Il mistero dell’acqua

Prima vicenda. Nel 1873, sull’isola di Smuttynose, New Hampshire, si consuma una strage: due donne vengono trovate massacrate a colpi di accetta, una terza sopravvive, mentre un pescatore viene accusato del crimine e impiccato.
Seconda vicenda. Ai giorni nostri, due giovani coppie si aggirano in quegli stessi luoghi: si tratta di Jean, fotoreporter incaricata di un servizio sull’antico crimine, e di suo marito Thomas, scrittore in crisi, più il fratello di Thomas e la sua ragazza. Fra i quattro non tardano a scatenarsi le tensioni.
Che la Bigelow abbia palesato o meno nei suoi film uno sguardo «femminile» è questione dibattuta e in fondo oziosa. Ciò che conta e sconcerta nella sua ultima prova, comunque, è l’esplicita tematizzazione del femminile in termini perfino un po’ programmatici, con tanto di genealogie «alte». Il mistero dell’acqua (ma il titolo italiano, così come il trailer, è fuorviante: in originale è Il peso dell’acqua) da thriller si trasforma in «film d’autore», da Ore 10: calma piatta vira subito verso Cime tempestose . E come per Jane Campion, le sorelle Brontë appaiono il referente immediato più chiaro di questo racconto che Leslie Fiedler avrebbe definito senza dubbio un northern.
Ma, diciamolo subito, la ricerca di padri nobili non è un’operazione particolarmente interessante, perché al contrario il film affascina proprio per la sua incompiutezza e inconcludenza: le due storie non si incontrano mai, ogni suspense muore dopo dieci minuti e la soluzione è quella che tutti si aspettano. Accostabile a Picnic ad Hanging Rock, Il mistero dell’acqua raggiunge tuttavia l’ambiguità e l’enigma non per sottrazione, bensì per accumulo, per furia barocca. Dopo essersi negato come thriller, si distrugge come film psicologico. Sfiora l’erotico, il gotico, il catastrofico, ma è in realtà un viaggio alle radici dell’America, un canto puritano sul Male e l’Innocenza che si arresta alle soglie di un orrore che non riesce a cogliere, confermando in tal modo l’opinione di quel geniale viaggiatore secondo il quale non sono i Paesi dalla Storia più antica i più ossessionati dal passato, bensì quelli più giovani, come l’America. I personaggi del film, uomini e donne, saranno tutti puniti e nessuno di loro – scrittori o fotografi che siano – giungerà a una conoscenza che possa salvare se stesso e gli altri. L’isteria dello stile della Bigelow getta una luce strana sulle sue pellicole precedenti; ma per gli stessi motivi per cui ci incuriosisce sul percorso dell’autrice, Il mistero dell’acqua appare un’opera inesorabilmente di passaggio. (emiliano morreale)

L’eredità

Christoffer, erede di una ricca dinastia di industriali danesi dell’acciaio, ha deciso di non occuparsi dell’attività di famiglia. Sposato con un’attrice svedese, gestisce un ristorante a Stoccolma. Le cose precipitano quando il padre si toglie la vita e la madre insiste perché il ragazzo torni a casa per prenderne il posto in azienda. Quest’ultima rischia di fallire a causa dei numerosi debiti contratti e a Christoffer non resta che prendere la decisione più dolorosa: quella di licenziare centinaia di dipendenti.

Cresciuto alla scuola del Dogma di Lars Von Trier, Per Fly ha confezionato una tragedia familiare che in patria ha riscosso grande successo. Merito di una sceneggiatura universale ma non banale, opera dello stesso regista e di Dorte Høeg e premiata dalla giuria del Festival di San Sebastian. “L’eredità” è un film sulla fragilità delle fortune e sulla difficoltà di decidere fra soluzioni che portano con sé dolori e rimpianti. I conflitti fra i membri della famiglia del protagonista vengono descritti in maniera sottile e convincente, così come il travaglio interiore del protagonista, con cui lo spettatore è inevitabilmente portato a identificarsi. Il denaro, è l’amaro ammonimento della storia raccontata da Per Fly, è fonte di benessere ma anche portatore di obblighi e responsabilità che non tutti sono in grado di affrontare. Forse chi almeno una volta ha invidiato le fortune dei capitani d’industria dovrebbe vedere questo film.
(maurizio zoja)

