Trappola in alto mare

Con uno stratagemma, Strannix, ex agente dei servizi segreti americani, sale a bordo della Missouri, una corrazzata armata con missili nucleari, e con l’aiuto di un commando di pochi uomini ne prende possesso. Ma il cuoco, Casey Ryback, che anni prima si era distinto nella guerra del Vietnam, darà filo da torcere ai terroristi. Nonostante i limiti interpretativi (ed espressivi) di Steven Seagal, il film è veloce, divertente e ricco d’azione. Tommy Lee Jones tornerà a collaborare con il regista Andrew Davis l’anno seguente in Il fuggitivo, grazie al quale vincerà l’Oscar come migliore attore non protagonista. (andrea tagliacozzo)

Colpevole d’innocenza

Una donna viene condannata per l’omicidio del marito, ma mentre sconta la detenzione scopre che l’uomo è vivo: medita quindi vendetta, soprattutto perché non può essere processata due volte per lo stesso delitto. Un film che scorre e diverte, e finisce col dare più di ciò che ci si aspetta. Panavision.

Non è un paese per vecchi

Llewelyn Moss (Josh Brolin) è un cacciatore del Texas che casualmente capita sulla scena di un “affare andato male” nel bel mezzo del deserto: cadaveri, un carico di eroina e una borsa con due milioni di dollari. L’uomo prende la borsa e fa perdere le sue tracce: un rimorso di coscienza lo riporterà però sul luogo incriminato e da quel momento inizieranno i guai.

Le tre sepolture

A volte l’amicizia è più forte della morte. Ma la vendetta lo è sempre. Nelle terre di confine fra il Texas e il Messico, Pete Perkins (Tommy Lee Jones), cowboy dei nostri tempi, decide di vendicare l’assassinio del suo migliore amico Melquiades Estrades (Julio Cesar Cedillo), trovato cadavere nel deserto. Era un immigrato irregolare, come tanti messicani che vanno a cercare lavoro e fortuna, o semplicemente migliori condizioni di vita, nell’eldorado statunitense. Pete vuole tener fede alla promessa fatta a Melquiades, accontentandone l’ultimo desiderio: essere sepolto presso il suo paese natale, nella regione di Chihuahua. Così, si mette in viaggio con la salma in compagnia dell’assassino (Barry Pepper), che tiene sotto sequestro: espierà le sue colpe attraverso la sofferenza.

Molti dicono che l’attore, il produttore, lo sceneggiatore siano i mestieri «difficili». La regia? Quella è molto più semplice, quasi una sciocchezza. Un luogo comune, certo. Ma se si pensa alle prove recentemente offerte da gente come

Clint Eastwood,

George Clooney
o

Paul Haggis,
un dubbio si insinua. Ora, anche Tommy Lee Jones si cimenta ardimentoso nel salto di ruolo, dirigendo una pellicola molto solida che poco ha a che vedere con un’opera prima.

L’attore ha spesso sostenuto, durante le molte interviste rilasciate, di aver voluto girare un film sulla «sua» terra e la «sua» gente, sul Texas in cui è nato e cresciuto, sul Messico vicino ma profondamente distante. In realtà, il centro della vicenda – che si sviluppa in modo non lineare, attraverso continui flashback e cambi di punti di vista – è la parabola sull’espiazione, il pentimento e il perdono messa in scena dai due protagonisti, «duri» che nascondono grandi debolezze, come tutti i personaggi maschili di questa pellicola: la rappresentazione del sesso, sempre malriuscito, o peggio, fonte di fallimento e frustrazione, li smaschera completamente in questo senso.

Molto bella la sceneggiatura di Gullermo Arriaga

(21 Grammi),
fatta di dialoghi pieni di cinismo, scarni ed essenziali, conditi con ironia nera in dosi non particolarmente generose. Non a caso vincitrice della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes.
Premio anche all’interpretazione di Tommy Lee Jones, aiutato dal personaggio cucito su misura per lui. E come poteva essere altrimenti?
Aspettiamo altre prove: la strada per Jones sembra in discesa, e chissà che, come è già successo all’attore – regista Eastwood, non porti addirittura all’Oscar.
(michele serra)

