Solaris

Lo psicologo Chris Kelvin (George Clooney), che vive in un luogo non meglio precisato del futuro, viene chiamato dal governo per andare su una stazione spaziale a indagare sullo strano comportamento dell’equipaggio. Gli astronauti da tempo hanno interrotto ogni comunicazione con la Terra, non dando più notizie riguardo le esplorazioni sul pianeta Solaris. Kelvin viene convinto da un messaggio del comandante Gibarian, suo amico, che però non gli spiega i motivi di questi comportamenti. Arrivato sulla stazione, lo psicologo scoprirà che il suo amico si è suicidato e i due scienziati superstiti danno chiari segni di squilibrio. Che segreto nasconde questa missione e il pianeta Solaris? Kelvin lo scoprirà a sue spese, riportando a galla una storia d’amore che era finita in maniera drammatica e proprio lì avrà la possibilità di cancellare quel tremendo senso di colpa, evitando di ripetere i suoi errori. Ma si può davvero rivivere il passato e modificarlo? A che prezzo poi?
Solaris
è una storia d’amore, nonostante tutto. Un viaggio dentro se stessi, nella fantascienza di poter tornare indietro per vedere se, con un’altra possibilità, si commettono gli stessi errori. Tratto dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem,
Solaris
approdò sul grande schermo per la prima volta nel 1972, diretto da Andrei Tarkovsky. La coppia Soderbergh-Clooney ritorna al cinema dopo il successo di
Ocean’s Eleven
e lo fa con un film completamente diverso e, se si vuole, più difficile. Ambientato esclusivamente negli interni delle stazione orbitale, il film vive per gran parte del montaggio tra le scene spaziali e i flashback. Due mondi che diventano paralleli, in cui le storie possono essere quasi sovrapponibili. Ottimo Clooney in una parte intensa, abbandonando per una volta quell’aria da guascone hollywoodiano.
(andrea amato)

Come un uragano

Adrienne (Diane Lane), una donna che si sta ancora riprendendo dal tradimento del marito e sta cercando di rifarsi una vita, ha appena saputo che lui vuole tornare a casa. Combattuta fra sentimenti contrastanti, accoglie con piacere la richiesta di una vecchia amica che la vuole ospite del suo albergo a Rodanthe per un fine settimana. Adrienne spera di trovare la tranquillità di cui ha bisogno per ripensare alla propria vita. La stagione è finita e l’albergo riapre solo per l’arrivo di Paul (Richard Gere), un medico che per tanto tempo ha sacrificato la famiglia per la carriera, e ora arriva a Rodanthe per adempiere a compito difficile e affrontare una crisi di coscienza.

Far From Heaven – Lontano dal paradiso

Inverno 1957. Cathy e Frank Whitaker sono la famiglia più invidiata di Hartford, piccola cittadina del Connecticut. Lui è il direttore commerciale di un’azienda di elettrodomestici che va a gonfie vele, lei la sua devota moglie, dedita alla cura della casa e dei due bambini. Sotto l’apparente perfezione del loro matrimonio si nasconde però l’omosessualità di Frank. Quando la donna scopre la relazione del marito con un altro uomo, decide di iniziare a frequentare un giardiniere di colore, attirando su di sé i pettegolezzi di tutta la cittadina.

Giunto alla sua quarta prova da regista (dopo
Poison, Safe
e
Velvet Goldmine),
Todd Haynes decide di ricostruire nei minimi particolari l’immaginario cinematografico degli anni Cinquanta, dal look dei protagonisti alla fotografia agli interni delle case, per poi mostrare la disgregazione di una famiglia apparentemente felice. Il suo è un omaggio ai melodrammi americani dell’epoca, reso credibile dall’ottima interpretazione di Julianne Moore, davvero convincente nei panni di una donna tanto entusiasta quanto ingenua, e di Dennis Quaid, che ne interpreta il mediocre e ipocrita marito. Il fallimento del loro matrimonio è il perfetto prodotto di una società bigotta e razzista, fondata su meschinità e ipocrisie. Haynes gioca a metterne in evidenza le caratteristiche più distanti rispetto alla realtà odierna (la separazione fisica fra neri e bianchi, l’omosessualità trattata come una malattia), riuscendo in tal modo a smontare l’iniziale illusione indotta nello spettatore. Non tutto però gira alla perfezione: i «colpi di scena» previsti dalla sceneggiatura sono tutt’altro che sorprendenti e molto, troppo spesso, si ha la sensazione di assistere a un semplice esercizio di stile. Meglio tornare all’originale: a Douglas Sirk e al suo
Secondo amore
(1955), forse la pellicola che più di ogni altra ha ispirato Haynes nella realizzazione di questo lavoro.
(maurizio zoja)