Homicide

Un poliziotto ebreo conduce una doppia indagine: da una parte il caso di uno spacciatore di colore, dall’altra l’inchiesta sull’assassinio di una signora ebrea titolare di un negozio nel quartiere nero. Ma la ricerca del colpevole e della vera faccia del Male porta inevitabilmente il protagonista – e lo spettatore – al fallimento delle proprie supposizioni o almeno dentro la rete di un intricato labirinto mentale, in un complotto di fronte al quale non è più possibile discernere il vero dal falso. Nulla di nuovo, a starci attenti. Da sempre è questa la tattica attraverso cui il drammaturgo David Mamet cerca di trasferire la proverbiale cattiveria e crudeltà delle sue opere teatrali nei territori della messa in scena cinematografica. Il pessimismo mametiano, quando passa al cinema, diventa infatti cronaca di un senso di paranoia, accompagnato dall’esibizione della menzogna che opprime un mondo dominato dal regime del falso. Purtroppo lo schema innanzittutto «mentale» che aveva dato vita alla perfetta trama del primo lavoro di Mamet – l’ottimo
La casa dei giochi
– comincia in
Homicide
a mostrare le prime incrinature, che rendono non del tutto convincente questo film per tanti aspetti lodevole. Problema di un cinema esageratamente «di sceneggiatura», come si suol dire. O forse, più semplicemente, problema di messa in scena di un regista troppo presto sopravvalutato, e in fondo con poche frecce da scagliare al suo arco. Al di là dei legittimi dubbi, comunque, un poliziesco da segnalare sia per la sua ambigua originalità che per l’interpretazione del protagonista, il bravo Joe Mantegna.
(michele fadda)

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)