Space Cowboys

Un gruppo di ex astronauti, ormai anziani e impegnati in tutt’altri lavori, viene richiamato in servizio. Un satellite russo infatti comincia a perdere colpi. Guarda caso, è molto simile a quello costruito da James Corbin (Eastwood), attualmente un ingegnere aerospaziale. Lui accetta di tornare nello spazio, ma solo con i suoi vecchi compagni di avventura… «Time’s clocking on and I’m only getting older.» è la battuta centrale, quella che condensa tutto il senso, doloroso, di Space Cowboys , l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood che il Festival di Venezia onora con un Leone d’oro alla carriera strameritato (film, tra l’altro, accolto da un’inquietante freddezza al termine della proiezione serale per la stampa del 29 in Palagalileo…). In italiano la battuta (stando ai trailer che circolano già nelle sale) è diventata: «Ho 70 anni e il tempo vola». Che il cinema di Clint Eastwood fosse anche un appassionato studio sulle incrostazioni di tempo che si sedimentano sulle icone dell’immaginario americano è cosa che solo negli ultimi anni è saltata agli occhi anche dei più miopi. Ora non si tratta certo di reiterare la litania del «ve l’avevamo detto noi che Clint è un grande» perché Clint nel cinema contemporaneo c’è da sempre, a dispetto delle accuse di fascismo e di altre amenità del genere urlate dai poliziotti del «ideologically correct» (che fine avete fatto, bimbi?). Certo il riconoscimento a Clint nessuno ci impedisce di viverlo come una vittoria nostra, ossia di coloro che (per dirla con Tex) hanno sempre amato questa vecchia pellaccia che, dall’alto dei suoi 70, si scopre anche cantore della vecchiaia manco fosse la reincarnazione di Howard Hawks. Eastwood, frainteso frettolosamente come l’ultimo emissario della classicità americano (quasi come se questa fosse la virtù in grado di mondare gli ultimi residui di ambiguità contenutistiche che ancora aleggiano intorno al suo cinema), rappresenta semmai il vessillo problematico di una modernità conflittuale conquistata e praticata attraverso un’umiltà e un rigore formale aspro ontologicamente alieno da semplificazioni e frettolosità del tratto. Ogni film di Eastwood è stato in primo luogo la cronaca del corpo dell’attore messo in scena (anche negativamente, come nell’eccellente Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male ) e la contemplazione del lavorio del tempo cui questo è fatalmente esposto. Space Cowboys in questo senso opera una specie di sortilegio performativo: ferma il tempo e offre al suo magnifico quartetto di eroi la possibilità, per una volta, di recuperare il tempo perduto (quasi una sorta di Proust redento dall’etica hawksiana del lavoro di squadra). Tutto il film si pone sotto questo tacito accordo: illudersi che il tempo possa essere fermato (l’utopia stessa del cinema, la mummia del tempo bloccato stando a Bazin…) e restituire il vigore a corpi ormai consunti (il cancro che divora il pancreas di Tommy Lee Jones/Hawk… ovvio: nomen omen). Il tempo del cinema eastwoodiano (e per traslazione del cinema americano) diventa inevitabilmente un tempo somatografico. Pur essendo cowboy dello spazio, il perimetro-set, il luogo narrazione del film è il corpo (e non sorprende che Eastwood/Corvin sia interrotto dagli inviati Nasa proprio durante un’effusione con la moglie: la riconversione dell’energia libidica fornisce inevitabilmente la motivazione desiderante per uscire fuori dal proprio corpo: perdersi nello spazio, rinascere …). Quasi come se fossero la segmentazione delle facoltà di un unico corpo, i quattro protagonisti si ritrovano ognuno dotato della propria specialità (ognuno estensione dei sensi ottusi dell’altro…). Ed è questo mutuo soccorso dei sensi e della carne a dire della modernità del film. Se il cinema non può fare a meno di registrare lo scorrere del tempo e quindi rivelare la finitezza dei corpi, allora non resta altro che giocare sino in fondo la carta del venir meno: ossia sedurre con la propria morte (Baudrillard) per giocare con i riflessi della finitezza dei corpi seduti in sala. Scambio di sguardi e tensioni che Space Cowboys realizza con una lucidità teorica realmente inquietante. Perché è proprio questo ciò che è in gioco: se il corpo-cinema finisce significa che il corpo-spettatore è giunto ormai nella sua fase terminale. Ciò che resta al cinema è pensare di sfuggire al suo essere tempo registrato per risognarsi corpo vergine riscattato dal tempo-durata. Ed è precisamente in questo snodo che Eastwood rivela la sua drammatica modernità: la sua lucida consapevolezza di cantore della fine come esserci perenne per la morte. Ma senza acredine alcuna: con la serenità di chi sa che la morte può essere filmata, un poco alla volta, che noi siamo già, inevitabilmente, la nostra morte… Senza per questo escludere che tutto sia già accaduto da qualche parte (dove?…) e che il cinema stesso non sia altro che il sogno del tempo di un rimbaudiano astronauta addormentato in una valle della Luna, sperduto da qualche parte nello spazio, a raccontarci una storia che comunque non ci stancheremo di ascoltare…. (giona a. nazzaro)

