Impostor

Anno 2079, la Terra è da dieci anni in guerra con forze aliene malvagie. Spence Olham è uno scienziato che lavora a un’arma segreta per sconfiggere il nemico ed è figlio di un martire della guerra. Improvvisamente viene accusato di essere una spia aliena con il preciso compito di uccidere un potente politico. Olham scappa, ma è braccato da tutti. La ricerca della verità e della sua innocenza si sovrappogono a crisi d’identità. Un thriller psicologico ambientato nel futuro, ma il cui soggetto è stato scritto negli anni Cinquanta, in piena fobia da invasione marziana e nel periodo d’oro della fantascienza. Tratto da un racconto di Philip K. Dick, celebre autore che ha ispirato
Blade Runner
e
Atto di forza,
Impostor
in realtà ha molta meno forza dei predecessori, ma comunque con alcuni spunti originali come: venire accusati improvvisamente di essere qualcun altro è il conflitto più spaventoso che può capitare a un uomo. Come puoi provare chi sei realmente? Ricostruzione cupa e grigia di una società del futuro basata sul sospetto, in cui la democrazia è stata sacrificata per la ragion di stato, per sconfiggere il nemico comune.
(andrea amato)

Tutto quella notte

Una baby sitter riceve la chiamata di soccorso di un amica che si trova dall’altra parte della città. Non potendo abbandonare i bambini che le hanno affidato in custodia, li porta con sé, trascinandoli in una notte che non tarderà a rivelarsi avventurosa. Esordio dietro la macchina da presa del futuro regista di Mamma ho perso l’aereo , Mrs. Doubtfire e Harry Potter e la pietra filosofale con una commedia prevedibile, ma tutto sommato divertente. (andrea tagliacozzo)

Ed Wood

Vera storia di Ed Wood jr., «il peggior regista di tutti i tempi», eterosessuale con la passione del travestitismo. Wood mette su una compagnia di collaboratori sfigatissimi e coinvolge il vecchio Bela Lugosi, divo dell’horror ormai distrutto dalla droga, per realizzare
Plan 9 from Outer Space
. Uno dei migliori film sul cinema degli ultimi decenni. L’«adolescente» Burton ci regala un (auto)ritratto adulto e quasi esorcistico, un canto d’amore al cinema e a tutti i loser, i freak e i non riconciliati. Magicamente, Burton evita ogni effetto-nostalgia e ogni sarcasmo snobistico. Wood/Depp è fratello degli adolescenti dark e dei ragazzi-ostrica, e Ed Wood è per Burton quello che
La camera verde
è stato per Truffaut (altro regista-fanciullo): un impietoso confronto con la propria necrofilia-cinefilia. Geniale, e lucidissimo, il confronto finale di Wood con Orson Welles. Per capire quale possa essere un atteggiamento «giusto» verso il mass-cult infimo, e come quietamente se ne possa cogliere la poesia, rimane indimenticabile il monologo di Martin Landau (un Bela Lugosi straordinario), specie in versione originale.
(emiliano morreale)

Strange Days

Sgargiante ma disturbante miscela di azione futuribile e rilevanza sociale. Fiennes è uno spacciatore di registrazioni mentali di esperienze reali, di cui alcuni sono diventati dipendenti; poi incappa in una oscura cospirazione delittuosa che coinvolge i suoi clienti. Roboante e ambizioso, ma capace di catturare, a sprazzi, il brivido da assuefazione della realtà virtuale anche se la storia d’amore interrazziale tra Fiennes e la Bassett alla fine suona fasulla. Cosceneggiato da Jay Cocks e James Cameron. Super 35.

Mystic Pizza

Gradevole ritratto di provincia con una Julia Roberts al suo primo ruolo importante. In una cittadina del Connecticut, le sorelle Kat e Daisy, alle prese con problemi sentimentali, lavorano in una pizzeria assieme all’amica Kat. Quest’ultima fa anche da baby-sitter alla figlia di un giovane architetto, Tim, del quale finisce per innamorarsi.
(andea tagliacozzo)

The Cell

Chi è Tarsem? Regista indiano. Regista di cosa? La risposta si impone da sé. Uno che gira un film come
The Cell
non può che essere un pubblicitario o un regista di videoclip musicali. Da cosa lo si deduce? Caratteristica comune a tutti i fedeli alla linea Mtv che provano a fare un film è la totale mancanza di un’idea di cinema che non sia pura e semplice rappresentazione dell’immagine in sé. Qui l’esercizio di stile è portato agli estremi, approfittando di un canovaccio che supporta qualsiasi invenzione visiva: il film inscena l’esplorazione dell’inconscio di un serial killer da parte di una fantasmagorica Jennifer Lopez nei panni di un’improbabile cyber-psicologa. Sembra a tutti gli effetti un’operazione studiata al tavolino, perché Tarsem deprime – forse volutamente – tutte le possibilità che un film del genere poteva assicurargli, concentrandosi unicamente sull’esposizione di estetiche di fine millennio. Più che un film, sembra il clip pubblicitario della collezione di alta moda di un futuro stilista schizofrenico. Lopez sfila su passerelle virtuali, mettendo in mostra la sua statuaria eleganza e niente più. E il cinema sta a guardare.
(dario zonta)