto in oro, sia nelle vesti di cantante che di bad boy che in ruoli drammatici come questo. Tutto il film è costruito ossessivamente su di lui e suo figlio (suo figlio anche nella realtà), fino a ridurre a semplice contorno sfocato figuranti e comparse, luoghi o ambienti specifici: non c’è spazio per uscire da quel duo filiale e paterno che ha infiniti esemplari in letteratura e cinema. E per il quale si citano Chaplin e Vittorio De Sica, ma in realtà si trova soltanto, in una scena intollerabile per melensaggine, un omaggio al Benigni de

La vita è bella.

Piacerà il film in Italia? Sbancherà il botteghino come in America? Probabilmente sì. La macchina della propaganda si è messa in moto alla grande. La sera dell’anteprima, giovedì 11 gennaio, Will Smith e Gabbriele Muccino rubavano la scena nei Tg agli ineffabili efferati coniugi di Erba.
(piero gelli)

La leggenda di Bagger Vance

Savannah, Georgia, 1916. Non c’è torneo di golf che la giovane promessa Rannulph Junuh non sia in grado di vincere. La prima guerra mondiale si incarica però di infrangere le sue sicurezze di golden boy abituato ad avere il successo a portata di mano. Tornato distrutto dal conflitto, supera la crisi accettando di partecipare a un grande torneo organizzato dalla sua ex ragazza, Adele Invergordon. Rannulph ritroverà l’entusiasmo e la forza di andare avanti grazie all’ispirazione di una guida sui generis: il caddy di colore Bagger Vance. Trent’anni fa il ruolo di Matt Damon ne
La leggenda di Bagger Vance
sarebbe stato perfetto per lo stesso Robert Redford, il quale ancora una volta non rinuncia a portare sullo schermo la parabola del giovane wasp che a un tratto scopre – sulla scorta di un’esperienza personale che è insieme generazionale e storica – l’impossibilità di corrispondere alle aspettative di eroe vincente di una società dilacerata. L’ex protagonista di
Come eravamo
e
Il migliore
(film ai quali
La leggenda di Bagger Vance
si riallaccia per temi, personaggi e dinamiche narrative) restituisce un ritratto a tutto tondo di un eroe biondo e fiducioso, tipico esponente di una disponibilità tutta rooseveltiana verso le sorti progressive dell’America democratica e liberale. Il percorso di conflitto e riscatto ambientato nel mondo dello sport, sullo sfondo dell’emblematica città di Savannah (già descritta da Robert Altman in
Conflitto di interessi
e da Clint Eastwood in
Nel giardino del bene e del male
), fanno de
La leggenda di Bagger Vance
un’opera sintomatica che, pur con qualche prolissità, si mantiene aderente all’universo fiero e dolente del Redford maturo, un cineasta che da vent’anni cerca di analizzare i contorni storico-culturali del proprio statuto mitico di attore.
(anton giulio mancino)

Made in America

La Goldberg, fieramente orgogliosa e indipendente, è costretta a rivelare alla figlia adolescente che l’ha concepita ricorrendo alla banca dello sperma. Così la figlia scopre che il padre è un venditore d’auto trombone ed è bianco. Film davvero stupido che parte da una premessa intelligente. Le due signore intrappolate nel negozio della Goldberg sono Frances Bergen (la madre di Candice) e la star televisiva degli anni Cinquanta Phyllis Avery.

Nemico pubblico (1998)

Nemico pubblico

mame cinema NEMICO PUBBLICO - IL FILM DEL 1998 STASERA IN TV will smith
Will Smith in una scena del film

Enemy of the State – Nemico pubblico è ambientato negli ultimi anni ’90. Il Congresso degli Stati Uniti cerca di far approvare una nuova legge, la quale possa espandere il potere delle Agenzie di Intelligence. Ma molti politici sono contrari a questa iniziativa. Comincia quindi una lotta tra chi vuole dominare il popolo americano e chi vuole tutelare la sua privacy. Chi avrà la meglio? Gli Americani manterranno la propria libertà individuale senza essere spiati costantemente?

Curiosità

  • Il film è del 1998, diretto da Tony Scott.
  • La scelta di Gene Hackman come membro del cast è un riferimento a La conversazione, film del 1974 diretto da Francis Ford Coppola. Infatti, in quest’ultima pellicola Hackman recita come protagonista.
  • Inoltre, la sequenza in cui Robert (Will Smith) incontra Rachel (Lisa Bonet) in piazza è stata costruita riprendendo la scena iniziale di La conversazione.
  • Il “rifugio” di Edward Lyle (Hackman), in più, è identico al luogo in cui lavora il protagonista del film di Coppola.
  • Un’altra citazione a La conversazione è l’impermeabile trasparente indossato da uno degli agenti NASA.
  • Mel Gibson e Tom Cruise furono presi in considerazione per il ruolo del protagonista, ma poi questo fu assegnato a Will Smith.
  • Anche George Clooney avrebbe dovuto far parte del cast.
  • Per il ruolo di Edward Lyle, invece, si pensò inizialmente a Sean Connery.
  • Nel corso del film il protagonista usa spesso una console TurboExpress della NEC: un caso, quindi, di product placement.
  • Il titolo dell’album Empire of the state dei Blink 182, uscito nel 1999, è una parodia del titolo originale del film.

