Salvador

Nel 1980, il giornalista americano Richard Boyle, in crisi con la famiglia e con il lavoro, decide di andare in Salvador, dove crede di trovare vita facile. Ma le cose stanno diversamente: sul posto incalza la guerriglia e la guardia nazionale di estrema destra semina morte e violenza. Teso, vigoroso e concitato, uno dei migliori film di Oliver Stone prima che questi intraprendesse una rapida e preoccupante involuzione, stilistica e di contenuti. Candidato senza fortuna all’Oscar per la sceneggiatura (firmata dallo stesso regista assieme a Richard Boyle) e per il miglior interpretazione maschile (un ottimo James Woods). Stone si rifece vincendo il premio per la miglior regia con l’altro suo film in concorso,
Platoon
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(andrea tagliacozzo)

Goal! Il film

Col pallone tra i piedi Santiago (Kuno Becker) è un portento. Immigrato clandestino dal Messico con padre, nonna e fratellino, cresciuto nei sobborghi di Los Angeles industriandosi in ogni genere di lavoro, sogna la grande occasione per diventare un professionista della pedata. Il padre però, indurito dalle asperità della vita, non ci sente, e gli prepara un futuro da giardiniere. Un giorno, la fortuna bussa alla porta di Santiago sotto le spoglie di un ex calciatore del Newcastle, Glen Foy (Stephen Dillane), che per caos lo nota giocare. Convinto del suo talento, gli procura un provino nella fredda città inglese, dove la squadra è venerata da tutti. Grazie ai risparmi della nonna, Santiago riesce a racimolare i soldi del biglietto aereo e – di nascosto dal padre – comincia così la sua avventura nella Premiership inglese. All’inizio l’impatto con lo spogliatoio è duro. Però Glen gli è vicino e anche la bella Roz (Anna Friel) – l’infermiera del club – non disdegna la sua corte. Con caparbietà, la giovane promessa riesce a entrare in prima squadra. Nel film compaiono per un brevissimo cammeo anche veri campioni del calcio internazionale, come David Beckham, Zinedine Zidane, Raul, Patrick Kluivert e Alan Shearer, quest’ultimo inossidabile «colonna» del team britannico anche nella realtà.
Un blockbuster fatto e finito. Nel bene e nel male. Primo episodio di un ciclo di tre, destinato a concludersi in tempo per il calcio d’inizio dei Mondiali di Germania 2006. Le gesta del bel Kuno- Santiago saranno seguite dagli esordi fino alla definitiva consacrazione, che avverrà proprio durante il Campionato mondiale di calcio. La fiction cederà così il testimone alla realtà, con lo sponsor di una nota multinazionale di abbigliamento sportivo a far da interessato trait d’union. Il film, lungo ben due ore (che sembrano tre), è girato da Danny Cannon (Dredd, la legge sono io, la puntata pilota del fortunato serial televisivo C.S.I.), subentrato in corso d’opera a Michael Winterbottom. Pare che il regista del recente Nine songs e di Codice 46 abbia abbandonato il set a riprese già cominciate per «differenze creative». Malgrado una regia comunque non disdicevole, buona fotografia, colonna sonora baldanzosa e una recitazione mediamente accettabile, il film annoia per la sua totale prevedibilità e soffoca per l’ingenuità del racconto. Nulla ci è risparmiato: il padre che – prima di morire – si commuove vedendo il figlio lontano in tv; la «stella» della squadra, il dissipato Gavin Harris (Alessandro Nivola, già visto in Face/Off ), che passa da un party all’altro bevendo e fumando come un turco e che, vai a capire perché, prende sotto la sua ala protettiva il giovane aspirante goleador; l’affascinante infermiera di cui sopra che giura che non si metterebbe mai con un calciatore (questa sì che è una bufala!), salvo cadere letteralmente nella braccia del protagonista. Perfino la nonna, che mette mano ai risparmi di una vita per pagare il biglietto aereo al nipote! Insomma, un concentrato di banalità che pagherà forse al botteghino ma non consegnerà certo alla storia del cinema – e se ne sente davvero la mancanza – un film sul calcio giocato degno di essere mandato a memoria. (enzo fragassi)

I tre amigos

Negli anni Venti gli abitanti di un villaggio messicano assoldano un trio di attori western, che credono abili pistoleri, per essere difesi dalle scorribande di un pericoloso bandito. I tre, convinti di dover prendere parte ad una rappresentazione, accettano con entusiasmo. Ma una volta compreso l’equivoco scappano a gambe levate. Una parodia del cinema western sostanzialmente poco riuscita, ma con alcune gag da antologia (dal cespuglio canterino al bandito messicano «che ne ha una plétora» interpretato da Alfonso Arau).
(andrea tagliacozzo)