Prime

New York, Manhattan. Rafi è una produttrice cinematografica separata di recente. Un giorno incontra il giovane David ed è amore a prima vista. Tra i due ci sono quattordici anni di differenza e, come se non bastasse, la madre di lui, Lisa, è la terapista di lei. Riuscirà a decollare questa relazione?

Paycheck

Michael Jennings è uno sviluppatore di progetti ad alto contenuto tecnologico per aziende che lo ingaggiano a suon di dollari e poi cancellano la sua memoria per impedirgli di divulgarne i segreti. Ma dopo aver portato a termine un progetto durato tre anni, non riceve nessun assegno. In banca trova invece una scatola piena di oggetti apparentemente inutili. La cancellazione della sua memoria gli impedisce di comprendere il motivo per cui, gli dicono, ha volontariamente rinunciato al compenso. Con l’aiuto di Rachel, la donna con cui negli ultimi tre anni ha lavorato e vissuto un’intensa storia d’amore, tenterà di risolvere l’enigma e, soprattutto, di capire perché i suoi ex datori di lavoro stanno tentando di toglierlo di mezzo.
Liberamente ispirato all’omonimo racconto scritto da Philip K. Dick nel 1953, il nuovo film di John Woo è un incrocio fra un thriller e un film di fantascienza, descrizione di un mondo in cui tecnocrati senza troppi scrupoli fanno utilizzo di macchine in grado di togliere all’uomo alcune sue facoltà, come quella di ricordare, per poi «regalargliene» altre, come quella di prevedere il futuro. Il regista di Mission: Impossibile 2, colpito dalle questioni di ordine etico sollevate dal racconto di Dick, è riuscito a realizzare un film che pone allo spettatore gli stessi dilemmi, invitandolo a riflettere su ciò che deciderebbe di fare qualora si trovasse nei panni del protagonista. Ben Affleck e Uma Thurman se la cavano con mestiere, nulla più. È invece la sceneggiatura, opera di Dean Georgaris, la parte migliore di un film condito con scene d’azione e sparatorie tipiche delle pellicole dirette da Woo. Imperdibile per i fan di quest’ultimo, un po’ meno per i lettori di Dick e comunque mai noioso, Paycheck diverte senza entusiasmare, perdendo nettamente il confronto con Face Off, il miglior film «americano» del regista di Hong Kong. (maurizio zoja)

Cowgirl – Il nuovo sesso

La trasposizione del datato romanzo di Tim Robbins, la cui protagonista è un’autostoppista dagli abnormi pollici, si piazza tra i peggiori film del decennio: non basta il peyote di tutta l’America del Sud-Ovest per rendere comprensibili, o anche solo sopportabili, le sequenze del ranch gestito da sole donne. Rimaneggiato dal regista dopo le reazioni ostili ricevute al Toronto Film Festival, è uscito in ritardo rispetto al previsto 1993. Unica nota positiva: la colonna sonora. William S. Burroughs fa una breve comparsa nelle prime scene, sulle strade di New York.

Un marito di troppo

Emma Lloyd, conduce un programma radiofonico che parla di sentimenti. La sua vita va per il meglio, il programma è seguitissimo, sta per uscire il libro che ha appena finito di scrivere e sta per sposarsi. Purtroppo però, qualcosa rovina i suoi piani, infatti, quando su suo consiglio, una ragazza lascia il fidanzato, questi per vendicarsi, con l’aiuto di un giovane esperto di computer, riesce a contraffare un documento di matrimonio che afferma che la Lloyd è sposata con lui. Quando la conduttrice scopre il fatto, crede che si tratti di un errore, e così rintraccia l’uomo che l’attestato afferma essere suo marito, per mettere fine al malinteso… Man mano che si conoscono, però, i due finiscono per innamorarsi ed Emma, deve decidere che cosa fare…

I miserabili

Adattamento rispettoso e di buona fattura del classico di Hugo, con intense interpretazioni di Neeson (Jean Valjean), della Thurman (Fantine), della Danes (Cosette) e naturalmente di Rush (l’antagonista Javert). Altro punto di forza sono le riprese “on location” a Parigi (e Praga). Eppure, specialmente nel finale, manca la scintilla che lo faccia davvero svettare.

