Snatch-Lo strappo

Franky «Quattrodita» e i suoi uomini eseguono una rapina da manuale ad Anversa. Il cospicuo bottino è una partita di diamanti, tra cui una pietra di inestimabile valore destinata al boss Avi. Prima di raggiungere quest’ultimo a New York, Franky si ferma a Londra per smerciare parte dei preziosi, ma il soggiorno si rivela più pericoloso del previsto. Con il precedente
Lock & Stock-Pazzi scatenati
– un ironico crime movie sulla scia di Tarantino – l’inglese Guy Ritchie era riuscito a suscitare entusiasmi in patria e negli Stati Uniti. Entusiasmi probabilmente non giustificati, anche a giudicare da questa sua seconda fatica: una discutibile rimasticatura del primo film, realizzata con i soldi degli americani e la benedizione della sua celebre consorte, la cantante Madonna. Non sembra nemmeno privo di talento il giovanotto, ma è tanto terribilmente presuntuoso che finisce per prendersi troppo sul serio, nonostante il tono della pellicola consigli il contrario. Come se un onesto calciatore di serie A – mettiamo un Pancaro o un Tacchinardi – si credesse improvvisamente d’essere diventato Maradona. Un dribbling ogni tanto l’azzecca pure, ma poi finisce per marcarsi da solo o segnare nella propria porta.

È il caso di Guy Ritchie, che si crede Tarantino – perché scrive dialoghi arguti e mette in scena macchiette divertenti – ma, al contrario del collega d’Oltreoceano, è incapace di dare una struttura decente al suo raccontino. E non serve aggiungere di tanto in tanto inserti da videoclip per vincere la noia. Per non parlare degli stereotipi razzisti – ebrei, zingari, russi, neri e chi più ne ha più ne metta – all’insegna del politically incorrect: ma le intenzioni sono ironiche, per carità, e più che offensivo o fastidioso il nostro amico finisce solo per risultare stupido. Quasi quanto il suo film.
(andrea tagliacozzo)

Codice: Swordfish

Il misterioso Gabriel Shear, spia al servizio del Senatore Reisman, convince l’abile hacker Stanley Jobson – reduce da diversi anni di prigione per essere riuscito a intrufolarsi nei sistemi informatico dell’FBI – ad aiutarlo in un impresa ai limiti dell’impossibile: appropriarsi di svariati miliardi di fondi governativi illegali che giacciono in alcuni conti bancari protetti da sofisticati sistemi di sicurezza. Con i soldi che Shear gli ha promesso, Stanley spera di riuscire a ottenere l’affidamento della sua adorata figlioletta Holly. Ma sulle tracce dei due si lancia il tenace poliziotto Roberts. Comunque lo si guardi, il film di Dominic Sena non riesce affatto a convincere: sul piano narrativo è alquanto esile e confuso; su quello drammatico lascia il tempo che trova e le vicissitudini familiari di Hugh Jackman sono commoventi quanto uno spot della Barilla; quanto all’azione – che dovrebbe essere il piatto forte del film – è dispensata in quantità minime ed è di dubbia qualità. Dominic Sena gira le sparatorie e gli inseguimenti giusto un filo meglio di Tony Scott (non ci vuole molto, a dire il vero…) e l’unica idea divertente (l’autobus appeso a un elicottero) sembra solo una variazione sul tema di cose già viste altrove (
Darkman
di Sam Raimi e
Supercop
di Stanley Tong). Perfino il cast, davvero ottimo sulla carta, viene banalmente sprecato: Travolta continua a gigioneggiare nel ruolo del cattivo (che gli è riuscito solo in
Face/Off
); Hugh Jackman (che assomiglia in modo impressionante a Clint Eastwood da giovane) ha una bella faccia e carisma da vendere, ma è completamente fuori parte nei panni dell’eroe per caso (perfino un po’ vigliacco); Don Cheadle, straordinario in
Boogie Nights
, qui sembra persino svogliato e poco convinto; rimane Halle Berry, che è un bel vedere e meriterebbe un 10 e lode per la sua avvenenza, ma è troppo poco e non basta per salvare il film dalla più totale mediocrità.
(andrea tagliacozzo)

Fuori in 60 secondi

Un famoso ladro di automobili di lusso (Cage), da tempo fuori dal giro, è costretto a riprendere l’attività per evitare al fratello (Ribisi) una brutta fine; il mandante è un supercattivo senza pietà (Eccleston). Per aiutare il fratello, accetta l’ultima missione: rubare 50 automobili in un colpo solo… Ispirato a una pellicola del 1974 (
Rollercar, sessanta secondi e vai!
di H.B. Halicki),
Fuori in 60
secondi è un filmone fracassone che cade nel peccato più grave per un lavoro di questo tipo: la noia. Strano, ma non si riesce più a trovare un giocattolone ad azzeramento generale di cervello capace di divertire senza offendere la decenza.
Fuori in 60 secondi
cerca disperatamente di cogliere lo spirito leggero di molti heist movies degli anni Sessanta e Settanta, ma ruzzola perché pretende anche di essere aggiornato ai tempi. Quindi via con una musica assordante e mod (tra Moby e Groove Armada, più un orripilante pezzo dei Cult) e con una galleria di facce finte da far paura (a parte Cage, che aggrotta le sopracciglia quando deve fare il pensoso, Angelina Jolie sembra Anna Oxa, Eccleston un ballerino scappato da
Tante scuse
, James Duval sbalzato direttamente da
Totally F***ed Up
di Araki, Robert Duvall e Delroy Lindo vecchi e imbarazzati, per non parlare dell’apparizione spaventosa di Grace Zabriskie, distrutta; Vinnie Jones è un buzzurro simpatico, ma soltanto perché non dice una parola). I personaggi sono tirati e buttati via, e i dialoghi delle sequenze «intimistiche» da far rabbrividire. Scott Rosenberg, che firma lo script, non ha mai più ritrovato la quasi-perfezione della sceneggiatura di
Cosa fare a Denver quando sei morto
, anche se
Generazione perfetta
non fa così schifo come molti affermano: evidentemente ci siamo persi pure lui. Il delirante inseguimento tra la polizia e Cage nel pre-finale non è da buttare, perché Sena non è Michael Bay (per fortuna), ma è il solo momento in cui ci si sveglia: per il resto non ci sono altro che le battute idiote dei membri della banda, che chiamati per il colpo se ne escono regolarmente con «Ormai sono fuori, mi spiace» e poi accettano tutti. La notte in cui finalmente si rubano le auto è eccitante quanto un cerotto. Qualsiasi tentazione di leggere questa bufala alla luce di passioni metalliche, erotismo meccanico o simili è da ghigliottina. (
pier maria bocchi
)