Il divo

A Roma, all’alba, quando tutti dormono, c’è un uomo che non dorme. Quell’uomo si chiama Giulio Andreotti. Non dorme perché deve lavorare, scrivere libri, fare vita mondana e, in ultima analisi, pregare. Pacato, sornione, imperscrutabile, Andreotti è il potere in Italia da quattro decenni. Agli inizi degli anni novanta, senza arroganza e senza umiltà, immobile e sussurrante, ambiguo e rassicurante, avanza inarrestabile verso il settimo mandato come Presidente del Consiglio. Alla soglia dei settant’anni, Andreotti è un gerontocrate che, equipaggiato come Dio, non teme nessuno e non sa cosa sia il timore reverenziale. Abituato com’è a vedere questo timore dipinto sul viso di tutti i suoi interlocutori. La sua contentezza è asciutta ed impalpabile. La sua contentezza è il potere. Col quale vive in simbiosi. Un potere come piace a lui, fermo ed immutabile da sempre. Dove tutto, battaglie elettorali, stragi terroristiche, accuse infamanti, gli scivola addosso negli anni senza lasciare traccia. Lui resta insensibile ed uguale a se stesso di fronte a tutto. Fino a quando il contropotere più forte di questo paese, la Mafia, decide di dichiarargli guerra. Allora le cose cambiano.

Le conseguenze dell’amore

Titta Di Girolamo
(Toni Servillo)
è un uomo laconico, solo e misterioso. Da otto anni vive nel bell’albergo di un’anonima cittadina della Svizzera italiana. Passa le giornate al bar, fumando e annotando propositi per il futuro in un block notes, attirando la curiosità della barista
(Olivia Magnani).
La sera, gioca a carte con una coppia di attempati nobilotti rovinati dal gioco e passa le notti insonne, ad ascoltare i vicini di stanza. Otto anni così, assorbito in un’atroce e metodica ripetizione che lo ha inaridito: paga puntuale ogni primo del mese, da 24 anni si fa di eroina una volta a settimana, e una volta l’anno si fa sostituire tutto il sangue. Fa anche altro: ogni tanto porta in una banca valigie con milioni di dollari che fa contare a mano dai dipendenti perché «non vuole smettere di avere fiducia negli uomini». Nulla sembra incrinare l’edificio cinico del suo ordine. Ma il Caso opera le sue rivoluzioni con i fatti più semplici, come la replica piccata della barista che lui ignora e non saluta da due anni.

Così, per un uomo che si è autoesiliato dal mondo (perché tanto «fuori non c’è niente»), privo d’immaginazione e alieno ai cedimenti emotivi (perché teme le conseguenze dell’amore), per il suo effimero equilibrio con cui protegge un segreto inconfessabile, l’incontro con una ragazza ordinaria – che nulla ha da offrirgli se non la remota possibilità di un amore improbabile (che lui non sa costruire e prova a comprare con una decappottabile di lusso) – rappresenta un detonatore dalle conseguenze tragiche. Tragiche perché la vita di Titta non gli appartiene più: dieci anni prima era un commercialista che investiva in borsa, e dopo una transazione sfortunata per Cosa Nostra è stato confinato in quel limbo a riciclare il loro denaro sporco, perdendo la famiglia e il futuro.Tragiche perché Titta è un idealista timido ma coerente che vuole riappropriarsi della sua vita: sfida Cosa Nostra per fuggire con la barista, e quando lei non verrà (un altro tranello innocente del Caso), poiché non crede alla sfortuna («è un’invenzione dei falliti e dei poveri») si erge a beffardo riparatore di torti (omaggia i nobili decaduti dei milioni che aveva sottratto ai mafiosi per rifarsi una vita con la ragazza) e trova il coraggio di andare incontro a una morte rocambolesca.

In un mondo in cui non ci sono eroi e morali, il riciclatore, che vive in una terra di mezzo (non si può dire che sia un drogato ma ha a che fare con la droga, non è un mafioso ma la fiancheggia), non può salvare nessuno e nemmeno se stesso se non, forse, morendo addirittura per vecchi e desueti ideali come l’amore e l’amicizia perenne (commovente la speranza finale che il suo amico d’infanzia, tecnico dei piloni della luce in Trentino, ogni tanto si immalinconisca pensando a lui).

Una storia pura e lineare, costruita come un teorema geometrico, che (r)innova la fiducia nell’amore malgrado le sue imprevedibili conseguenze. Fluida la regia di Sorrentino (abile con poco a rendere il senso di attesa nel vuoto) e strepitoso Servillo, che sa offrire il ritratto di un perdente tremendamente umano nel suo orgoglio. Da vedere.

