La vita è bella

Guido Orefice, ebreo, vuole aprire una libreria ad Arezzo, e intanto fa il cameriere. È il 1938. Conosce Dora, che chiama «Principessa», maestra di buona famiglia. Se ne innamora. Corteggiamento fantasioso, folle, irresistibile. Ed ecco che la coppia si ritrova sposata con un bambino di cinque anni, Giosué. La guerra è cominciata, le leggi razziali sono già in vigore. Sulla saracinesca della libreria di Guido c’è scritto con lo spray «negozio ebreo». «Babbo perché qui non possono entrare i cani e gli ebrei?», domanda Giosué che ha appena letto un cartello sulla vetrina di un negozio… Guido, il bambino e un anziano zio vengono deportati in un campo di concentramento. Dora fa di tutto per seguirli. E proprio nel campo nazista Guido riesce a trasformare, per il suo bambino, il lager in un gioco. Bisogna raccogliere mille punti per vincere un carro armato, ma bisogna attenersi alle regole dei tedeschi che dettano le regole. Non chiedere di vedere la mamma, non piangere, non chiedere la merenda… E Giosué, che pure sente la mancanza di Dora, che ha fame, che ha freddo, che sente dire che finiranno tutti nel forno crematorio («Babbo, mi hanno detto che diventeremo bottoni e sapone…e poi finiremo nel forno…», e Guido: «Ma Giosué – toccandosi il bottone della giubba – ti pare che questo possa essere Bartolomeo?»), riesce a stare al gioco. E quando gli americani entreranno nel campo di concentramento con il carro armato, mentre Guido è stato fucilato appena poche ore prima, Giosué riabbracciando la madre grida felice: «Mamma, abbiamo vinto. Abbiamo vinto…».
Il nazismo vinto con la fantasia, le regole del lager trasformate in un gioco, la morte battuta dall’amore di un padre per il suo bambino. Questo è il film di Roberto Benigni (e di Vincenzo Cerami, co-sceneggiatore), regista e protagonista, con la moglie Nicoletta Braschi e il piccolo Giorgio Cantarini. Con l’ironia e la poesia, con le risate e le lacrime, con il coraggio e con fantasia, Benigni ha potuto affrontare (e per questo è stato anche criticato) un tema tabù come l’Olocausto (guarda caso proprio qualche mese prima di Train de vie – Un treno per vivere di Mihaileanu, altro film che affronta lo stesso tema con un altro espediente fantasioso), mostrando nella prima parte dell’opera quanto la vista sia bella e nella seconda quanto possa essere brutta. Un film non perfetto (la ricostruzione del lager ha molte pecche, per esempio), che ha avuto uno strepitoso successo. Inevitabili i confronti con Schindler’s List e con Il grande dittatore di Charlie Chaplin. Musiche – bellissime – di Nicola Piovani. Oltre 90 miliardi di incasso al botteghino (130 milioni di dollari solo negli Usa), tre Oscar (miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore musica), otto David di Donatello, Gran premio a Cannes, quattro Nastri d’Argento… Accolto con favore anche dalla comunità ebraica. Indimenticabile Sofia Loren quando ha consegnato la statuetta a Benigni gridando «Robbberto!». E indimenticabili la volata sulle sedie di Benigni e il discorso fluviale in un inglese maccheronico che ha fatto ridere e piangere il mondo. Record di 16 milioni di spettatori quando il film è stato trasmesso la prima volta in televisione dalla Rai, il 22 ottobre 2001.

Johnny stecchino

A Firenze, l’ingenuo Dante s’innamora della bella e misteriosa Maria, che lo invita a raggiungerla a Palermo. La donna è la moglie di Johnny Stecchino, un pentito della mafia costretto a nascondersi per evitare d’essere fatto fuori, a cui Dante somiglia come una goccia d’acqua e che, a sua insaputa, dovrà sostituire in pubblico per esporsi al tiro dei sicari. Leggermente migliore del precedente lavoro da regista di Benigni ( Il piccolo diavolo ), il film soffre ancora una volta di una struttura fragile e poco cinematografica, solo saltuariamente ravvivata dai guizzi del comico toscano. Sceneggiatura dello stesso Benigni scritta in collaborazione con Vincenzo Cerami (coautore di tutti i film dell’attore, compreso il sopravvalutato La vita è bella ). (andrea tagliacozzo)

Pianoforte

Una studentessa universitaria e un giornalista affermato hanno un problema comune: sono entrambi tossicodipendenti. Provano a smettere, con l’aiuto di una clinica, e la cura sembra riuscire. Ma dura poco. Interessante opera prima della figlia di Luigi Comencini, Francesca, in un lavoro scritto a quattro mani con Vincenzo Cerami (sceneggiatore abituale di Benigni, da Il piccolo diavolo a La vita è bella ). (andrea tagliacozzo)

La fame e la sete

Tre maschere familiari ai fan di Albanese (Alex Drastico, Ivo Perego e Pacifico) non fanno un film: così come un paio di personaggi prepotenti non portano un po’ di sana cattiveria se restano solo due macchiette (per di più punite alla fine). Vincenzo Cerami, co-sceneggiatore con il regista, non garantisce coerenza a un intreccio che si dipana pigramente, pago di ripetere le stesse gag sino alla noia.

