Final Fantasy

Per la prima volta il cinema e il mondo dei videogiochi si incontrano dando vita a questo film. Tratto dall’omonima serie di videogame, giunto alla decima edizione con 33 milioni di copie vendute,
Final Fantasy
è un cartone animato super sofisticato, con una trama pretenziosa. Una scienziata, aiutata da un professore e da un militare suo amante, cerca di liberare la terra da un’invasione di alieni fantasmi. Grazie allo spirito della terra… I temi trattati, in maniera ambiziosa, sono l’amore, l’amicizia, il sogno, l’avventura, la vita, la morte e la filosofia stile New Age. Sembra proprio, a giudicare dagli incassi miliardari di
Shrek
e dall’attesa per
Tomb Raider
, che il mondo del digitale, del cartoon sofisticato, sia la moda del terzo millennio. Il rischio, guardando il film, è quello di perdere di vista la trama e concentrarsi sui particolari minuziosi con cui è realizzato, scadendo nella più classica delle esclamazioni di stupore: «Ma come hanno fatto, è incredibile».
(andrea amato)

La casa nera

Nella speranza di aiutare la madre malata e di prevenire lo sfratto da una topaia in un ghetto, un tredicenne (Adams) si ritrova intrappolato nella bizzarra dimora dei loro folli e assassini padroni di casa (McGill e Robie). Questo horror molto strano (con occasionali tocchi di commedia) si rivela essere una parabola sociale sullo sfruttamento dei meno abbienti da parte dei più facoltosi. Ambizioso ma estremamente disomogeneo.

Entrapment

L’agente assicurativa americana Zeta-Jones convince il suo capo a lasciarla adescare l’imprendibile ladro d’opere d’arte Connery: nasce così una gigante caccia al ladro che si svolge tra Londra e Kuala Lumpur. Le due star si guardano sempre con piacere e la pellicola è ricca di scene d’azione da ginnasti, ma il tutto risulta piuttosto piatto. Connery ha collaborato nella produzione esecutiva. Panavision.

Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Mission: Impossible

Ingegnoso adattamento in chiave moderna delle vecchie serie televisive di spionaggio segreto, riempito di innovazioni high-tech. L’agente segreto Cruise deve capire cosa è andato storto durante un’importante missione a Praga per stanare i responsabili. Il film perde grinta più volte, per risollevarsi alla fine con un travolgente inseguimento in treno ed elicottero. Le indimenticabili musiche per la televisione di Lalo Schifrin vengono riprese e amplificate di molti decibel. Cruise ha partecipato alla produzione esecutiva. Emilio Estevez compare non accreditato. Con due sequel. Panavision.

Mission Impossible 2

Un agente segreto deve recuperare un virus mortale: e per questo assolda l’ex amante dell’uomo che ha trafugato il virus. Ancora le colombe? Eh sì. E pare che John Woo se le porti da un film sperimentale gay da lui scritto e interpretato nel 1969, The Knot , riscoperto quest’anno a Hong Kong. Ci sono anche i giochini sul doppio resi popolari da Face/Off : va bene che in Mission: Impossible le maschere si sono viste sempre, ma adoperarle con tanta insistenza significa rivendicare l’autorialità («Avete visto come proseguo il discorso sulle apparenze che avevo iniziato in Face/Off? ») dove c’è solo una modesta trovatina, giocata troppe volte. Pennuti e ralenti a parte, il guaio di M:I-2 è che non c’è più pathos. E che c’è Tom Cruise. Lo stile romantico e barocco di John Woo funzionava, a Hong Kong, nel contesto di un cinema che, dai tempi di Zhang Che ( Blood Brothers : assistente alla regia, Wu Yusen), ha codificato l’intensificazione melodrammatica e la ridondanza spettacolare della messa in scena. Gli eroi versano lacrime e sangue: se hanno la faccia nobile di Ti Lung o quella espressiva e infantile di Chow Yun-fat possiamo crederci. Ma che cosa succede a questi codici, tolti dal loro contesto, e con facce come quella di Tom Cruise? Semplice: non funzionano più. Con Chow Yun-fat posso identificarmi e soffrire, anche perché so che non è invulnerabile, e in un film hongkonghese può sempre morire. Con Tom Cruise non mi identifico (così come lui non si identifica col personaggio: è Tom Cruise dall’inizio alla fine, un fighetto 38enne strapagato che cerca di dimostrare 15 anni di meno), e non soffro per lui. Anche perché so che è impossibile che muoia alla fine del film.
Woo non è uno stupido, anche se adesso va in giro a dire che girerebbe di corsa M: I-3 . E appena può la butta sul mélo. Con l’eroina che si sacrifica. Addirittura con i flashback rapidissimi e strazianti nel momenti clou. Ma rimane solo la forma, senza più anima. E a dire il vero comincia a dare segni di americanizzazione preoccupante, dopo un film complicato e coraggioso come Face/Off , che deve avere fatto impazzire più di un mangiatore di pop-corn. Prendiamo il già celebrato inseguimento in macchina/corteggiamento. Che bello, sembra un balletto. E che bisogno c’era di mettere in montaggio alternato le scene del flamenco? Non l’avevamo già capito? Delle due l’una: o prende lo spettatore per scemo, o non si fida più di quello che fa.
Fosse diretto da Stephen Hopkins, sarebbe un passabile polpettone. Ma in omaggio alla politique des auteurs, e per rispetto ai capolavori che Woo ha diretto in passato, ci vuole un po’ di severità. I primi della classe vanno sempre bacchettati. (alberto pezzotta)