Vatel

Il principe di Condé cerca di recuperare il credito perduto organizzando tre giorni di grandi festeggiamenti per celebrare il passaggio di Luigi XIV nelle sue terre. Si affida a Francois Vatel, il più grande maestro di cerimonie dell’epoca che, fra problemi di ogni tipo, organizza tutto alla perfezione. Fin dalla sequenza d’apertura, Vatel si presenta come un movimento inesausto di cose, persone e sguardi. Mentre la macchina da presa percorre i lussuosi ambienti del castello del principe, sfilano tanti personaggi indaffarati senza un motivo e, sullo sfondo, una teoria di suppellettili annuncia il tema del film (sbalordire attraverso lo sfarzo). Tutta questa agitazione sembra il frutto di una paura più che di una precisa volontà. Come i personaggi alla corte del re di Francia, Roland Joffé sembra preda delle bizze di un pubblico dalle non ben definite forme e dai gusti tanto instabili che solo un pot-pourri di immagini ed effetti può soddisfare. Perfetto emblema del superfluo al cinema, Vatel – un Depardieu, maestro di cerimonie al servizio di un principe che deve stupire un re per salvarsi dai debiti (la panoplia di autorità sembra ricalcare il numero padroni che l’operazione ha avuto) – è una buona immagine del ruolo che il cinema della Gaumont arriva a ritagliarsi. Come a dire: l’imitazione della peggior Hollywood.
(carlo chatrian)

Be Cool

Il seguito di
Get Shorty,
dieci anni dopo la pellicola di Barry Sonnenfeld, basato sul seguito del romanzo da cui era tratto, scritto dal famoso e prolifico Elmore Leonard, oggi ottantenne. Chili Palmer
(John Travolta),
diventato produttore cinematografico di successo grazie alla conoscenza diretta dei meccanismi del mondo del crimine da cui proviene, decide di entrare nel mondo attiguo della musica leggera, dopo aver scoperto lo straordinario talento della giovane cantante rythm’n’blues Linda Moon
(Christina Milian).
Per farlo, dovrà ancora una volta fare ricorso al suo sangue freddo e al bagaglio di esperienza maturato quando era un pocodibuono. Lo aiuterà Edie Athens
(Uma Thurman),
giovane vedova di un suo amico produttore discografico
(James Woods),
ammazzato da un improbabile killer russo con parrucchino all’inizio del film. La strada del successo è lastricata di pericoli, rappresentati dalla temibile band(a) del
gangsta rapper
Sin LaSalle
(Cedric the Entertainer)
– criminale laureato dai modi raffinati ma abituato a muoversi altrettanto bene nel ghetto e con la pistola – e dallo sgangherato e bilioso produttore Nick Carr
(Harvey Keitel),
dal suo vice Raji
(Vince Vaughn)
e dal di lui aiutante, muscoloso quanto irrimediabilmente gay con velleità artistiche The Rock
(Elliot Wilhelm,
noto negli Usa anche come pluricampione di wrestilig). Chi aiuterà la bella Linda a sfondare nello
showbiz?
Il famoso gruppo rock degli Aerosmith, naturalmente, presente al gran completo sul palco e con lo storico leader,
Steven Tyler
(papà di Liv), che gigioneggia in una particina. C’è anche l’apparizione di
Danny DeVito,
nella parte del produttore Martin Weir, protagonista di
Get Shorty.

Con un cast così, si potrebbe pensare che
Be Cool
non possa che essere una boiata pazzesca. Di solito, infatti, tanta abbondanza di nomi celebri nasconde storie zoppicanti, intrecci inesistenti, sceneggiature di serie B. Beh, non che sia un capolavoro, ma in questo caso ci troviamo di fronte a una commedia con screziature satiriche assolutamente godibile, divertente. Ci ha però deluso il
pas de deux
tra John Travolta e Uma Thurman, destinato nelle intenzioni del regista
Gary Gray
(The Italian Job, Il negoziatore)
a rinverdire i fasti di quello tarantiniano ne
Le iene.
Non li rinveridsce. Neppure con la complicità dei
Black eyed peas
che
rappano
sulle note di
Sexy.
La forza del film sta nella giusta caratura dei personaggi, che realizzano un’evidente presa per i fondelli della scena musicale americana, tiranneggiata dalle hip hop band che usano alla grande i mixer come le Smith & Wesson. Un mondo scintillante e lussuoso oltre ogni ragionevolezza, con un
backyard
che però puzza di monnezza manco fosse una discarica. Certo, trattasi di satira non ustionante, alla
volemose bene
anzichenò. Ma il sollazzo è garantito. Travolta con qualche chiletto di meno sarebbe un dio greco di mezza età. Uma è perfetta così. Compreso il tatuaggio. Scoprite voi dov’è andando al cinema.

