Hero

Col marchio consolidante di Tarantino e un successo quasi planetario (in Cina e negli Stati Uniti è stato record d’incassi), questo film è stato salutato con molti elogi anche in Italia da una critica, salvo eccezioni, facile all’entusiasmo, che ormai raggiunge vertici francesi, dove ogni fregnaccia è «absolutement a voir» (e qui invece «imperdibile»).
Ebbene, per me, anche nel ricordo del grande Zhang Yimou di una volta, Hero è di una soporifera inconsistenza, un guscio vuoto coloratissimo, un’abile mescolanza del video-cinema americano d’azione con Kurosawa e molto Bruce Lee. A parte, naturalmente, La tigre e il dragone di Ang Lee, di cui sembra la brutta riproposte di genere. Ma quanto era più vario e divertente e poetico il film di Ang Lee! La storia, epico-storica, racconta (si fa per dire) del primo imperatore della Cina, colui che costruì la famosa muraglia, dopo aver unificato con guerre continue vari territori indipendenti in lotta fra loro. Contro di lui, tre giovani eroi, due uomini e una donna, esperti in arti marziali, cercano di ucciderlo fingendosi in realtà rivali, in modo che almeno uno di loro possa raggiungere la sua impenetrabile fortezza. Nessuno può avvicinarlo, se non a venti passi di distanza. La realtà viene raccontata attraverso varie versioni dei fatti, come in Rashomon di Kurosawa e attraverso interminabili duelli, durante cui i protagonisti volano, fanno capriole, uccidono innocenti passanti e dicono enormi cretinerie sul rapporto tra calligrafia e arti marziali, che il pubblico si beve attonito perché pensa si tratti di profondo pensiero taoista.
Ci sono, effettivamente, momenti di vero cinema, affascinanti sequenze di un talento visivo eccezionale, già mostrato in Sorgo rosso e Lanterne rosse. Ma siccome i tre «spadatori» nonché serial-killer, sono dei ciglioni patentati, e le loro motivazioni ci sembrano ebefreniche, non riescono a comunicare un minimo di emozione, di partecipazione a una vicenda di cui oltretutto noi occidentali sappiamo poco. Gli unici palpiti emotivi che risvegliano da repentini colpi di sonno sono il fascino cromatico e l’abilità stilistica di un regista che ben diversamente ci ha stupiti in passato. Ho l’impressione che questo film segua paradigmaticamente l’occidentalizzazione economica della Cina e che Yimou, da regista censuratissimo, sia diventato autore di regime. Ma non è per questo che ho trovato noioso il suo film, bensì perché costruito a freddo. Soprattutto se confrontato, restando nel campo del cinema epico-storico, con il lavoro di registi ben più emozionanti, epici e profondi come Kurosawa e l’Olmi de Il mestiere delle armi. (piero gelli)

In the Mood for Love

Maggie Cheung e Tony Leung sono vicini di casa. Complice la solitudine, fra i due nasce un’amicizia che si carica progressivamente di valenze erotiche sempre più esplicite. Quando scoprono l’ovvio, cioè che i rispettivi coniugi sono amanti, invece di dare libero corso alla passione i due si limitano a replicarne le forme in un lezioso gioco di raddoppiamenti. Nel doppio teatrale che dà forma alla frustrazione, alternativa alla virtuosa sublimazione «occidentale», c’è probabilmente il lascito della tradizione dell’opera cantonese; ma nel complesso la storia sembra costruita su misura per il pubblico occidentale, che vi ritrova, aggiornate, le atmosfere di Breve incontro (anche se qui, fuori-campo, qualcosa succede). Non si discute la sapienza registica di Wong Kar-wai, che si conferma cineasta capace di padroneggiare perfettamente materiali e ascendenze disparate e che qui trova una nuova direzione per il barocchismo della propria regia (ma attenzione, non c’è alcuna differenza di sostanza fra l’esagitazione dei film precedenti e la compassata eleganza di questo: il controllo era ed è totale). Quello che non convince è il senso generale dell’operazione, programmatica all’eccesso e intimamente frigida. E, alla fine, anche la bellezza di Maggie Cheung si limita ad annunciare sotterranee deflagrazioni del sentimento che non arrivano mai. (luca mosso)