Striptease

Un film indicibilmente noioso — per non dire sgradevole — basato su un romanzo di Carl Hiaasen, su una donna che ha perso la custodia della giovane figlia a favore dello spregevole ex marito e si mette a fare la spogliarellista per guadagnare in fretta i soldi necessari per il ricorso in tribunale. Poi ha una storia con un arrapato membro del Congresso. Non abbastanza divertente, o drammatico, o sexy, o brutto, per essere qualificato come intrattenimento in qualsiasi categoria. È la vera figlia della Moore che interpreta la ragazzina.

Con Air

Megafilm megastupido, ambientato a bordo di un aeroplano della polizia pieno di efferati criminali e di una manciata di prigionieri in libertà vigilata: tra questi ultimi c’è Cage, che era stato ingiustamente incarcerato. Una volta che l’aereo è decollato, i cattivi raggirano la sorveglianza e hanno la meglio. Alcuni buoni attori non possono fare di meglio con una sceneggiatura così insulsa, anche se zeppa di esplosioni e numeri acrobatici. Due nomination all’Oscar per il sonoro e la miglior canzone.

Allucinazione perversa

Un reduce del Vietnam, vittima di mostruose allucinazioni, indaga tra i suoi ex commilitoni e scopre che durante la guerra il suo plotone è stato usato come cavia per sperimentare una nuova potentissima droga. Il migliore tra i film di Adrian Lyne, ma anche, paradossalmente, il più sfortunato al botteghino. Incomprensibilmente ignorato dalla critica (almeno negli Usa), nonostante l’originalità del soggetto e alcuni spunti visivi davvero interessanti. Macaulay Culkin, il piccolo interprete di
Mamma ho perso l’aereo
, fa una fugace apparizione nei panni del figlio del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Idlewild

Musical disastroso interpretato dal duo hip-hop OutKast e ambientato nella Georgia del proibizionismo. Patton è un abile intrattenitore proprietario di un nightclub; Benjamin è il figlio represso di un imprenditore di pompe funebri, che lavora di notte come pianista e autore di canzoni. Le consapevoli e intriganti inquadrature del regista-scrittore Barber non riescono a salvare questa tortuosa vicenda dai dialoghi pesanti e farciti di cliché. Gli interventi musicali variamente sparsi falliscono nel tentativo di unire lo swing degli anni Trenta all’hip-hop. Il momento più alto del film, una canzone di Benjamin interpretata durante una cerimonia di imbalsamazione, è da vedere… per crederci. Super 35.

Homicide

Un poliziotto ebreo conduce una doppia indagine: da una parte il caso di uno spacciatore di colore, dall’altra l’inchiesta sull’assassinio di una signora ebrea titolare di un negozio nel quartiere nero. Ma la ricerca del colpevole e della vera faccia del Male porta inevitabilmente il protagonista – e lo spettatore – al fallimento delle proprie supposizioni o almeno dentro la rete di un intricato labirinto mentale, in un complotto di fronte al quale non è più possibile discernere il vero dal falso. Nulla di nuovo, a starci attenti. Da sempre è questa la tattica attraverso cui il drammaturgo David Mamet cerca di trasferire la proverbiale cattiveria e crudeltà delle sue opere teatrali nei territori della messa in scena cinematografica. Il pessimismo mametiano, quando passa al cinema, diventa infatti cronaca di un senso di paranoia, accompagnato dall’esibizione della menzogna che opprime un mondo dominato dal regime del falso. Purtroppo lo schema innanzittutto «mentale» che aveva dato vita alla perfetta trama del primo lavoro di Mamet – l’ottimo
La casa dei giochi
– comincia in
Homicide
a mostrare le prime incrinature, che rendono non del tutto convincente questo film per tanti aspetti lodevole. Problema di un cinema esageratamente «di sceneggiatura», come si suol dire. O forse, più semplicemente, problema di messa in scena di un regista troppo presto sopravvalutato, e in fondo con poche frecce da scagliare al suo arco. Al di là dei legittimi dubbi, comunque, un poliziesco da segnalare sia per la sua ambigua originalità che per l’interpretazione del protagonista, il bravo Joe Mantegna.
(michele fadda)

