La battaglia dei tre regni

Nel 208 dopo Cristo, durante la Dinastia Han, malgrado la presenza dell’Imperatore Han Xiandi, la Cina è suddivisa in molti stati in guerra fra loro. L’ambizioso Primo Ministro Cao Cao, manovrando l’Imperatore come un pupazzo, dichiara guerra a Xu, un regno dell’ovest dominato da Liu Bei, zio dell’Imperatore stesso. L’intenzione di Cao Cao è di eliminare tutti i regni esistenti ed insediarsi come unico imperatore di una Cina unificata. Liu Bei spedisce il suo consigliere militare Zhuge Liang, in qualità di inviato, al Regno Wu, nel sud, nel tentativo di convincere il suo regnante, Sun Quan ad unire le forze. Là Zhunge conosce il Vicerè di Wu, Zhou Yu e i due diventano amici in questa non facile alleanza. Infuriato dall’apprendere che i due reami si sono alleati, Cao Cao invia un esercito di ottocentomila soldati e duemila navi a sud, nella speranza di prendere due piccioni con una fava. L’esercito di Cao Cao si accampa nella Foresta Crow, sulla sponda opposta di Red Cliff (Le Scogliere Rosse), sul Fiume Yangtze, dove gli alleati hanno stabilito la loro base. Gli alleati sembrano spacciati con i viveri che scarseggiano e in enorme inferiorità numerica rispetto all’esercito di Cao Cao. Zhou Yu e Zhuge Liang devono ricorrere alla loro intelligenza e alla loro esperienza militare per capovolgere l’esito delle battaglie. I numerosi scontri di armi e di astuzia, sia su terraferma che in acqua, culminano nella più famosa battaglia della storia cinese: duemila navi vengono incendiate e la storia della Cina viene cambiata per sempre. La battaglia è quella di Red Cliff.

L’amante

Adattamento esotico ed erotico del romanzo autobiografico di Marguerite Duras su una teenager che viene iniziata al sesso da un dandy cinese nell’Indocina del 1929. Al limite della noia, tuttavia sufficientemente non convenzionale e ben congegnato da soddisfare i meglio disposti. I personaggi secondari sono più interessanti dei due protagonisti (almeno da vestiti). Esiste una versione europea più sexy e non censurata.

Bullet in the Head

Racconto intenso e adrenalinico su tre amici che lasciano Hong Kong per far fortuna in una Saigon che nel 1967 è prostrata dalla guerra, cacciandosi in un mare di guai che mette a dura prova la loro lealtà. Un film epico, appassionante e teso, con scene d’azione e di scontri fra le più ardite di Woo: ad esempio, quella ambientata in un campo di prigionia. Woo è co-autore della sceneggiatura e ha anche curato il montaggio. La durata indicata è quella della versione voluta dal regista; la maggior parte delle copie americane dura 100 minuti.

2046

All’inizio sembra un film di fantascienza: sequenze psichedeliche, colori cinetici, diorami futuribili, fanciulle cinobioniche che si muovono come pesci in acquario, e una voce fuori campo che ci parla di un treno e/o di un anno, il 2046, da cui non si scende, non si torna indietro.
Lo spettatore teme il peggio. Poi, per fortuna, la voce prende corpo, quello del protagonista, il giornalista Chow, che ha appena lasciato Singapore per Hong-Kong, dove si è insediato in un alberghetto un po’ equivoco, l’Oriental Hotel.
Allora, grazie anche a un sistema di segni inequivocabili, affiorano i ricordi di un altro film, indimenticabile, In the Mood for Love, di cui 2046 costituisce diremmo il sequel. Il primo film infatti finiva con il protagonista che lascia Singapore e la donna che ha amato e che non rivedrà mai più. Siamo nel 1962, magistralmente segnalato dagli abiti della protagonista e da una colonna sonora di ibrida fascinosa mescidazione (Nat King Cole + musica classica + musica orientale + tante altre cose). Wong Kar Wai dunque riprende il suo personaggio e ne racconta le successive tappe esistenziali, ne fa un perfetto ambivalente catalizzatore della passione d’amore, nel duplice ruolo di chi la suscita o subisce, o l’osserva negli altri, con la compiacenza voyeuristica di chi ne controlla gli iterativi meccanismi: l’amore, per esempio, della figlia dell’albergatore per un giovane giapponesi inviso al padre di lei.
Scarsi gli esterni, spesso piovosi e notturni, muri scrostati e sporchi, asfalti bagnati, interni asfittici, corridoi stretti, porte che si aprono e chiudono, camere disfatte, zeppe, da cui si sente tutto, con feritoie che lasciano vedere cosa succede dietro la parete contigua; un trionfo di primi piani, di sequenze segnaletiche (l’interno di un taxi, l’angolo del telefono, la terrazza con un pezzo dell’insegna dell’albergo), sequenze spesso dislocate a seguire il percorso della memoria, l’affiorare di sentimenti rimossi, oppure semplicemente gli anni, il tempo dei ricordi ma anche quello della storia. Nel corso del film, per esempio, si chiarisce che il significato del quel titolo numerico: il 2046 è l’anno in cui Hong Kong farà parte definitivamente della Cina, l’anno mille di quella città-mondo; ma anche un numero apotropaico per il protagonista, e anche il numero della stanza d’albergo, dove si svolge l’esercizio dei sensi, e il titolo del romanzo che il giornalista, poi diventato scrittore di successo di romanzi erotici, scrive, ambientandolo in un futuro fatidico, proiettando nel suo alter-ego giapponese tutta l’innafferrabilità del discorso amoroso, che è sempre perso e perduto, perché asincrono, e quindi fonte di rimorsi e di lacrime. Quelle lacrime che il giornalista nasconde dietro il cinismo e che le sue donne, sempre bellissime, sensuali, questuanti invece lasciano liberamente scorrere su diafane gote.
Nessuno regista mai è riuscito come Wong Kar Wai a descrivere l’impossibilità dell’amore, con un carica erotica così intensa e straziante, con le sue figure femminili di folgorante icasticità, e un personaggio maschile di plastica malleabile, sia nel precedente che in questo film. E tutto questo servendosi di uno stile personale, inconfondibile, in cui si ritrova casomai la lezione del grande Ozu, nell’impiego di certe inquadrature fisse, nell’uso della colonna sonora (anche qui, bellissima: ancora Nat King Cole + Bellini + Siboney + uno struggente motivo conduttore); uno stile che sa raccontare per immagini, per sequenze, il piacere e il sentimento dell’amore, ma soprattutto i suoi rovesci: lo sfinimento, l’appagamento, l’assenza, l’incomprensione, la morte. (piero gelli)