Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me

Riprendono le avventure dei tre incalliti tifosi Donato (il milanista), Tirzan (lo juventino) e Franco (l’interista). Donato ha passato tutto questo tempo sull’isola di Ibiza e solo oggi decide di tornare nella sua amata Milano. Qui trova una situazione inaspettata: Ginevra, la sua fidanzata di un tempo, gli confessa di aver avuto un figlio da lui che, sfortunatamente per Donato, è uno sfegatato ultrà interista.
Tirzan invece ha passato gli ultimi vent’anni in un letto d’ospedale, a causa di un incidente stradale occorsogli mentre era alla guida del suo camion. Risvegliato dal coma non si ricorda più nulla, neanche della sua Juventus. Ritrova però la bella Nunzia, sua moglie, che nel frattempo si è legata all’uomo coinvolto vent’anni prima nell’incidente di Tirzan. Colpito da un pallone, riacquisterà la memoria.
Franco l’interista è sommerso dai debiti a causa della sua passione per il gioco. Il bar di cui è proprietario è preda dei creditori ma un giorno, durante una trasferta a Zurigo, scambia la propria valigia con quella di un malavitoso. All’interno trova centocinquantamila euro, cifra sufficiente a rimetterlo in piedi. Ma la mafia rivuole i suoi soldi e, per non finire con le scarpe di cemento, Franco dovrà scendere a patti con i boss.
Alla fine ce l’hanno fatta. Diego Abatantuono insieme a Carlo ed Enrico Vanzina, già autori del primo episodio, resuscitano un classico della commedia italiana realizzando un sequel di tutto rispetto. Un film comico all’italiana in senso tradizionale, non volgare e non sempre brillante ma dalla battuta puntuale e verace, esaltata da storpiature e sbeffeggiamenti calcisticamente corretti che si snodano lungo tutta la durata della pellicola. La sceneggiatura gioca molto su alcuni elementi e caratterizzazioni presenti nel primo Eccezzziunale (la situazione «sentimentale» da tifoso e non di Donato e i problemi di soldi di Franco, per esempio) e ne rimescola le carte nell’impostazione del nuovo episodio: i tifosi sfegatati e burloni sono ora i milanisti interpretati dal quartetto comico i Turbolenti, nessuno dei quali dimostra di essere un grande attore (nel primo episodio, invece, gli sfegatati e burloni erano gli interisti Abatantuono, Conti, Teocoli e Boldi, questi ultimi due oggi rimpiazzati da Mauro Di Francesco e, miseramente, da Raffaello Tonon), mentre ora al centro di un triangolo amoroso si trova l’ex camionista Tirzan che, risvegliandosi dal coma, ritrova la formosa moglie Nunzia, Sabrina Ferilli, accanto a un altro uomo (nel primo episodio era invece Donato a trovare l’amore in Loredana, fidanzata di Sandrino, smemorato capo ultrà interista, ora patrigno del figlio di Donato).
Un gioco ben riuscito e sapientemente dosato dai tre sceneggiatori, senza eccessivi colpi d’ingegno, qualche banalità del tutto concessa e una chiusura scontata ma dal sapore antico. Diego Abatantuono, ancora una volta uno e trino, non delude riprendendo un personaggio ormai sepolto nel suo passato (e qualche palata anche lui gliela aveva data) ma è chiaro, anche da questa prova, che ormai i ruoli che meglio interpreta sono quelli meno grotteschi: nel nuovo Eccezziunale gli calza perfettamente il personaggio di Franco, mentre è meno convincente in quello di Donato Ras della Fossa. Al tempo fu il contrario. Viuuulenza!!! (mario vanni degli onesti)

Nel continente nero

L’italiano Alessandro (Salani), giovane manager, parte per il Kenia dove il padre, che non vedeva da più di vent’anni, è morto in un disastro aereo. Il giovanotto si ritrova poi impossibilitato a tornare in patria, almeno fino a quando non avrà estinto l’ingente debito contratto dal genitore nei confronti dell’ex socio, lo scaltro Fulvio Colombo (Abatantuono). Tentativo poco riuscito di recuperare la cattiveria della classica commedia all’italiana. Il film inizia discretamente, poi si perde rapidamente per strada. Abatantuono è bravo, ma strabordante.
(andrea tagliacozzo)

Il 7 e l’8

Due neonati, che occupano le culle numero 7 e 8, vengono per un caso scambiati di posto. Diventati adulti, i due, che non sanno dello scambio, diventano amici, sebbene abbiano caratteri completamente diversi: uno tende ad arrangiarsi, l’altro invece è figlio di un graduato dei carabinieri. Quando i due scoprono che i genitori e la famiglia dell’uno sono in realtà quelli dell’altro e viceversa, si scatena il finimondo.

