Giovanna d’Arco di Luc Besson

Approccio accattivante alla storia di Giovanna D’Arco, con una vibrante Jovovich nei panni della contadina che conduce gli uomini del suo paese in battaglia. Ma in questa versione (sceneggiata da Besson e Andrew Birkin) lei si fa anche delle domande, il che fa perdere slancio al film dopo un’elettrizzante prima metà piena di scene di battaglia vivide e aggressive. Una versione alternativa dura 158 minuti. Super 35.

Sulle mie labbra

Una ragazza parzialmente sorda e tenuta in scarsa considerazione che lavora in un ufficio assume un teppista ex carcerato come suo assistente, e diventano complici in un crimine. Questo thriller feticista psicosessuale su un grosso colpo non ha neanche un personaggio piacevole, ma è così pieno di svolte inaspettate e colpi di scena che vi catturerà. Cassel e la Devos sono bravi da paura nel ruolo dei perversi reietti. Audiard è anche co-sceneggiatore. 

Shrek

Shrek

mame cinema SHREK - STASERA IN TV IL PRIMO FILM DELLA SAGA scena
Una scena del film

L’orco Shrek (doppiato da Mike Meyers in originale e da Renato Cecchetto in italiano) desidera solo una cosa: vivere in pace e in solitudine nella sua fangosa palude. Ma quando Lord Farquaad (John Lithgow in originale, Oreste Rizzini in italiano) decide di cacciare tutte le creature magiche dai suoi feudi, esse si rifugiano proprio nella palude di Shrek. In compagnia dell’irriverente asino parlante Ciuchino (Eddie Murphy in originale, Nanni Baldini in italiano), l’orco va quindi a presentare le sue lamentele presso il lord.

Dal canto suo, Lord Farquaad ambisce al titolo di re, ma, per diventare un sovrano, dovrà sposare la figlia di un sovrano. Fra le tre candidate disponibili, Farquaad sceglie la principessa Fiona (Cameron Diaz in originale, Selvaggia Quattrini in italiano), la quale però vive in un lugubre castello sorvegliato da un pericoloso drago. Il lord, essendo esile e basso di statura, sa di non poter affrontare una simile impresa, perciò convince Shrek a portare Fiona da lui in cambio dell’evacuazione della palude.

L’orco accetta e va a salvare Fiona insieme a Ciuchino. Ma, da questo momento in poi, il protagonista comincia a sentire il bisogno di evadere dalla propria solitudine. E un’importante lezione sulla differenza tra essenza e apparenza gli cambierà la vita.

Curiosità

  • Il film, del 2001, è diretto da Andrew Adamson e Vicky Jenson.
  • Il personaggio di Ciuchino è stato modellato su Pericles, un vero ciuco di Barron Park, Palo Alto, in California. Secondo alcuni rumor, Shrek sarebbe invece basato sul wrestler francese Maurice Tillet (1903-1954), nonostante la DreamWorks non ne abbia mai dato conferma ufficiale.
  • La pellicola ha incassato circa 484 409 218 dollari in tutto il mondo, ricevendo generalmente recensioni positive da parte della critica.
  • I personaggi sono diventati ormai un cult della cultura popolare, così come la colonna sonora del film (tra cui I’m a believer e All Star degli Smash Mouth).

RECENSIONE

La demenzialità in stile fratelli Farrelly irrompe nel mondo delle favole (e dei cartoon digitali). Fortunatamente il tocco degli autori di Shrek non è altrettanto pesante e il film è di ben altra levatura rispetto alle commedie dei registi di Tutti pazzi per Mary . La scelta di alzare il target di età – o comunque di ampliare il bacino di pubblico, dai più piccoli agli adulti oltre i quaranta – è evidente fin dalla scelta delle voci originali dei protagonisti: Mike Myers (quello della geniale serie Austin Powers ) per Shrek, Eddie Murphy per Ciuchino (in originale Donkey) e Cameron Diaz per la bella Fiona. Il doppiaggio italiano, purtroppo, ci nega il privilegio di ascoltare le prodezze vocali dei divi appena menzionati (e il rammarico, per lo scatenato Murphy, non è poco), anche se il fascino visivo del film, legato ai maghi dell’animazione digitale della PDI/DreamWorks (già artefici di Z la formica ), è intatto. Nessuna invenzione clamorosa, rispetto a gioielli come A Bug’s Life o Galline in fuga , ma comunque una buona serie di trovate divertenti (a dir poco esilarante la parodia di The Matrix ) e un andamento anarcoide e surreale che lascia piacevolmente sorpresi. In aggiunta, un finale in cui s’insegna giustamente ai bambini – ma anche ai più grandi – che la bellezza fisica è (o dovrebbe essere) del tutto relativa. Almeno nelle favole. (andrea tagliacozzo)