Indagini sporche – Dark Blue

Eldon Perry (Kurt Russell) è un poliziotto a Los Angeles, figlio di un poliziotto, nipote di un poliziotto. Non ha problemi ad ammazzare i malviventi e a fare piazza pulita senza scrupoli. Gli ordini del suo capo corrotto non vengono mai messi in discussione e con questi principi cerca di crescere anche la giovane recluta Bobby Keough. La Centrale di polizia, tra indagini della Disciplinare e guerre intestine per il potere, è in apprensione per il verdetto che riguarda i poliziotti che hanno picchiato l’automobilista nero Rodney King. Siamo nell’aprile del 1992, gli agenti verranno prosciolti e la città californiana verrà messa a ferro e fuoco. In questo clima di guerriglia urbana, Perry deve indagare su un brutale omicidio, che nasconde un giro di corruzione. Ancora una volta, per assecondare il capo, farà la cosa sbagliata. Nato da un’idea dello scrittore James Ellroy
(L.A. Confidential), Indagini sporche – Dark Blue
si è aggiudicato il Leone Nero come migliore film al Noir in Festival di Courmayeur. Un poliziesco che, piuttosto che vivere sugli effetti speciali, preferisce scavare sui propri limiti, su quanto il senso di obbedienza e di appartenenza possano deviare l’animo umano. Buon ritmo, buon soggetto, ma con una sceneggiatura un po’ banale e infarcita di luoghi comuni. Nel complesso un film godibile.
(andrea amato)

Vittime di guerra

Durante la guerra del Vietnam, un plotone americano, comandato dal cinico sergente Maserve, cattura una giovane contadina, che viene stuprata a turno dai soldati. L’unico ad opporsi all’inumano trattamento a cui è sottoposta la ragazza è la recluta Eriksson. Una volta tornati alla base, questi decide di trascinare i propri compagni davanti alla corte marziale. Film di grande impatto visivo ed emotivo, ingiustamente sottovalutato alla sua uscita. Michael J. Fox si dimostra a suo agio anche nel registro drammatico. Bravissimo anche Sean Penn. (andrea tagliacozzo)

Mission: Impossible III

L’agente speciale della MIF (Mission Impossible Force) Ethan Hunt ha deciso di cambiar vita. Fidanzato con la bella Julia ha tutte le intenzioni di portarla all’altare per dedicarsi a una tranquilla e appagante vita familiare. Ma il suo senso del dovere e la voglia di avventura lo spingono ad affrontare un ultimo caso: liberare un’agente della squadra tenuta in ostaggio da Owen Davian, un criminale senza scrupoli. La missione di salvataggio riesce ma… Mezzo flop al botteghino con l’esordiente Abrams (regista di serial televisivi) imposto da Cruise.

Out of Sight

Jack Foley (George Clooney) ha messo a segno più di duecento rapine in banca, non ha mai usato armi ed è finito in galera solo tre volte. Sta rapinando l’ennesimo sportello, ma quando sta per scappare (con molta calma) l’auto non parte. Finisce in prigione a Miami. Evade. Guarda caso proprio all’uscita della buca scavata sotto il penitenziario c’è l’agente dell’Fbi Karen Sisco che spara agli evasi. Lui se la cava e Buddy, il suo complice, nasconde evaso e sceriffa nel bagagliaio dell’auto. Sono stretti stretti, ma parlano di cinema. Si piacciono, è evidente. Anzi, lei lo sognerà in atteggiamenti romantici. Ma Jack va per la sua strada, anche perché quando era carcerato aveva pensato a un grosso colpo a Detroit. Con Buddy, tenta la grossa rapina a un pezzo grosso finito a sua volta in prigione per insider trading, ma con diamanti grezzi per milioni di dollari nella vasca dei pesci di casa. Ci provano. Intanto la bella Jennifer, detective con mini tubino e spacco, è sulle loro tracce. E sarà proprio lei a catturare il bel Jack. Ma forse una prossima evasione…
Un poliziesco rosa dalla trama un po’ complicata, con molte assurdità (flash-back, scene immaginate…), che si regge soprattutto sui due bellissimi di Hollywood: George Clooney (che Soderbergh dirigerà nel 2001 in
Ocean’s Eleven
) e la cantante-attrice Jennifer Lopez. Qualche risata, per una trama un po’ troppo scontata (soprattutto per la parte romantica) fin dall’inizio. Per il regista, la rinascita dopo
Sesso, bugie e videotape
del 1989. Ruoli cameo di Michael Keaton e Samuel L. Jackson.