Hard Boiled

La storia stilizzatissima e ultraviolenta di un ispettore di polizia (Yun-fat) che si allea con un misterioso sicario (Leung) per sgominare una gang di trafficanti d’armi. I soliti cliché sulla vendetta e l’amicizia virile costituiscono l’innesco di un’esplosione di scene d’azione incredibili, sanguinarie, divertenti e ipnotiche. Yun-fat, come eroe tutto d’un pezzo, è perfetto; il regista Woo (anche autore del soggetto) compare nel ruolo di un barman.

Chinese Odyssey

Per sfuggire alla noia, la principessa Ping On fugge dal palazzo reale travestita da uomo. Giunta in un vicino villaggio, la giovane incontra un simpatico furfante chiamato Li Yat-Lung e la sorella di questi Phoenix. Quest’ultima, credendo Ping On un ragazzo, se ne innamora, mentre Yat-Lung, che si sente stranamente attratto dal nuovo arrivato, cerca di convincere la principessa a sposare la sorella. La vicenda s’ingarbuglia ulteriormente quando il fratello di Ping On, il futuro imperatore Ching Tak, parte alla ricerca della principessa.

Realizzato in occasione del Capodanno cinese (che, per una curiosa coincidenza, nel 2002 cadeva in concomitanza con il giorno di San Valentino), il film sembra riallacciarsi idealmente alle atmosfere surreali di
Dong Cheng Xi Jiu (The Eagle Shooting Heroes),
la geniale parodia di
Ashes of Time
realizzata nel 1993 dallo stesso Jeff Lau (con Tony Leung Chiu-wai in uno dei ruoli principali). Umorismo di stampo «Mo-lei-tau» («nonsense» in cantonese), un pizzico di romanticismo (non esasperato e presente solo nella parte finale) e perfino accenni (irresistibili, anche grazie alla principessa interpretata da Faye Wong) di Huangmei Opera (forma di teatro musicale che trae origine dalle canzoni folcloristiche delle provincie di Anhui, Hubei e Jiangxi) si amalgamano quasi alla perfezione in questa commedia anarchica, raffinata nella messa in scena e nella confezione (di straordinaria bellezza la fotografia di Ngor Chi-kwan e le scenografie di Tony Au), anche se leggermente inferiore per ritmo ed inventiva al già citato
Dong Cheng Xi Jiu,
così come ai due
Chinese Odyssey
realizzati nel 1995 da Lau con Stephen Chiau (che al posto del pur ottimo Tony Leung Chiu-wai avrebbe probabilmente fatto faville). Lau ha comunque il merito di sfruttare con una buona dose intelligenza un tema ormai tipico della commedia e della letteratura cinese come quello della confusione dei sessi (nel finale i due protagonisti si scambiano praticamente i ruoli, ripetendo una scena che a metà film veniva recitata a parti invertite con la Wong che fingeva di essere un uomo). Ottima la prova comica di Vicky Zhao nei panni di Phoenix (più in luce rispetto a Shaolin Soccer), ma si fa notare, in un ruolo breve ma fondamentale, anche Athena Chu. Come nel caso di
A Chinese Odyssey 1 & 2,
Lau torna a utilizzare frattaglie musicali di
Ashes of Time,
probabilmente con intenti parodistici. Sceneggiatura scritta dallo stesso regista, che si firma, come al solito, Kei On.
(andrea tagliacozzo)

Hong Kong Express

Due storie parallele sul mal d’amore e sulle ossessioni e piccole colpe nelle relazioni di questo mondo moderno. Il catalizzatore di entrambe le storie, che riguardano dei poliziotti di Hong Kong, è il proprietario di un fast food. Leggero, divertente e aniconformista sebbene la seconda storia sia un po’ troppo lunga. La società di Quentin Tarantino, la “Rolling Thunder”, ha comprato i diritti del film per la distribuzione negli Usa e molti critici ne hanno apprezzato l’approcio stilistico postmoderno.