Derailed

La vita non è mai perfetta. Scontato, ma vero. Neanche se sei un benestante pubblicitario di Chicago, felicemente sposato con una splendida donna che ti ha dato una figlia ormai quasi adolescente. Perché la tua felicità è a rischio ogni giorno. Come pattinare sul ghiaccio sottile. Charles Schine (Clive Owen) ha in effetti almeno due motivi di preoccupazione: primo, la sua piccola Amy (Addison Timlin) è malata di diabete e bisognosa di un trapianto; secondo, il suo lavoro sta conoscendo un periodo di crisi. Le responsabilità sono molto pesanti, la tentazione di scappare è forte. Sarà una donna incontrata per caso sul treno che tutte le mattine lo porta verso il centro della città, Lucinda Harris (Jennifer Aniston), a offrirgli una via di fuga. Ma le cose non andranno come previsto, e la vita di Charles finirà per deragliare, anche a causa del violento incontro-scontro con il gangster francese LaRoche (Vincent Cassel).

Nonostante le critiche piuttosto negative ricevute in patria, alla prova dei fatti questo
Derailed –
prima pellicola hollywoodiana dello svedese Mikael Hafstrom
(Evil: Il ribelle) –
si rivela un thriller onesto e godibile, che si avvale di una trama tutto sommato ben congegnata. Poca originalità e assolutamente nessun colpo di genio, ma si tratta certamente di un’opera media piuttosto che mediocre. La regia è pulita ed efficacie, e non «deraglia» troppo dai cliché tradizionali del genere. La scena che introduce il misterioso narratore della storia, all’inizio, è lampante da questo punto di vista: fatta quasi esclusivamente di «dettaglioni», ci presenta una figura in penombra che si accende quella che sembra essere l’ultima sigaretta della sua vita. Chi sarà? Ovviamente, lo scopriremo solo nel finale.

Punto di forza del film è sicuramente il cast piuttosto azzeccato. Menzione d’onore per il protagonista Clive Owen, che viene pestato a sangue per almeno un’ora e mezza, prima dell’ inevitabile vendetta finale; ma il personaggio più divertente è senza dubbio quello cucito addosso a un Cassel insanamente sardonico e più crudele che mai. Da segnalare il ruolo niente affatto secondario riservato ai rapper RZA e Xzibit: il primo se la cava piuttosto bene nonostante la sua interpretazione venga un po’ snaturata dal doppiaggio, mentre il secondo lucida la sua immagine pubblica
gangsta
interpretando il balordo tirapiedi del
super-villain
Laroche.

Derailed
scorre piacevolmente per tutta la sua durata, anche se la sceneggiatura a volte soffre di qualche caduta: i dialoghi tra Charles e Lucinda, nella scena in cui i due si conoscono sul treno, sono francamente insopportabili.
In definitiva, si può parlare di un compitino ben svolto. «Più che sufficiente, ma puoi fare meglio», direbbe la professoressa di italiano.
(michele serra)

I fiumi di porpora

Il commissario Niémans si reca a Guernon per indagare sul decesso di un ex studente della locale università, ritrovato ferocemente mutilato. A 300 chilometri di distanza, il commissario Kerkérian indaga sulla profanazione della tomba di una bimba morta vent’anni prima. Fatalmente le due indagini s’incrociano e rivelano agghiaccianti retroscena sull’attività scientifica dell’università di Guernon. Kassovitz numero quattro. Dopo il fallimento (meritato) di
Assassin(s)
, l’ex ragazzo prodigio del cinema d’Oltralpe – definito da Spike Lee «il tizio col nome buffo che mi copia in Francia» – si ricicla come muscolare esecutore di thriller seriali. Penalizzato da uno script inetto e privo di interesse (con soluzione finale telefonata già dopo il primo quarto d’ora), da interpreti simpatici ma qui inefficaci, da un’ambientazione montanara da film turistico svizzero e da un finale inutilmente tonitruante, il film si archivia immediatamente con il secondo e probabilmente definitivo scivolone di Kassovitz. Si salva solo l’«inutile» combattimento in palestra, con tanto di polvere di gesso che si solleva dagli abiti di Cassel.
(giona a. nazzaro)