(enzo fragassi)

Una scatenata dozzina

Tom Baker è l’allenatore della squadra di football americano di un liceo dell’Illinois. Dopo anni passati nell’ombra, un’importante università gli offre un posto da capo allenatore. La realizzazione del suo sogno professionale implica però il trasferimento di tutta la sua numerosa famiglia, dodici irrequieti figli che gli daranno più di un grattacapo, soprattutto quando la moglie Kate sarà costretta a recarsi a New York per promuovere il suo primo libro.

Già regista del discreto
Big Fat Liar,
totalmente sconosciuto al pubblico italiano, Shawn Levy fa il verso a
Mamma ho perso l’aereo
con una tragicommedia familiare in cui convivono una miriade di elementi già apparsi in decine di film dello stesso genere: il padre in gamba ma sotto sotto dipendente dalla madre, la partita di football, il bimbo superdotato, la figlia ribelle e così via. A Steve Martin il compito di far quadrare i conti, un obiettivo che l’attore non sfiora neanche lontanamente, e non certo per colpa sua. Forse, nel cercare di trasmettere l’idea del caos che regna nella famiglia dei protagonisti, il regista si è un po’ fatto prendere la mano, finendo con il frastornare anche lo spettatore con una sceneggiatura poco convincente. A volte sembra quasi che il film sia un pretesto per inanellare gag neanche tanto spiritose e la storia finisce sepolta dalle bizze dei vari personaggi, nessuno dei quali memorabile. Il cinema americano degli ultimi vent’anni trabocca di commedie famigliari senza pretese ma più divertenti di questa. Meglio risparmiare e noleggiare un home video.
(maurizio zoja)

Gli occhi del delitto

John Berlin fa il poliziotto, ed è sulle tracce di un serial killer con un’ossessione per le donne cieche. Helena è l’ottava di queste, ma ancora non lo sa. Per ora è una testimone, evidentemente non oculare: ha udito la voce dell’assassino. Berlin bracca il maniaco, ma si ritrova incastrato con un’accusa di omicidio e un ambiguo agente dell’Fbi alle costole.
Gli occhi del delitto
può essere subito neutralizzato: è sufficiente leggervi il disegno di un ennesimo thriller a protagonista assassino seriale, e riconoscervi l’ordito di
Il silenzio degli innocenti
, precedente di un solo anno. Eppure questo film di cassetta presenta un vero parterre de roi: Andy Garcia, Lance Henriksen, un vezzoso John Malkovich e uno dei migliori ruoli della straordinaria Uma Thurman. Su questo gruppo di interpreti si drappeggia un tessuto scuro intorno al tema della cecità: buio che avvolge le vittime e il poliziotto, che non vede il proprio omicida, ma soprattutto lo spettatore, dubbioso sull’identità del maniaco e l’innocenza del protagonista. Tortuoso nella costruzione del proprio caso, Gli occhi del delitto brilla per una messa in scena semplice e a tratti folgorante: il collegio per ciechi rimane un set di grande suggestione, una buia bolgia spiraliforme per personaggi e pubblico.
(francesco pitassio)

Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini

Gli dei della mitologia greca rivivono nel mondo moderno e danno vita a una nuova razza di giovani eroi, per metà mortali e per metà divini.  Percy, figlio adolescente di Poseidone, è sospettato di aver rubato il fulmine di Zeus, l’arma più potente dell’universo. Per provare la sua innocenza, il ragazzo intraprende un viaggio attraverso il continente, per catturare il vero ladro e salvare la sua famiglia dalle grinfie mortali del dio greco Ade.

Le relazioni pericolose

La perfida marchesa di Montreuil usa l’ex amante, il non meno diabolico Visconte di Valmont, abile seduttore, per compiere vendette personali. La giovanissima Cecile e la sensibile Madame de Tourvel vengono irretite dal fascino del gentiluomo. Elegante versione dell’omonimo romanzo di Chordelos de Laclos (tratta dal lavoro teatrale di Christopher Hampton), sufficientemente raffinata e frizzante per accontentare sia la grande platea che i palati più difficili. Cast d’interpreti quasi perfetto in cui spiccano, in ruoli di contorno, due future star: Keanu Reeves e Uma Thurman. Il film uscì contemporaneamente a un’altra pellicola basata sullo stesso soggetto,
Valmont
di Milos Forman. Tre Oscar: a Glenn Close, migliore attrice, alle scene e ai costumi.
(andrea tagliacozzo)

Kill Bill: Vol. 1

KILL BILL – VOLUME 1

Un matrimonio finito in carneficina. Una sposa (Uma Thurman) alla ricerca della propria vendetta. Da qui si sviluppa la trama di Kill Bill – Volume 1, film del 2003 scritto e diretto dal grande regista Quentin Tarantino.

