Robin Hood – Un uomo in calzamaglia

Blanda e deludente parodia firmata Mel Brooks con Elwes nei panni dell’eroe della foresta di Sherwood, e Rees in quelli di uno spassosissimo sceriffo di Rottingham. (Brooks in persona fa la parte del Rabbino Tuchman, una variazione di Fra’ Tuck.) Risate da convulsioni e sobbalzi, ma il film non ha slancio, né pezzi forti memorabili. Le apparizioni cammeo degli attori regolarmente presenti nei film di Brooks aiutano un po’; DeLuise è uno spasso nel ruolo del Padrino.

Ti amerò… fino ad ammazzarti

Rosalie, sposata al pizzettaro italo-americano Joey, è stanca dei continui tradimenti del marito. Dopo averlo intontito con un micidiale sugo al sonnifero, la donna tenta più volte di uccidere il consorte. Un film pieno di alti e bassi, con una sceneggiatura densa di trovate ma terribilmente sfilacciata. Eppure il divertimento non manca, anche grazie al formidabile cast in cui si mettono in evidenza William Hurt e Keanu Reeves nei panni di due strampalati killer completamente strafatti. River Phoenix e Keanu Reeves si ritroveranno due anni dopo sul set di
Belli e dannati
(che al primo frutterà il premio come miglior attore al Festival di Venezia).
(andrea tagliacozzo)

Criminali da strapazzo

Uno sfigato appena uscito di galera affitta un negozio e vi monta una vendita di ciambelle a mo’ di copertura per svaligiare la banca adiacente attraverso un tunnel. Capita però che la moglie sia così brava a far frittelle da diventare miliardaria, rapidamente e legalmente. Le cose si complicano quando l’ambiziosa signora assume un infido «maestro di buone maniere» per essere accolta in società. La prima mezz’ora segna il ritorno di Allen a un cinema di pura comicità, anche fisica: quello per intenderci di Bananas e Prendi i soldi e scappa (anche se per noi italiani gli echi de I soliti ignoti sono fortissimi). Si ride, e parecchio, senza tanti pensieri. Ma l’idea regge appunto per mezz’ora, dopodiché Allen ci incolla un altro film e cominciano i guai. Perché Allen, grande autore di tragicommedie, se la cava male con la sophisticated comedy, e nel tentare la strada lubitschiana ( Mancia competente ) finisce per limitarsi alla satira – scontata e ripetitiva – dei parvenus. Senza il polo tragico, Allen non sa dare profondità alla frivolezza, e diventa superficiale. Ma in realtà il vero problema del film (meglio, della sua seconda parte) è Hugh Grant, attore sempre mediocrissimo, incapace di rifare decentemente i cicisbei alla Ralph Bellamy. (emiliano morreale)