Men in Black II

Sono passati 4 anni da quando gli agenti segreti del MIB J (Will Smith) e K (Tommy Lee Jones) hanno sventato l’ultimo disastro intergalattico. In questo tempo J, da giovane allievo un po’ pasticcione, è diventato uno dei migliori uomini dell’agenzia spaziale che si occupa di monitorare le attività aliene sulla terra, e K, un tempo maestro di J, ora vive senza memoria del suo passato, in un paesino del Massachussetts, facendo il direttore dell’ufficio postale. È un normale giorno di lavoro quando J si imbatte in un insolito omicidio: il defunto è un alieno proprietario di una pizzeria, dove lavora Laura, ignara custode della Luce di Kartan. Luce bramosamente desiderata da Seerlena (Lara Flynn Boyle), una radice neurale (malvagia creatura), con l’aspetto seducente di una modella di biancheria intima. Attraverso varie ricostruzioni si capirà che l’unico a conoscere il segreto della luce è K. Toccherà al suo ex allievo J andarlo a cercare e una volta trovato… Il film ripropone quasi interamente tutti i personaggi e le strane creature che avevano fatto il successo del primo MIB, campione d’incassi nel 1997. Ma soprattutto ripropone l’azzeccata coppia comica Smith-Jones, nel film J e K. K uomo di esperienza, cinico e tagliente, inizialmente ignaro del suo passato, ma sempre sagace anche in abiti civili. J ragazzotto promettente, con l’aria da spaccone, vive in solitudine e insoddisfazione e soffre l’assenza di un valido compagno. Smith e Jones insieme, come nelle migliori dinamiche delle coppie comiche, traggono forza l’uno dall’altro. Jones sfotte, Smith assorbe, Jones lavora con sintesi, Smith con analisi, e così via con il gioco delle antitesi. Il tutto sullo sfondo del film fantascientifico che qui è veramente completo. Ci sono infatti tutti i personaggi caratteristici e qualche stereotipo di questo genere di film: il cane parlante con un leggero accento napoletano, il grande capo super partes che tutto vede e tutto sa, la gente normale che non può riconoscere né alieni né agenti spaziali della MIB. È un tentativo forse di riportare negli USA una scuola di commedia che da un po’ di tempo fa sentire la sua assenza. Negli anni abbiamo visto quasi esclusivamente commedie sentimentali e melense, oppure comicità demenziale di tutti i livelli. MIB2 si avvicina più al secondo genere, ma si apprezzano comunque gli sforzi degli sceneggiatori e le prestazioni della supercoppia Jones-Smith.
(letizia ferlito)

La ragazza di Nashville

La storia dalle stalle alle stelle della cantante country Loretta Lynn è una tra le migliori biografie musicali mai realizzate, nonostante nell’ultima parte scivoli un po’ su qualche dettaglio “down side”. La Spacek ha vinto il meritatissimo Oscar (ha cantato senza playback), ma Jones, la D’Angelo, Helm (il batterista di The Band) sono altrettanto bravi. Sceneggiatura di Tom Rickman.

Il fuggitivo

Tratto da una fatto vero di cronaca e ispirato a una serie tv di successo negli States negli anni Sessanta, racconta la storia di un uomo (Harrison Ford) accusato ingiustamente di uxoricidio che riesce a fuggire durante il suo trasferimento in carcere. Mentre questi cercherà il vero colpevole, sulle sue tracce si mette un inflessibile agente federale dell’FBI (Tommy Lee Jones). Niente di straordinario, però la storia, scritta molto bene, regge e il merito, più che alla regia di Davis, va alla prova dei due istrioni, Ford e Jones, che tengono in piedi la baracca. Proprio a Tommy Lee Jones andò la statuetta come Miglior Attore Non Protagonista, ma la pellicola ebbe ben altre sei nomination, ‘tecniche’ e non (tra cui: Film, Fotografia, Montaggio e Sonoro).