Nemico pubblico n.1 – L’ora della fuga

Mesrine (Vincent Cassel) torna in Francia dopo essere stato in esilio in Canada. Si allea con il killer soprannominato “La Portaerei” (Samuel Le Bihan) e architetta una serie di rapine a mano armata. Sebbene la maggior parte delle volte sia capace di stare un passo avanti rispetto alla legge, alla fine si ritrova di nuovo in prigione, dove fa amicizia con l’astuto François (Mathieu Amalric). Con l’aiuto di François, Mesrine riesce ad evadere di prigione e diventa una specie di celebrità: scrive un’autobiografia, entra in confidenza con i ricchi e cerca di dipingersi come un estremista politico grazie all’aiuto di Charlie (Gerard Lanvin), portavoce di sinistra. Mesrine rafforza la sua relazione con una nuova compagna Sylvia (Ludivine Sagnier), ma volta le spalle ad alcuni dei suoi vecchi amici e sottovaluta la determinazione della polizia Francese, intenzionata a fermarlo una volta per tutte…

Nemico pubblico n.1 – L’istinto di morte

Ispirato al romanzo autobiografico di Jacques Mesrine L’Instinct de mort, che scrisse dal carcere poco prima della sua clamorosa evasione, il film di Jean-François Richet segue, con ritmo adrenalinico, l’ascesa di Mesrine da soldato ribelle dell’esercito francese di stanza in Algeria, a spietato criminale nelle strade di Parigi. Il primo di due film, intesi come un unico progetto sul personaggio Mesrine (Vincent Cassel), getta le fondamenta di quella che sarebbe diventata una lunga sequenza di atti criminosi, che parte con la scena dell’ ‘iniziazione’ di Mesrine all’efferata violenza, durante un interrogatorio a un prigioniero in Algeria. Assetato di potere e in cerca di denaro facile, Mesrine torna in Francia dove trova tutto a portata di mano. Ad ostacolare i suoi piani, ci sarà però Guido (Gerard Depardieu) – il boss a capo della criminalità locale. E dopo l’ incontro di Mesrine con la bella e altrettanto spietata Jeanne Schneider (de France), i due che fanno coppia fissa al pari di Bonnie e Clyde, si gettano in una sequela di rapine a mano armata che li porta da Parigi fino a Montreal…

Il patto dei lupi

Sud della Francia, 1764. Decine di persone vengono ferocemente uccise da un animale, forse un lupo. La popolazione è terrorizzata e il re Luigi XV vuole vederci chiaro. Il sovrano invia nella regione di Gévaudan, teatro delle uccisioni, due uomini incaricati di far luce sulla vicenda. Uno è il cavaliere Grégoire de Fronsac, l’altro è il suo amico Mani, un indiano incontrato durante un viaggio in America. Alloggiati presso un nobile, i due scopriranno che gli aristocratici della regione hanno deciso di sfruttare la paura della gente nei confronti dell’animale.

Costata 60 miliardi, l’opera seconda di Christophe Gans ne ha già incassati 52 in Francia, grazie a un mix di sangue, avventura, mistero e kung-fu. Il regista di
Crying Freeman
(1995) ha messo insieme un cast di big del cinema francese (Samuel Le Bihan, Vincent Cassel, Emilie Dequenne e Jérémie Rénier), cui ha accostato la «nostra» Monica Bellucci, moglie di Cassel e il campione di kung-fu Mark Dacascos, già protagonista di
Crying Freeman
. La storia raccontata da
Il patto dei lupi
è realmente accaduta e in Francia è molto popolare, ma il regista, a partire dalle scene di kung-fu, ha voluto evitare la strada del film storico, puntando alla realizzazione di una favola, sono parole dello stesso Gans, «per i ragazzi che leggono i manga e potranno amare un personaggio come Mani, uno che parla con i lupi ed è ancora in contatto con lo spirito della terra». È raro vedere un film d’azione ambientato nel 1764, con tanto di effetti speciali e ritmo serratissimo (il montatore è David Wu, già collaboratore di John Woo e Tsui Hark) eppure il linguaggio usato da Gans risulta convincente. Temi come il rapporto fra razionalità e superstizione avrebbero però meritato un maggiore approfondimento e a tratti i dialoghi sembrano essere stati sacrificati in favore dell’impatto spettacolare di alcune trovate. Un film godibilissimo comunque, esempio di cinema europeo senza complessi di inferiorità nei confronti delle megaproduzioni di Hollywood.

