Il mucchio selvaggio

Molti cinefili piangono, alle pellicole di Peckinpah: quando Randolph Scott non vuol farsi vedere da Joel McCrea mentre muore (
Sfida nell’Alta Sierra
), o quando Warren Oates inveisce sulla tomba della donna amata (
Voglio la testa di Garcia
). Anche il suo capolavoro,
Il mucchio selvaggio
, si vede con un groppo in gola: un film di violente emozioni e un barbaro monumento a un’America che scompare. I protagonisti sono banditi che cercano riscatto, reietti come solo il cinema americano di quegli anni poteva permettersi di mostrare (mentre Peckinpah gira, a Woodstock suonano); ma quando entrano nel villaggio messicano al suono della «Golondrina» siamo oltre il limite del melodramma. Peckinpah è forse l’ultimo vero regista americano: al suo confronto persino Clint Eastwood è un auteur europeo, da «Cahiers du cinéma». Il mucchio selvaggio dà la vertigine, attraversa le vene dell’America, e nello sbalorditivo massacro finale (uno dei picchi della storia del cinema statunitense), partito da John Ford, giunge fino a Jackson Pollock.
(emiliano morreale)

Jack Diamond gangster

Vivace cronaca su un gangster dell’era della Grande Depressione, ben equilibrato tra l’azione delle sparatorie e le relazioni sentimentali del personaggio di Danton con pupe appariscenti (come la giovane Dylan Cannon). Strepitosa fotografia di Lucien Ballard.

Gangster tuttofare

Herbie, simpatico lestofante americano, prepara un piano per svaligiare in Inghilterra il castello di Great Friars. Una volta ottenuti i necessari finanziamenti dal boss Nick Marco, Herbie si fa assumere sotto mentite spoglie dai proprietari del maniero che intendono perfezionare i loro sistemi d’allarme. Un giallorosa senza infamia e senza lode. Le trovate non sono di primo pelo, ma il risultato è tutto sommato gradevole.
(andrea tagliacozzo)

Frontiera

Al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, i poliziotti di frontiera traggono profitto dalle miserie dei poveri messicani in cerca di lavoro che cercano di emigrare illegalmente. L’agente Charlie Smith, che inizialmente partecipa alle azioni disoneste dei colleghi, si redime aiutando come può una giovane clandestina. Nonostante gli sforzi di Jack Nicholson e di Harvey Keitel, il film non riesce mai a decollare. La regia di Tony Richardson non ha più lo smalto di un tempo, ma è comunque dignitosa e contribuisce a tenere desto l’interesse.
(andrea tagliacozzo)