Sette anime

Tutto ha inizio con una lista di sette nomi: Ben Thomas, Holly Apelgren, Connie Tepos, George Ristuccia, Nicholas Adams, Ezra Turner e Emily Posa. L’unica cosa che hanno in comune è che ognuno ha raggiunto un punto di svolta nella vita e ha bisogno di aiuto. A loro insaputa, Ben li ha scelti accuratamente per far parte del suo piano di redenzione. Ma è Emily Posa (Rosario Dawson), una donna che soffre di problemi cardiaci, che stravolge completamente la visione del mondo di Ben e di quello che ritiene possibile.

Bad Boys II

I detective Mike Lowrey e Marcus Burnett della squadra narcotici di Miami sono impegnati a combattere la diffusione di ecstasy. Mike indossa completi alla moda, viaggia in Ferrari, è spericolato nella sua professione. Marcus è invece più moderato, fa terapia per superare l’ansia, ha una famiglia e vorrebbe rischiare di meno. I due si imbattono nei traffici di Johnny Tapia, boss cubano che vuole estendere il suo commercio in tutta la città e per trasportare il denaro utilizza un agenzia funebre. Sulle sue tracce c’è anche Syd, la bella sorella di Marcus, agente federale in incognito. Tra lei e Mike c’è del tenero e la cosa fa infuriare Marcus, ma quando Syd viene rapita e portata a Cuba i due Cattivi Ragazzi devono unirsi per liberarla. Ci riusciranno?
Il primo episodio di Bad Boys ha riscosso un grande successo di pubblico incassando oltre centosessanta milioni di dollari in tutto il mondo, un record per la Columbia Pictures. Un trampolino di lancio per la carriera di Martin Lawrence, Will Smith e del regista Michael Bay. Dopo otto anni arriva sugli schermi il secondo episodio, decisamente ben fatto. Quasi due ore di azione e humour. Effetti speciali a go-go, macchine che volano e si incendiano: annoiarsi è veramente difficile. Tutto è incentrato sulla verve dei due protagonisti, che si muovono tra inseguimenti in macchina e sparatorie. È la classica coppia di poliziotti amici che non perdono occasione per litigare e intanto fanno battute nei momenti più drammatici, muovendosi e agendo come due rapper. Dopo Arma letale e i successivi cloni e sequel, una pellicola che rispetta in tutto e per tutto i canoni dell’action movie animato da una coppia di smaliziati piedi piatti. C’è persino un richiamo alla politica internazionale, con i cubani cattivi e produttori di eroina, e quelli buoni, impegnati nella resistenza anticastrista e amici degli americani. Una specie di versione 2003 della guerra fredda di Rocky IV. (francesco marchetti)

Hitch

Will Smith è una forza della natura, travolgente e simpatico ma, purtroppo, anche sconsiderato. Non giudico le sue performance da rapper ma da quando ha lasciato la televisione per il cinema, al suo attivo ci sono già una serie di brutti film, che vanno dalla dozzinale fantascienza al demenziale-grottesco, eccetto il primo, quello del suo esordio,
Sei gradi di separazione
di Fred Schepisi, nel quale interpretava il ruolo di un giovane nero che si introduce in una casa di ricchi Wasp newyorkesi, raggirandoli con molte balle finché il gioco delle menzogne, ripetuto nevroticamente, non lo conduce a una brutta fine.

Questo Hitch, apparentemente, sembra un film pensato apposta per lui, ma il personaggio poco credibile e poco consistente lo devitalizza, e Smith si fa rubare la palla dal coprotagonista, il bravissimo Kevin James, assai convincente nel creare la figura del ciccione imbranato e goffo con le donne. La commediola, furba e innocente, cerca di rinnovare senza riuscirvi la favola buonista alla Frank Capra con l’ironia accantivante, dal graffio soffice, alla Quine; il tutto per compiacere il pubblico di Revlon. Ed è proprio in una serata sponsorizzata dalla Revlon che l’ho visto.
Hitch
è infatti un tipico prodotto di sponsorizzazioni di lusso, dai profumi alle macchine (anche acquatiche) alle magliette; tutto rigorosamente trendy, come si dice, (e così sappiamo, per esempio, che le Lacoste riprendono il sopravvento sulle Polo Ralph Lauren): ambienti patinati, impiegati post-yuppie, bionde copertinare e manager femmine assolutamente improbabili, un universo acriclico, finto come una foto di
Vogue.
Il che non sarebbe neanche un dato negativo di per sé, ché non è certo la veridicità ciò che si chiede a questo genere di cinema. Ma un minimo di credibilità psicologica sì, una dose più contenuta di stupidità anche; mentre qui gronda da tutti i pori dei vari personaggi e riverbera in platea tra il pubblico.

Dunque, il nero e fascinoso e mentecatto Hitch invece di fare la marchetta, come tanti anni fa faceva il bianco Richard Gere (nel film, naturalmente, in
American Gigolò),
di mestiere fa l’esperto dell’arte, o della tecnica, di conquistare le donne. E questo insegnamento lo impartisce a pagamento – e ben salato, immaginiamo, visto il suo splendido appartamento nel centro di Manhattan – sulla base di un’esperienza che nel film è posta come un dato di fatto, come una dote innata, perché non ha uno straccio di donna. In più, quello che insegna sortisce sempre un effetto sbagliato, essendo le donne molto più furbe di lui. E ci vuol poco. Insomma, da questa premessa narrativa si sviluppa una storia così assurda che al confronto i film con Alvaro Vitali sembrano fatti da Lubitsch. Hitch verrà smascherato in questo suo tristo lavoro e così la morale puritana è salva, mentre lui, poveretto, finisce tra le braccia di una giornalista dedita al vip gossip, così stronza e presupponente che qualsiasi altro, munito di un po’ di cervello, l’avrebbe scaricata senza troppi complimenti.