Amore al cioccolato

B.J. Cassidy, ricca e capricciosa donna d’affari americana, vuole a tutti costi acquistare una fabbrica francese di cioccolatini. Recatasi in Francia per condurre in porto la trattativa, la donna rimane colpita dal fascino dell’autista del Conte Hubert De La Cannelle, proprietario della fabbrica. Fiacco e prevedibile, nonostante il cast (di cui fa parte anche un giovane Vincent Cassel) non sia da buttare.
(andrea tagliacozzo)

Birthday Girl

John è un impiegato di banca insoddisfatto. Ma soprattutto, vivendo in un paese alle porte di Londra, ha difficoltà a trovare una donna. Su Internet scova un’agenzia matrimoniale russa («From Russia with love»…). Arriva la bellissima Nadia che non parla una parola di inglese. Comunicano – molto bene – a letto. Lui si affeziona alla ragazza. Ma un giorno, che lei dice essere il suo compleanno, bussano alla porta due individui russi. Torta e auguri. Uno sostiene di essere un cugino di Nadia, l’altro un amico. John tollera per un po’, poi li caccia: ma i due sono truffatori che, minacciando di uccidere Nadia, obbligano l’impiegato a svaligiare la banca… John scopre che i tre sono d’accordo, che Nadia capisce e parla l’inglese e che è la fidanzata, incinta, di uno dei due. La truffa del compleanno è già stata messa a segno varie volte, in vari Paesi. Eppure tra Nadia, che in realtà si chiama Sofia, è nato qualcosa…

Un’idea accattivante per una commedia che si regge, quasi completamente, sulla protagonista che per buona parte del film è muta (e anche moderatamente senza veli). Oppure parla russo (corso intensivo di otto settimane) con i compari. Nicole Kidman, che nell’ultima stagione è passata dalla divertente follia di
Moulin Rouge!
alla psicosi di
The Others
, è brava e bella. Perfetta tonta quando finge di non capire, sensuale quando capisce benissimo i giochetti sadomaso del bancario frustrato, complice spregiudicata dei due violenti delinquenti, brava mogliettina quando lavora a maglia… E certo, questa volta, non l’aiutano i costumi, né i trucchi, visto che ostenta lividi, graffi e smorfie quando si accapiglia ora con l’uno ora con l’altro. Ma tutto il resto è abbastanza scontato, se non banale. A partire dal finale. John è Ben Chaplin (
La sottile linea rossa, Lost Souls – L’ultima profezia
, niente a che vedere con la famiglia di Charlot), bravo, anonimo colletto bianco che fa footing e legge le riviste porno. Violenti (anche troppo) i due «cugini» russi Yuri (Vincent Cassel,
I fiumi di porpora, Il patto dei lupi
) e Alexei, il regista francese Mathieu Kassovitz (il Nino de
Il favoloso mondo di Amelie
, ma anche regista de
I fiumi di porpora
e
L’odio
). Il film è davvero un affare di famiglia inglese: il regista Jez Butterworth è anche sceneggiatore con Tom, mentre Steven è il produttore. Curiosità: il film, sebbene ambientato in Inghilterra, fu girato (a più riprese per gli impegni dei vari protagonisti) in Australia, per consentire alla Kidman di stare vicino all’allora marito Tom Cruise, sul set di
Mission Impossible II
.

Il cigno nero – Black Swan

Il cigno nero

mame cinema IL CIGNO NERO - STASERA IN TV IL FILM DI ARONOFSKY scena
Una scena del film

Nina Sayers (Natalie Portman) è una ballerina talentuosa, ma dalla personalità fragile e vulnerabile. Ciò è dovuto al suo rapporto morboso con la madre, Erica (Barbara Hershey), anche lei un’ex ballerina. Ossessionata dal fallimento della carriera della madre, Nina è alla costante ricerca della perfezione. E quando il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) annuncia di voler rappresentare Il lago dei cigni, Nina fa l’audizione per avere il ruolo della protagonista. Ma per far ciò, la ragazza deve essere sia il cigno bianco che il cigno nero.