Il mandante di questi omicidi è Bill, un uomo il cui volto non verrà mai inquadrato. Da qui, dunque, il titolo del film: la Sposa vuole trovare questo individuo e ucciderlo, chiudendo così i conti con il passato in modo definitivo. Ma riuscirà in questa impresa? Otterrà la vendetta che brama?

CURIOSITÀ

  • Kill Bill – Volume 1 nasce sul set di Pulp Fiction (1994). Infatti, in quell’occasione, Tarantino e la Thurman pensano insieme alla storiella che lei, in una scena di Pulp Fiction, racconta. Da qui l’idea per l’altra pellicola.
  • Tuttavia, dopo Pulp Fiction le strade di Tarantino e della Thurman si sono divise, rimandando il progetto pensato insieme. Successivamente, il regista incontrò nuovamente l’attrice e decise di girare Kill Bill come regalo per i trent’anni di lei.
  • Se Kill Bill – Volume 2, sequel del 2004, è ispirato allo spaghetti-western, a Sergio Leone e allo stile occidentale, il primo capitolo è invece proteso verso lo stile orientale. Ci sono infatti riferimenti a film con Bruce Lee e, in particolare, al capolavoro Cinque dita di violenza (1972). Quest’ultima pellicola lanciò in Italia il filone dei film di kung-fu.
  • La sequenza in stile anime che racconta il passato di O-Ren (Lucy Liu) è a cura di Production I.G., cioè uno studio d’animazione giapponese famoso per Ghost in the Shell.

Kill Bill: Vol. 2

Dopo aver ucciso le sue ex colleghe, la Sposa prosegue nella sua vendetta nei confronti di chi ha massacrato suo marito e i suoi amici nel giorno del suo matrimonio. All’appello mancano ancora Budd, Elle Driver e lo stesso Bill, un tempo amante della donna.

Dopo l’azione, il sangue e gli interminabili combattimenti del

Vol.1,
la seconda parte del quarto film di Quentin Tarantino abbandona le analogie con il cinema di Hong Kong per assomigliare, parole dello stesso regista, a uno spaghetti western. Ma «dietro ogni mia inquadratura c’è un film di Mario Bava», aggiunge, sottolineando l’omaggio della sua opera a uno dei maestri italiani del cinema di genere. Il «secondo volume» dà allo spettatore tutte le risposte alle domande nate dalla visione del «volume uno», affidandole a personaggi a tutto tondo come lo straordinario Bill di David Carradine, il fallito Budd di Michael Madsen e, ovviamente, la Sposa di Uma Thurman. Ciò che maggiormente colpisce sono le differenze stilistiche tra le due parti, originariamente concepite come un unico film poi diviso in due parti dalla Miramax a causa della sua eccessiva lunghezza. Tanto la prima era dominata da effetti speciali e coreografici combattimenti quanto la seconda si basa sui rapporti fra i suoi personaggi, in particolare sulla relazione vittima-carnefice che lega Bill e la Sposa. Tanto il primo volume era sembrato un’incredibile pezzo di bravura del regista quanto il secondo lascia spazio agli attori e alle loro intense interpretazioni. Sembra, insomma, di assistere a un altro film, di cui però è fortemente sconsigliata la visione a chi non abbia già assistito al suo predecessore.
(maurizio zoja)

Dalla parte del cuore

Farsa deludente su un ricco esperto di demolizioni di New York (Coleman) che decide di insegnare alla famiglia l’umiltà (e il valore del denaro) cacciandoli di casa e lasciandoli su una strada. Guazzabuglio dalle buone intenzioni, troppo bizzarro per essere preso sul serio. Sceneggiato da Boorman e dalla figlia Telsche; alcuni ci hanno visto un aggiornamento di un film precedente di Boorman, Leone l’ultimo.

Davanti agli occhi

Briar Hill, Connecticut. Scuola superiore. Diana e Maureen sono amiche inseparabili e insieme fanno tutte le cose tipiche degli adolescenti: saltare la scuola, fantasticare sui ragazzi, fare il bagno di nascosto nella piscina dei vicini, fumare spinelli… Diana è passionale e trasgressiva, Maureen timida e seria. Ma un solare mattino di primavera la vita di questa tranquilla cittadina è interrotta improvvisamente da un atroce e inaspettato evento. Diana e Maureen passeggiano nel corridoio della scuola quando decidono di fermarsi in bagno per rifarsi il trucco. Da lì dentro sentono strani rumori, urla e spari… La porta si apre improvvisamente e irrompe Michael, uno studente che impugna una mitraglietta. Michael punta l’arma contro le due ragazze. E’ in questo momento che Diana e Maureen pensano di morire entrambe, ma Michael offre loro una scelta: chiede a Diana e Maureen di indicare a chi delle due deve sparare… Quindici anni dopo ritroviamo Diana è sposata, ha una bambina e la sua vita è quasi perfetta ma…