Il piccolo diavolo

Esorcizzando una grassa parrucchiera posseduta dal demonio, un sacerdote americano si trova davanti a un piccolo e scatenato diavoletto, simpatico quanto irriverente e dispettoso. Ai colleghi del convento, il prete presenta lo strano essere, fonte inesauribile di guai, come suo nipote. Commedia ricca di momenti esilaranti, ma anche di grandi lacune e una struttura narrativa praticamente inesistente. La sceneggiatura del film, tutt’altro che esaltante, è firmata dall’attore toscano assieme a Vincenzo Cerami. (andrea tagliacozzo)

Pinocchio

Rotola un tronco di pino nel borgo ottecentesco. Come una furia abbatte persone, animali, gendarmi, uomini galanti, bancarelle con la frutta… E si ferma davanti a una casa. La casa di Geppetto, il falegname. Che prende il tronco, gli dà un bacio perché la legna è bella e comincia a lavorare di scalpello. Vuol farne un burattino: «Ti chiamerò Pinocchio, dal pino». Così entra in scena Pinocchio con il suo abituccio bianco e rosso e il cappello a punta di pasta di pane. Prima aveva fatto la sua apparizione la Fata Turchina, su una carrozza bianca trainata da centinaia di topolini. E aveva regalato la luce a quel paesello toscano. Ma adesso cominciano le avventure di Pinocchio. «Quante ne ho fatte, quante me ne son capitate…», è il suo intercalare quando passa di avventura in avventura. E la storia è nota: Geppetto vende la giacca per comprare l’abecedario al suo figliolo e il suo figliolo lo rivende per entrare nel teatrino dei burattini. Nel teatro le marionette lo riconoscono e Mangiafuoco lo fa prigioniero, ma poi si intenerisce e gli regala cinque zecchini. Pinocchio è libero di tornare da Geppetto per aiutarlo, ma incontra il Gatto e la Volpe che lo raggirano per prendergli i soldi. E poi Lucignolo, il paese dei Balocchi, il Grillo Parlante, ma soprattutto la buona e bella Fata Turchina, e ancora il Pescecane, i ragazzi trasformati in ciuchini… Finché Pinocchio diventa buono, non dice più le bugie, ha capito cos’è il bene e cos’è il male. E allora vestito finalmente come un bambino, la giacchetta blu elettrico tutta abbottonata e i pantaloni corti, va finalmente a scuola. Ma la sua ombra, a scuola, non ci vuole entrare e, rasente i muri, si allontana, segue la farfalla azzurra e spazia sui meravigliosi colli toscani.

È il
Pinocchio
di Roberto Benigni, classico, ottocentesco, toscano. Di più, la maschera di Pinocchio secondo Roberto Benigni. Che ha fatto un film perfetto. Perfetto nella scenografia, nei personaggi, uno più azzeccato dell’altro, nei costumi, nei trucchi, nelle ricostruzioni del borgo toscano dei tempi di Collodi. Il massimo che Benigni potesse raggiungere grazie a Danilo Donati, che ha firmato le scenografie e che è scomparso durante la produzione (il film è dedicato a lui), grazie agli effetti speciali (il tronco, il naso che si allunga, i topolini digitali che tirano la carrozza, il Grillo Parlante piccolo piccolo, la balena…) e grazie agli attori che hanno fatto minuscole e grandi parti. Da Carlo Giuffré nei panni di Geppetto, ai Fichi d’India, indovinatissimi Gatto e Volpe, a Kim Rossi Stuart, credibile e simpatico Lucignolo, a Corrado Pani in una apparizione fugacissima dallo scranno del giudice con il lecca-lecca in mano. E ancora Peppe Barra che fa quell’antipatico del Grillo parlante, Alessandro Bergonzoni, il cattivo padrone del circo… E poi certo Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. La signora Benigni, nei costumi strepitosi della Fata Turchina, è una fata leggiadra, ma che suona un po’ falsa e un po’ fredda, con le sue lezioncine e i suoi sorrisi sempre uguali. E Roberto Benigni, che dopo gli Oscar per
La vita è bella
è riuscito a mettere in piedi questo kolossal da 40 milioni di euro (4000 comparse, 28 settimane di lavorazione, una troupe di 150 persone, 477 giocattoli costruiti per il Paese dei Balocchi…), è finalmente Pinocchio. Un vecchio progetto Benigni-Fellini e primo amore letterario (e poi nelle versioni di Guardone e di Comencini): lui è un burattino in carne e ossa, che si agita, salta, sgambetta, inciampa, corre… alla Benigni. Non è ingenuo, è furbetto, anche cattivello (un po’ meno del monellaccio di Collodi), simpatico nel suo dirsi che cosa è bene fare e ostinarsi a fare quel che non deve. Ma non convince fino in fondo, forse perché, come ha detto Nicola Piovani, l’autore delle musiche (non indimenticabili come quelle de
La vita è bella),
il Pinocchio di Benigni «è una maschera». Il regista-protagonista, anche per evidenti questioni d’età non può fare lo scolaretto, né il monello. Ma fa la maschera del giamburrasca. È un’astrazione, è la sua idea di Pinocchio, più che la sua raffigurazione. E questo è un limite, anche perché gli altri personaggi sono molto più convincenti. Proprio per questo, nel
Pinocchio
di Benigni, si fatica a trovare la magia, l’atmosfera di favola, magari la malinconia, l’infanzia (già, dove sono i bambini?), il sogno…
(d.c.)