Transformers – La vendetta del caduto

Sam Witwicky (Shia LaBeouf) si schiera nuovamente al fianco degli Autobot contro i loro nemici giurati, i Decepticon. La battaglia sembrava finita al termine del primo episodio ma Starscream, ritornato a Cybertron per prendere il comando dei Decepticon, decide di tornare sulla Terra per stabilire quale sarà il destino dell’universo.

Se nel prototipo Transformers fantascienza e commedia si mescolavano e la mano del produttore Spielberg era più facilmente avvertibile, la nuova puntata è priva dell’ironia necessaria a superare la sospensione dell’incredulità. E nella lunga battaglia finale che si estende all’intero globo domina anche un compiacimento iconosclasta che rasenta il luddismo culturale. Il regista, che in omaggio alla logica dei sequel blockbuster raddoppoia la dose di ogni ingrediente, sembra qui interessato solo all’azione, da spalmare sulla più eccessiva durata possibile, ma gli scontri tra robot sono più stordenti e più confusi, e l’occhio collassa.

Four Brothers

Quattro fratelli, due bianchi e due neri. Sono stati adottati e allevati dalla signora Evelyn Mercer e cresciuti frequentando la scuola della strada nella violenta periferia di Detroit. Ora i quattro, che forse mai si sono considerati una «vera» famiglia, sono cresciuti e ognuno ha preso la sua strada.
Il più giovane, Jack (Garret Hedlund), è diventato un cantante rock; il maggiore, Bobby (Mark Whalberg), è un balordo; Angel (Tyrese Gibson) ha appena trovato un po’ di stabilità: un modesto lavoro e una donna che ama; Jeremiah (André Benjamin), infine, piccolo imprenditore, vive una tranquilla vita da buon borghese.

Ma un tragico evento provoca la riunione della famiglia: la morte della madre adottiva, uccisa a sangue freddo durante una rapina in un negozio di alimentari; apparentemente è un omicidio frutto del caso. Le indagini dei quattro fratelli in cerca di vendetta sveleranno però una realtà ben più complessa…

Uno dei film più convincenti di John Singleton.
Four Brothers
amalgama ottimamente le caratteristiche più classiche del cinema di questo regista: atmosfere urbane
(Boyz N The Hood, Shaft)
e una certa estetica tamarra che sembra direttamente derivata dal mondo dei video musicali hip-hop, qui necessariamente meno spinta che nel precedente
2Fast2Furious.
Machismo, automobili costose, belle ragazze ispaniche e gangster afroamericani impellicciati e ingioiellati. Niente di nuovo sotto il sole, verrà da dire a chiunque conosca le altre pellicole girate da Singleton, che a 23 anni, ai tempi delle sue prime opere, era stato presentato come il nuovo Spike Lee (niente di più falso e fuorviante).

Ma i motivi di interesse non mancano; perché la storia è ben congegnata, e il regista riesce a mantenere sempre la tensione piuttosto alta. I personaggi, pur se in certi tratti poco credibili e molto stereotipati, sono ben delineati e funzionali alla narrazione, nonché decentemente interpretati, nonostante il cast che sinceramente ispira poca fiducia. Non male anche la prova di Andrè
Dre 3000
Benjamin, che se la cava dimostrando di non essere un artista di spessore solo in campo musicale (con il rapper Big Boi forma il celeberrimo gruppo degli Outkast).
Four Brothers non sarà un capolavoro, ma certamente cattura una serie di

estetici che caratterizzano l’America dell’ultimo decennio. Un bene o un male? Al pubblico la risposta.
(michele serra)

Death Race

In un futuro molto vicino la tv, come il mondo, si è fatta estremamente violenta. Ora va di moda una gara automobilistica estrema in cui i partecipanti sono dei detenuti per omicidio. Automobili truccate, brutti ceffi in gabbia e co-piloti in gonnella si uniscono in una super reality chiamato Death Race. Le regole sono semplici: vinci cinque gare e ti guadagni la libertà.

Jensen Ames (Jason Statham) è un ex piolota NASCAR finito dentro per aver commesso un presunto omicidio: il massacro della sua famiglia. Obbligato ad indossare la maschera a Frankenstein, uno dei preferiti del pubblico di Death Race, ad Ames viene chiesto di scegliere tra due semplici opzioni dalla spietata Warden Hennessey: infilarsi la tuta e gareggiare o non rivedere mai più suo figlio.