L’importanza di chiamarsi di Ernest

Jack Worthing (Colin Firth) ha un segreto, una doppia vita. In campagna da uomo morigerato, tutore di una giovane donna molto ricca, in città libertino, frequentatore di locali e bische. Per scappare dalla campagna si è inventato un fratello scapestrato che vive a Londra, Ernest. In città ha un amico, Algy Moncrieff (Rupert Everett), sempre in bolletta e amante della bella vita. Algy chiede di incontrare la pupilla di Jack per sposarla, fingendosi poi il famoso fratello Ernest. Jack a sua volta vuole sposare la cugina di Algy. A creare problemi c’è la zia di Algy, Ogasta (Judi Dench), e il particolare che le due promesse spose desiderano esclusivamente uomini che si chiamano Ernest. Tra equivoci e humour inglese una piacevole commedia, brillante, dove la modernità di Oscar Wilde è ben evidente e dove gli attori, soprattutto i due protagonisti maschili, fanno il resto. La «delicata bolla di fantasia», come il grande autore dandy l’aveva definita, riesce, anche per la durata contenuta della pellicola, a mantenere l’attenzione dello spettatore tra una risata e l’altra. Una nota in più per le scene e la fotografia.
(andrea amato)

Batman Begins

Il giovane Bruce Wayne (Christian Bale), dopo aver assistito all’assassinio dei genitori, inizia a viaggiare per il mondo alla ricerca di un modo per sconfiggere ogni tipo di ingiustizia e di sopruso. Tornato a Gotham City, si trasformerà in Batman, l’eroe mascherato in lotta contro il male. Il film di Christopher Nolan ripercorre le origini della leggenda dell’uomo-pipistrello.

Oscar e Lucinda

Bizzarra storia d’amore tra due spostati australiani a metà Ottocento: il segnato e tormentato figlio di un sacerdote (Fiennes) e un’indipendente ereditiera vittoriana (Blanchett), entrambi fanatici del gioco d’azzardo. La scommessa della loro vita diventa surreale, quando una chiesa fatta di ferro e vetro viene trasportata via mare e terra in un territorio selvaggio. L’eccentricità prende il sopravvento sull’amore e la passione in questo adattamento del romanzo di Peter Carey. Ci sono reminiscenze del Fitzcarraldo di Herzog. 

In the Bedroom

Frank è figlio unico, ragazzo modello, iscritto ad architettura, torna per le vacanze nel paese dei suoi genitori, nel Maine. Qui incontra una donna madre di due figli, appena separata da un marito violento. Frank si innamora e, nonostante i consigli dei genitori, decide di vivere con la sua fidanzata e lasciare l’università per un anno. I suoi genitori, nonostante tutto, cercano di essere comprensivi, ma un’orribile tragedia si abbatte su questa tranquilla famiglia borghese della provincia americana. I due genitori cinquantenni si trovano a dover elaborare un dolore che non avevano assolutamente previsto di affrontare, talmente forte e inaspettato che rischia di separare anche loro. Solo l’errore peggiore riuscirà a riavvicinarli. Simile per alcuni versi a
La stanza del figlio
di Nanni Moretti,
In the Bedroom
risulta molto più superficiale, scadendo terribilmente in un finale grottesco e ingiustificato. Per tre quarti del film la storia regge bene, con grandi interpretazioni di Sissy Spacek e Tom Wilkinson, ma negli ultimi venti minuti il regista Field riesce a rovinare tutto. Candidato a cinque premi Oscar (attrice protagonista, attore protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura non originale e film),
In the Bedroom
potrebbe definirsi una buona occasione mancata.
(andrea amato)

RocknRolla

Il nitore e la maestosità delle moderne architetture di vetro e cemento che hanno rimodellato lo skyline di Londra nascondono non solo speculazioni immobiliari e business faraonici, ma anche mazzette e malavita, crimini e violenze. I nuovi poteri emergenti hanno origine non solo dai bassifondi dell’East End ma anche dall’Est Europa. Sono le nuove mafie e i nuovi ricchi dell’ex blocco sovietico a dettare realmente le regole urbanistiche al posto delle archistar e dei principi di Galles, futuri eredi al trono delle regina Elisabetta. Nella nuova capitale del mondo occidentale scorrono a fiumi denaro, armi, droga e tanto, tanto rock ‘n roll.

di Gerardo Nobile

Il senso di Smilla per la neve

Deludente adattamento del romanzo di Peter Hoeg, con la Ormond nella parte di una donna estraniata, disperata per la morte di un ragazzo inuit suo vicino e ossessionata dalla ricerca dei dettagli del suo possibile omicidio. Un po’ saga sulla ricerca dell’anima, un po’ vicenda d’azione, un po’ storia d’amore, un po’ thriller medico… ma tutto rimane slegato. Senz’altro un grande ruolo femminile, ma confuso nella sua esecuzione. 

Il prete

Provocatorio dramma su un uomo di chiesa che si ritrova preso tra i sacri voti e le sue credenze personali, in particolare la sua omosessualità nascosta. Abile mix di melodramma e trattato sociale che fa in modo di affrontare temi come l’omosessualità, l’abuso, l’incesto, e le politiche ecclesiastiche con risultati incisivi — e anche un oscuro senso dell’umorismo. Recitazione perfetta. Scritto da Jimmy McGovern. Durata originale di 105 minuti e accorciato per l’uscita negli Stati Uniti.