I cento passi

Cento passi sono la distanza fra la casa di Peppino Impastato e quella di Tano Badalamenti. Fra il capo mafia di Cinisi e il suo più tenace e battagliero oppositore. Cento passi sono pochi nella realtà, ma al cinema possono avere un peso notevole e indicare a un tempo la contiguità fra i due protagonisti e la distanza che Peppino si è faticosamente conquistata. Un’idea cinematografica forte, insomma, che viene probabilmente dalla sceneggiatura ed è sottolineata dal titolo, ma che nel film però non è espressa. Quando Peppino spiega al fratello Giovanni quanto vicini a loro sono gli assassini, la macchina da presa di Giordana li segue per due, tre passi. Poi un taglio, e siamo subito alla fine del conto: novantanove e cento. Esigenze televisive, primato del ritmo o chissà cos’altro: non sappiamo quali siano le ragioni di questa scelta e di altre come questa disseminate per tutto il film. Certo è che Giordana, a dispetto dei dolly , del rallenti finale e dei chiaroscuri che ordina a Francesco Forza, non crede alle risorse del linguaggio cinematografico. O, peggio, non ne ha una chiara coscienza. In questo modo la storia di Peppino Impastato, figlio di una famiglia mafiosa che tradisce la sua classe e si sceglie un destino diverso, perde l’occasione di diventare una riflessione morale sul valore delle scelte individuali. Totalmente privo di senso del tragico, Giordana conduce il film verso le anodine rive del film di formazione, facendo rientrare nell’alveo dei normali conflitti generazionali il conflitto di Peppino con il padre, espressione dei valori tradizionali (e, nello specifico, mafiosi). Peppino era ribelle come, forse, lo è stato Giordana da giovane, e come sicuramente amano retrospettivamente sentirsi tutti gli spettatori cresciuti negli anni Settanta. Quindi, un po’ di politica, qualche spinello, qualche tetta (ma da lontano) e soprattutto un diluvio di musica a riempire ogni buco della colonna sonora. Ma se all’attacco di
Susanne
di Leonard Cohen, per non dire degli abusatissimi Procol Harum, tutti noi proviamo un senso di malinconica nostalgia è perché ci vengono in mente il primo amore, il primo concerto, perfino la prima occupazione (il kit Muccino completo, per intendersi): e cosa c’entra allora Impastato, che dalla mafia si è fatto ammazzare. Questa richiesta di compassione è indecente. E il sospetto che Giordana sia peggio che inadeguato al suo soggetto non ci lascia più.
(luca mosso)

Mery per sempre

Un insegnante viene nominato al carcere minorile di Rosaspina, e deve scontrarsi con l’ostilità dei ragazzi e degli impiegati e con le tensioni provocate dall’arrivo in carcere del «femminiello» Mery. L’incontro tra il robusto mestiere di Risi, il didatticismo democratico di Rulli e Petraglia e il naturalismo un po’ morboso di Aurelio Grimaldi (autore del romanzo-verità da cui è tratto il film) riesce a infondere vita in un cinema italiano al termine del peggior decennio della sua storia. Molti i compromessi (dall’uso della musica alla presenza di Michele «Piovra» Placido) ma è comprensibile: questo film apriva le cataratte, faceva approdare sullo schermo con forza devastante una realtà che, a dispetto di tutto il filone del cinema politico, non si vedeva da decenni. Oggi
Mery per sempre
appare un film datato ma, se rivisto con occhio di «storici», utile nell’affermare quella riscoperta della realtà che ha preparato il terreno a film come
Il ladro di bambini
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(emiliano morreale)