 

Small Soldiers

Un produttore di giocattoli troppo entusiasta mette dei microchip militari nei nuovi pupazzi da combattimento; si scatenerà l’inferno quando questi dichiareranno guerra ai giocattoli “nemici”. Una buona premessa indebolita da una sceneggiatura prevedibile. L’animazione al computer è straordinaria e il regista Dante ci mette un po’ di chicche per cinefili, usando membri del cast di Quella sporca dozzina e di This Is Spinal Tap per le voci, e la musica di La moglie di Frankenstein nei momenti chiave. Ultimo film di Hartman. Super 35.

Rivolta al Central Park

Dopo l’uccisione di un suo amico, un veterano del Vietnam, tornato dalla guerra duramente provato nella psiche, prende possesso del Central Park di New York. Le autorità cercano in tutti modi di stanarlo, ma l’uomo si difende usando le tecniche di combattimento apprese durante il conflitto nel Sud Est asiatico. Pellicola mediocre e confusa realizzata direttamente per il piccolo schermo. Una curiosità: nonostante l’ambientazione newyorchese, l’intero film è stato interamente girato a Toronto, in Canada.
(andrea tagliacozzo)

Uccidete la colomba bianca

Fiacco thriller di paranoia politica in cui Hackman è un sergente dell’esercito in carriera che viene a sapere di essere stato usato come pedina nella trama di una cospirazione progettata da militari dissidenti russi e americani. Vale sempre la pena vedere Hackman, ma la storia perde terreno (e credibilità) proprio quando dovrebbe giungere al suo apice.

J.F.K. – Un caso ancora aperto

Stati Uniti, 1963. Il procuratore Jim Garrison, poco convinto delle tesi che vogliono il Presidente Kennedy ucciso da un assassino solitario, l’ex marine Lee Harvey Oswald, apre un’inchiesta per smascherare le fila di un eventuale complotto. Tipico film alla Oliver Stone, impostato come una lunga, appassionata, interminabile requisitoria di tre ore, ricca di dati, supposizioni e, probabilmente, qualche azzardo storico. Si tratta, comunque, della migliore regia del discusso cineasta americano, che riesce a mescolare abilmente le scene del film alle immagini di repertorio (alcune vere, altre ricostruite con la tecnica del documentario) riuscendo a creare un’opera altamente spettacolare, cinematografica, ma allo stesso tempo di un realismo impressionante. Oscar 1991 al montaggio (davvero straordinario) e alla fotografia (di Robert Richardson).
(andrea tagliacozzo)

U.S. Marshals – Caccia senza tregua

Il testardo capo del dipartimento di polizia (Jones) del Fuggitivo e il suo team tornano all’azione quando un sospetto criminale fugge dopo che l’aereo che trasportava lui e altri prigionieri si schianta al suolo. Le indagini sono aiutate/ostacolate dall’agente federale Downey. Thriller mozzafiato incespica un po’ verso la fine tanto che non è chiaro come termini realmente. Comunque gradevole.

Nella valle di Elah

Mike Deerfield scompare misteriosamente subito dopo essere ritornato dall’Iraq, dove ha combattuto, e viene considerato “assente ingiustificato” dall’esercito. Quando la sconvolgente notizia raggiunge Hank Deerfield, ex soldato della polizia militare, e sua moglie Joan, Hank decide di mettersi alla ricerca del figlio, con l’aiuto della riluttante investigatrice di polizia Emily Sanders. Man mano che le indagini proseguono e il quadro si compone, Emily si rende conto che la scomparsa è solo una montatura.

L’uomo di casa

Il ranger del Texas Roland Sharp (Tommy Lee Jones) viene incaricato di proteggere le uniche testimoni uculari dell’assassinio di un grande trafficante di droga. Si tratta di un gruppo di universitarie impegnate come cheerleader. Per ptersi muovere nell’ambiente dell’ateneo senza destare sospetti, Sharp dovrà fingersi assistente allenatore, dando così luogo a una serie di situazioni tipiche della commedia.

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)

Stormy Monday – Lunedì di tempesta

Un affarista americano si reca in Inghilterra, a Newcastle, per mettere in atto una odiosa speculazione: vorrebbe acquistare gli edifici del centro storico per demolirli e costruire al loro posto una catena di fast-food. Il suo progetto è ostacolato dal proprietario di un localino jazz, che non intende assolutamente cedere il suo night-club. Un film d’atmosfera, splendidamente fotografato da Roger Deakins. Ottimo il quartetto d’interpreti, anche se il regista Mike Figgis, tutto stile e poca sostanza, sembra spesso girare a vuoto. Colonna sonora dello stesso Figgis.
(andrea tagliacozzo)