La mia super ex ragazza

Matt è un bel ragazzo ma un po’ timido e imbranato. Una giorno, mentre è in metropolitana con l’amico e collega Vaughn, abborda l’occhialuta Jenny. I due cominciano a frequentarsi e finiscono per dare il via a una relazione. Lui, però, non è convinto che l’unione possa durare a lungo, soprattutto a causa delle continue crisi di gelosia di lei: tra l’altro, dietro l’aspetto ordinario di Jenny, si nasconde G Girl, una ragazza dai poteri straordinari al servizio del bene. Dopo l’ennesima litigata, Matt decide di tagliare con Jenny, inconsapevole di quello che gli accadrà. La super ragazza, infatti, fa di tutto per vendicarsi del rifiuto, amplificando il rancore con l’uso dei poteri. Quando poi Matt inizia un rapporto con la collega di lavoro Hannah, la rabbia di G Girl diventa incontenibile e si abbatte su entrambi.

The Producers

Max Bialystock (Nathan Lane) è un produttore teatrale di mezza età, la cui carriera si trova ormai in un vicolo cieco: lo chiamano il più grande produttore di fiaschi di tutta Broadway e per finanziare i suoi spettacoli è costretto a vendere le sue prestazioni amorose a uno stuolo di aristocratiche vecchine. Ma un giorno incontra Leo Bloom (Matthew Broderick), un giovane contabile senza spina dorsale che, accidentalmente, gli propone un metodo sicuro per diventare ricchi: produrre il più grande flop della storia, che possa fallire già alla prima serata, così da poter scappare con i finanziamenti ottenuti. Ma come si fa a ottenere un fiasco sicuro? Elementare: scegliendo la peggior sceneggiatura del mondo e affidandola al peggior regista disponibile. La sceneggiatura in questione è presto individuata: si intitola
Primavera per Hitler,
un’esaltazione della figura del führer scritta da un pazzo nostalgico del Reich. Ai produttori non resta altro da fare che mettere in piedi lo spettacolo…

La recensione

Remake di
Per favore, non toccate le vecchiette,
primo successo di Mel Brooks risalente al 1968. Storia interessante di circolarità: nel 2001 è stato realizzato un adattamento teatrale in forma d

Accordi e disaccordi

Dopo aver tentato di aggiornare il proprio cinema con passerelle di star e autoanalisi spietate quanto compiaciute, Woody Allen pensa bene di rifugiarsi nella sua più autentica passione: il jazz. Accordi e disaccordi è il ritratto di Emmet Ray, personaggio di fantasia definito da critici veri come «il miglior chitarrista del mondo dopo Django Reinhardt». Come già in Zelig , l’artificio serve ad Allen per raccontare la verità dell’ossessione, ma qui le ambizioni sono più limitate: attraverso la figura di Ray, genio sconclusionato e immaturo, pateticamente ridicolo quando non impugna una chitarra, passa evidentemente una riflessione sul rapporto arte-vita che però non appesantisce mai né il racconto né il divertimento. Ai critici non è piaciuto e in America è stato un flop, ma è il miglior Allen dai tempi di Crimini e misfatti. I jazzofili apprezzeranno lo score di Dick Hyman e la gustosissima ricostruzione di un soundie, cioè uno di quei cortometraggi musicali in voga negli anni Trenta e Quaranta. (luca mosso)

The Golden Bowl

Ivory, Ivory, Ivory… repetita iuvant? Non sempre. O almeno non per l’ultima fatica del regista americano naturalizzato inglese, che subito dopo La figlia di un soldato non piange mai – e per l’ennesima volta – porta sullo schermo l’ossessione delle sue origini: il rapporto tra raffinatezza europea e pragmatismo americano, tra scaltrezza dei primi e innocenza dei secondi. Il film racconta l’intricata storia di due matrimoni intrecciati tra loro in maniera complessa e quasi incestuosa, il primo dei quali «animato» dalla figura enigmatica di Adam Verve, miliardario americano, raffinato mecenate che cerca di costruire un museo in una qualunque American City. Film di maniera, stilisticamente perfetto, formalmente ineccepibile, interpretato divinamente: ma senza vita, morto (appunto) come un pezzo da museo. E tutto il meglio viene dal romanzo dell’intramontabile Henry James da cui è tratto. (dario zonta)