Highlander II – Il ritorno

Nel 2024, l’immortale Connor si scontra con alcuni biechi affaristi che, a scopo di lucro, vorrebbero mantenere lo scudo spaziale. Questo, costruito per proteggere la Terra dalla radiazioni solari, è divenuto ormai inutile dopo il ritorno alla normalità dello strato di ozono. Grande spreco di effetti speciali per una storia poco avvincente e alquanto confusa. Se il primo film era un po’ scemo ma godibile, questo seguito è invece davvero irritante.
(andrea tagliacozzo)

The Hot Spot, il posto caldo

Tratto dal romanzo
Hell Hath No Fury
, scritto nel ’52 da Charles Williams. Dopo un lungo vagabondare, Harry Madox decide di fermarsi in una cittadina del Texas. Assunto come venditore nell’autosalone di George Harshaw, l’uomo viene sedotto dalla moglie del proprietario, Dolly, stuzzicando contemporaneamente anche l’interesse di Gloria, la giovane ragioniera. Le atmosfere torbide del film ben si addicono alla regia di Hopper, che confeziona un bel noir atipico, ironico e fuori dagli schemi.
(andrea tagliacozzo)

Il messaggero

Tratto da una storia vera, il film ripercorre il terrificante episodio di una famiglia alle prese con le forze oscure del mondo soprannaturale. Quando i Campbell si trasferiscono nel Connecticut, apprendono immediatamente che la loro bella casa vittoriana ha una storia inquietante: non solo in passato era una camera mortuaria dove accaddero incredibili fatti, ma scoprono che il figlio chiaroveggente del proprietario – Jonah – si prestava da messaggero demoniaco, fungendo da “ingresso” al passaggio di  spiriti sinistri. Un terrore inenarrabile si presenta quando Jonah ritorna per scatenare nuove paure, questa volta nell’innocente e ignara famigliola.

Electric Dreams

Un soggetto classico, ma raccontato con lo stile dei videoclip, su un ragazzo “vecchio stile” che incontra una ragazza: l’intreccio si allarga poi a un triangolo, in cui il terzo incomodo e geloso è un computer. Una buona idea, che però si fa sempre più stupida con il passare dei minuti. Una nomination ai BAFTA Awards.

Il cuore di Dixie

Negli anni Cinquanta, Maggie e Delia frequentano l’Università dell’Alabama: la prima è fidanzata a Boots, figlio di un ricco proprietario terriero; la seconda, molto avvenente, è la ragazza più corteggiata della scuola. Per Maggie il casuale incontro con Hoyt, fotografo dalle idee progressiste e liberali, è come una folgorazione. Il film affronta tematiche importanti, come quelle del razzismo, ma in un modo del tutto superficiale e prevedibile.
(andrea tagliacozzo)

Haunting – Presenze

Un parapsicologo (Neeson) attira con l’inganno tre persone in una magione maledetta. Un thriller noiosissimo, che dispone di tutti gli effetti speciali possibili ma difetta totalmente di coerenza, logica e brivido. La performance della Taylor, nei panni di una solitaria che sente un’affinità con la casa, è l’unico elemento accettabile di questo bidone, che ha pochissimo in comune con il vecchio Gli invasati del 1963 o con il romanzo di Shirley Jackson cui dovrebbe ispirarsi. Panavision.

Number 23

Walter Sparrow è un accalappiacani sposato e con un figlio. La moglie Agatha, sapiente pasticcera, gli regala un libro intitolato
Number 23.
Walter inizia a leggere il romanzo e trova molti aspetti coincidenti con la sua vita: sembra essere legato spiritualmente al protagonista del racconto, il misterioso detective Fingerling ossessionato dal numero 23. Suggestionato, anche l’uomo cade in una spirale ossessiva.

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

Sideways

Tratto dal romanzo di Rex Pickett,
Sideways
di Alexander Payne è un tipico road movie che, sulla falsariga del viaggio-vacanza, racconta l’incapacità di crescere di due adolescentoidi quarantenni che non riescono ad affrontare la consapevolezza della loro mediocrità.

In tale senso il film, notevole anche se forse troppo esaltato, è il rovescio del mitico

Easy Rider
di Dennis Hopper (1969). Là protagonisti erano due giovani, la loro cultura alternativa, le speranze, la ribellione; qui sono due falliti, con la giovinezza ormai alle spalle, patetici e puerili. Il primo è un insegnante depresso, per un matrimonio andato a monte e per frustanti e reiterati tentativi di pubblicare romanzi (nel corso del viaggio verrà a sapere che anche l’ultimo ha sortito l’ennesimo rifiuto); quasi a compenso dei propri fallimenti si rigenera in una raffinata e pretestuosa specializzazione di enologo, esperto soprattutto nei vini californiani e appassionato del Merlot di laggiù, che decanta e deliba con rapite e barocche metafore. È ovvio che cade spesso in cupe e rissose ubriacature. Il suo amico, con cui in realtà ha poco in comune, se non l’amicizia che risale ai tempi della scuola, è un bellone passé, ex attore di
soap comedies
declassato a interprete di spot pubblicitari.

Tanto il primo è colto, introverso, dubbioso, timido, quanto l’altro è ignorante, estroverso, sventato, sfacciato. Quest’ultimo si deve sposare con una fanciulla, figlia di un facoltoso armeno alle cui dipendenze finirà col lavorare l’aitante attore. I due amici decidono di fare l’ultima vacanza insieme, nella California dei vini, passando di azienda in azienda, degustando e affogando nei calici le ragioni del loro malcontento.

Il film inizia con il protagonista, uno straordinario Paul Giamatti nel ruolo dell’insegnante depresso, che parte da San Diego, raccatta l’amico (un efficace Thomas Hayden Church) e si ferma a casa della madre, non tanto per festeggiare il suo compleanno quanto per rubare alla vecchia i soldi dal cassettone, e si ubriaca e piange su se stesso e telefona allo moglie, che in realtà si è già risposata.

La prima parte del film, con le puntuali visite e illustrazioni e degustazioni di pregiati vini del luogo, rischia la propaganda eno-viticulturale californiana (come il romanzo di Mario Soldati
Addio diletta Amelia)
talmente si dilunga nel descrivere e nel mostrare i pregi di celebri vigneti, lungo tutto un tour turistico-alcolico di eccessiva degustazione. Ma poi per fortuna il regista dimentica questo filo conduttore per concentrarsi sulle peripezie patetiche e spesso spassose dei due ragazzi invecchiati, come l’incontro di due piacenti e ben disposte enologhe, con cui s’intrecciano amori e disamori, oppure la brutta avventura dell’incorreggibile dongiovanni costretto dal marito di un’occasionale amante a fuggire nudo nella notte.

Sideways in inglese vuol dire «a sghembo, obliquamente», come il percorso bistorto degli ubriachi, come l’esistenza che conducono i due protagonisti, sempre eccentrica rispetto a un centro di realtà continuamente negata. Il regista è abile nel raccontare per semitoni, alludendo a situazioni esistenziali di struggente tristezza e malinconia, non solo dei due eroi
à rebours,
ma anche delle loro occasionali conoscenze, così come è astuto nel virare nel comico, nello stemperare tutto in una sorta di panica, anzi bacchica, felicità di filmare o di vivere.
(piero gelli)