Non desiderare la donna d’altri

La vita del maggiore Michael Lundberg (Ulrich Thomsen) sembra avere un buon equilibrio: è un ufficiale rispettato, ha una moglie che adora, Sarah (Connie Nielsen), e due bambine deliziose. Tutto l’opposto è il fratello minore Jannik (Nikolaj Lie Kaas), ribelle, reduce dalla galera, in rotta col padre e con ogni regola. Ma Michael l’ha sempre protetto e, dovendo partire nel contingente Onu per l’Afghanistan, vuole lasciare le cose a posto. Pochi giorni dopo l’arrivo, il suo elicottero viene abbattuto e lui fatto prigioniero dai talebani. In patria lo danno per morto, e Jannik, ferito dai genitori che piangono il solo figlio amato, trova nella vicinanza alla famiglia del fratello la molla per uscire dal suo disfattismo: così, lui scopre che la cognata non è quella borghese perbenista che credeva, e lei che il cognato non è solo un ubriacone fallito. L’attrazione, trattenuta e imbarazzata, sfocia in un bacio, ma c’è ben altro in ballo, come l’affetto crescente delle nipoti per quello zio giocherellone così diverso dal padre metodico e prevedibile.
Intanto la prigionia scardina tutti gli equilibri di Michael; liberato dagli americani torna a casa ma non è più lo stesso perché per sopravvivere si è macchiato di una colpa orrenda che non sa perdonarsi. Le figlie temono i suoi sbalzi umorali, la moglie non riesce a penetrare il suo muro di silenzio, lui si sente estraneo al mondo che ha lasciato e alla famiglia e la tragedia esplode quando si convince del tradimento della moglie. 
C’è del marcio in Danimarca, potremmo dire con Shakespeare. Questo sembra dirci (o almeno suggerirci) l’ultimo lavoro di Susanne Bier, interamente made in Denmark e premiato dal pubblico del Sundance Festival. La sceneggiatura (opera della regista e di Anders Thomas Jensen) eredita la solidità psicologica e d’impianto dell’acclamato Open Hearts del 2002, con l’aggiunta però di un pessimismo di fondo, non risolto e controverso, migliorativo rispetto alla pellicola precedente. Lo stile, simil Dogma ma con moderazione, è fatto di dettagli insistiti su visi e occhi (specie del protagonista, per rendere più tangibile il suo estraniamento), di brevi riprese in esterni, impersonali e fredde, contrapposte a lunghe sequenze in interni lievemente claustrofobiche, con una fotografia appena desaturata per sottolineare la cupezza boreale, distante, che scorre in tutto il film. Non tutto sembra essere al suo posto, vuoi per certe alternanze di ritmo, vuoi per i tempi di svolta dei personaggi (troppo breve, ad esempio, è l’intervallo tra la Sarah che detesta Jannik e quella che lo bacia). Ma se si riesce a superare il «disagio» dell’impatto (quello di un’opera impenetrabile, restia a svelarsi, o che lo spettatore non riesce a tradurre) si deve ammettere che il film «sedimenta» proprio grazie al suo non-detto, a quei fugaci dettagli che diventano ellissi inconsce che lo spettatore stesso intuisce e viene spinto a riempire: Jannik proverà a conquistare Sarah o rinuncerà per sempre? e lei, chiarito che non stima poi tanto il marito, lo assisterà nel suo recupero con amore e compassione per la scoperta debolezza di lui? Il finale, poi, che s’apre con la confessione di Michael, porterà al perdono o all’inizio di un dramma più grande? è in questa complessità psicologica, che non cerca consolazioni e lascia le questioni aperte, che va riconosciuta la maturazione della Bier, una complessità prudente, forse non spinta alle estreme conseguenze, ma coraggiosamente pessimista perché l’unica morale che offre è che gli uomini sono isole incomunicabili, soli, vili e deboli. (salvatore vitellino)