Quando Nina ottiene inaspettatamente il ruolo tanto desiderato, ha inizio un lungo e duro allenamento, durante il quale Leroy teme che la ballerina sia capace di interpretare solo il cigno bianco. E l’arrivo di un’altra ragazza, Lily (Mila Kunis) mette ancora più in crisi Nina, facendole temere che la nuova arrivata possa soffiarle il posto. Pian piano, quindi, la protagonista vedrà emergere il proprio cigno nero: e, a quel punto, nessuno potrà più fermarla. Solo lei, infatti, è la vera nemica di se stessa.

Curiosità

  • Il cigno nero è stato il film d’apertura della 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e successivamente è stata presentata al Toronto International Film Festival 2010. Il film concorreva per il Leone d’oro, diventando il terzo film di Aronofsky ad essere presentato alla Biennale, dopo The Fountain – L’albero della vita e The Wrestler.
  • Per la sua interpretazione, Natalie Portman è stata premiata con l’Oscar alla Miglior attrice protagonista, oltre che con il Golden Globe per la Migliore attrice in un film drammatico. Sul set del cigno nero, inoltre, la Portman ha conosciuto il suo attuale marito, il ballerino e coreografo Benjamin Millepied. Dall’unione sono nati due figli.
  • In totale, alla fine del mese di maggio del 2011, il film ha incassato 107 milioni di dollari nei soli Stati Uniti e 222 milioni nel resto del Mondo.
  • Aronofsky e Natalie Portman avevano deciso di fare insieme un film sulla danza già quando lei aveva 20 anni e studiava all’università. L’attrice aveva preso lezioni di danza classica e moderna fino all’età di 13 anni.
  • Per il ruolo di Lily sono state prese in considerazione Eva GreenRachel McAdamsEmily Blunt e Blake Lively. Nel luglio del 2009 l’attrice Mila Kunis viene ingaggiata per il ruolo dell’antagonista della Portman.
  • Data l’impossibilità di occupare un teatro newyorkese per la durata delle riprese del film, solo alcune scene sono state girate al Lincoln Center, gran parte delle riprese si sono svolte negli spazi del Purchase College, della State University of New York, chiuso durante le vacanze invernali.

La promessa dell’assassino

Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen), è l’autista di una delle famiglie della fratellanza criminale nota come Vory V Zakone. La famiglia è capeggiata da Semyon (Armin Mueller-Stahl, attore nominato all’Oscar), l’impeccabile proprietario di un’elegante ristorante transiberiano, la cui cortesia nasconde in realtà una natura fredda e sanguinaria: le sue fortune sono amministrate dal figlio Kirill (Vincent Cassel), uomo capriccioso e instabile ancora in contrasto con l’invadente personalità del padre che non lo apprezza. La routine di Nikolai viene scossa quando, il giorno di Natale, incontra per caso Anna Khitrova (Naomi Watts), un’ostetrica di un ospedale a nord di Londra. Anna è molto turbata dalla tragica vicenda di un’adolescente morta dando alla luce il suo bambino, e intende rintracciare la famiglia d’origine della ragazza affinché si prenda cura del piccolo orfano. Il diario personale della ragazza potrebbe aiutare Anna nella sua ricerca della verità ma in realtà la proietterà in una difficile realtà criminale…

A Dangerous Method

Alla vigilia della prima guerra mondiale, Zurigo e Vienna fanno da sfondo a una complicata storia di scoperte intellettuali e sessuali. Basato su eventi reali, il film osserva le relazioni burrascose tra Carl Jung, psichiatra alle prime armi, il suo maestro Sigmund Freud e Sabina Spielrein, la bella giovane paziente che si frappone tra i due. Nel triangolo si inserisce anche Otto Gross, un paziente sedizioso, determinato ad allargare il più possibile i propri orizzonti. La loro personale esplorazione della sensualità, dell’ambizione e dell’inganno spinge Jung, Freud e Sabina a mettere in discussione e cambiare per sempre la natura del pensiero moderno.