(salvatore vitellino)

Notte senza fine

Come definire il cinema di Elisabetta Sgarbi? Cinema di pensiero, o di parola? In ogni caso parola letteraria. Certamente, dietro alle sue intenzioni si avvertono le elucubrazioni cinefilosofiche di Enrico Ghezzi (sempre acute, sempre provocanti ma a volte anche autofagiche) e le lezioni oggi troppo dimenticate di Godard e di de Oliveira, di Kluge e di Straub (ricordate? ebbe l’ardire di filmare il
Moses und Aron
di Schoenberg).

Che cos’è, di fatto,
Notte senza fine?
Innanzitutto un film affascinante, inquietante e per i primi minuti lievemente narcotizzante, talmente siamo poco abituati alla camera fissa, alla rarefazione estrema del montaggio, al buio che invade e sala e schermo, un buio strappato da poche luci che piombano sui volti degli attori. Anzi, delle attrici e di un solo attore, che interpretrano tre testi e/o monologhi di tre autori contemporanei.

Gli interpreti: Galatea Ranzi, che recita
L’amore lontano
dello scrittore libanese Amin Maalouf; Toni Servillo e Laura Morante, alternati, ne
La Fatalità della bellezza
del marocchino Tahar Ben Jelloun; e, infine, Anna Bonaiuto psicoticamente sdoppiata ne
Il buio
del pakistano Hanif Kureishi. Sono testi di vario genere letterario, dal racconto al monodramma, che la Sgarbi ha «sceneggiato» come monologhi, immergendo l’interprete in una notte appena rischiarata da una luna fintissima ma illuminando i volti di luci di scena violente e isolanti, aggettanti, in modo tale che l’espressione e la parola emergano con forza, a persuadere, a emozionare, a riempire il buio e il silenzio di esterni che sembrano tutti fondali da tragedia greca.

Come la cava di Marlungo a Carrara dell’ultimo episodio, oppure la villa palladiana Badoera di Fratta Polesine. Non sto neppure ad accennare alla trama dei singoli testi, che possiamo leggere raccolti in un volume Bompiani curato dalla Sgarbi stessa. Letterariamente, posso dire che il testo che più mi ha convinto è
Il buio
di Kureishi, una convinzione che riverbera anche cinematograficamente, perché la regista con la sua quasi maniacale economia di movimenti e la dilatazione progressiva della luce riesce a restituire l’emergere angoscioso di una verità che forse è pirandellianamente proiezione di follia.

Cinema di provocazione, di ricerca, tentativo di restituire alla parola quel ruolo che ha perso; ma anche di ridare alle immagini un peso e un valore che la produzione contemporanea, sempre più standardizzata e videoclippata, ha come nullificato. In tal senso, l’improvviso sbalzare di particolari, sia l’agitarsi di una tenda mossa dal vento, l’aggettarsi una colonna, o la sosta su un muro sbreccato costituiscono l’alternativa figurativa alla parola, la sua sottolineatura interpretativa, come in tutti i testi dello scrittore tedesco W.G. Sebald, che la Sgarbi per prima ha fatto conoscere in Italia.
(piero gelli)

Gomorra

Potere, soldi e sangue. Questi sono i “valori” con i quali gli abitanti della provincia di Napoli e Caserta, devono scontrarsi ogni giorno. Quasi sempre non puoi scegliere, quasi sempre sei costretto a obbedire alle regole del Sistema, la Camorra, e solo i più fortunati possono pensare di condurre una vita “normale”. Cinque vicende s’intrecciano in questo paesaggio violento, un mondo spietato, apparentemente lontano dalla realtà, ma ben radicato nella nostra terra.

Il gioiellino

Una grande azienda agro-alimentare ramificata nei cinque continenti, quotata in Borsa, in continua espansione verso nuovi mercati e nuovi settori: quello che si dice un gioiellino.
Il suo fondatore, Amanzio Rastelli, padre padrone dell’azienda, ha messo ai posti di comando i suoi parenti più stretti: il figlio, la nipote, più alcuni manager di provata fiducia – malgrado i loro studi si fermino al diploma in ragioneria.

Un management inadeguato ad affrontare le sfide che pone il mercato.
E, infatti, il gruppo s’indebita. Sempre di più.

Non basta falsificare i bilanci, gonfiare le vendite, chiedere appoggio ai politici, accollare il rischio sui risparmiatori attraverso operazioni di finanza creativa sempre più ardite.
La voragine è diventata troppo grande e si prepara a inghiottire tutto.