Cavalcando con il diavolo

Lungo il confine tra il Missouri e il Kansas, la Guerra di secessione si combatte tra i Jayhawkers, fedeli all’Unione, e i Bushwhackers, confederati irregolari. Tra questi c’è anche il giovanissmo Jake Roedel, che diventa adulto tra massacri, agguati e azioni di guerriglia. Accolto sfavorevolmente negli Stati Uniti,
Cavalcando con il diavolo
– penultimo film del taiwanese Ang Lee, tratto da un romanzo di Daniel Woodrell – è stato scorciato dalla distribuzione dagli originari 136 minuti agli attuali 115. Formulare giudizi sarebbe quindi improprio. Ciò che si può intuire è che Lee conferma la sua natura di regista buono per tutti le stagioni: un professional (ma niente di più) che si sarebbe trovato bene nella Hollywood degli anni d’oro. Per il resto,
Cavalcando con il diavolo
riprende interi segmenti da
I cavalieri dalle lunghe ombre
di Walter Hill (c’è perfino un Bushwhacker con la guancia bucata da un proiettile come Keith Carradine), tenta affondi che nelle intenzioni guardano a Michael Cimino, ma poi si perde in un’illustrazione innocua e senza vigore che, a dispetto del sangue versato, non depone granché a favore di Lee. Si salva Jonathan Rhys-Meyers, psicopatico lungocrinito obnubilato dalla guerra: ma è un po’ poco, nonostante il film (quel che ne resta) non si lasci seguire con fatica.
(giona a. nazzaro)

Full Monty – Squattrinati organizzati

È dura la vita da disoccupato nella Sheffield di metà anni Novanta. Le acciaierie, un tempo motore dell’economia locale, hanno chiuso una dopo l’altra e Gaz e Dave sono costretti a passare le loro giornate tra l’ufficio di collocamento e il dopolavoro. «È incredibile quanto ci si stanchi a non far niente», dice Dave alla moglie prima di mettersi a dormire. Gaz invece una moglie non ce l’ha più: lei vive con il figlioletto insieme a un altro uomo e vorrebbe anche ottenere l’affidamento esclusivo del bambino, a meno che Gaz non partecipi alle spese per il suo mantenimento. Trovare 700 sterline però non è facile, specie se non si ha uno straccio di lavoro. All’improvviso la folgorazione: le donne si mettono in fila per vedere gli spettacoli dei Chippendales, un gruppo di strip tease maschile, perché non dovrebbero fare lo stesso se sul palco salissero gli squattrinati organizzati di Sheffield? Il problema è trovare dei compagni di viaggio e, soprattutto, imparare a spogliarsi e a ballare in maniera decente. Reclutati altri quattro disoccupati, fra cui un ex caporeparto che conosce i rudimenti del ballo, l’organizzazione dello spettacolo può cominciare. Fra prove tragicomiche e fisici non proprio da strip man si arriverà alla fatidica sera dell’esibizione, durante la quale Dave ritroverà la stima della moglie e Gaz quella in se stesso.
Baciata da un clamoroso successo di pubblico, l’opera prima di Peter Cattaneo offre un ritratto divertente ma amaro della classe operaia inglese, mostrando come la mancanza di lavoro e denaro renda difficili i rapporti fra le persone, sempre meno fiduciose in se stesse e nel prossimo. A scene decisamente esilaranti come quelle delle prove dello spettacolo, fanno infatti da contraltare i molti momenti di crisi degli improvvisati spogliarellisti, che la disoccupazione costringe a riflettere su problemi non soltanto di ordine economico. Gaz, Dave e gli altri si mettono a nudo non solo in senso fisico, rivelando una fragilità e una sensibilità che il luogo comune non attribuirebbe mai a un rude operaio inglese. Intensissima l’interpretazione di Robert Carlyle (Gaz), reduce dalle esperienze con Ken Loach e dal grande successo di Trainspotting , alle prese con un personaggio che tenta in tutti i modi di impedire che la mancanza di denaro gli porti via il figlio, l’unica persona che ancora crede in lui. (m.z.)

The Exorcism Of Emily Rose

Nell’America di questi tempi, una giovane avvocatessa rampante sembra essere la persona giusta al posto giusto. Ma non è tutto oro quel che luccica, almeno per Erin Burner (Laura Linney): la sua rapida carriera come principessa del foro, grande determinazione e zero scrupoli etico-morali, è infatti giunta a una svolta. Un caso più complesso degli altri: la difesa di Padre Moore (Tom Wilkinson), accusato di aver provocato con «pratiche esorcistiche» la morte della ventenne Emily Rose (Jennifer Carpenter). Durante il processo, oltre a difendere il prete dalle accuse dell’inflessibile procuratore Etan Thomas (Campbell Scott), Erin dovrà rimpadronirsi del suo senso religioso (dopo essersi più volte definita agnostica) e, last but not least, resistere agli attacchi delle entità demoniache che si erano precedentemente scontrate con il suo cliente.
Un film che suscita alcune perplessità. Forse sono più dubbi di ordine ideologico che non prettamente tecnico-artistici. Meglio andare con ordine.
The Exorcism Of Emily Rose è difficilmente catalogabile: il suo impasto di horror e court drama è piuttosto ben equilibrato, nessuno dei due elementi prende il sopravvento in modo netto; piuttosto il film vive attraverso l’alternanza dei toni e degli stili, diversi, spesso totalmente opposti, tipici dell’uno o dell’altro genere.
Un esperimento riuscito, quello di Scott Derrickson: pur senza particolari colpi d’ala, il mix funziona in modo soddisfacente, anche se certamente le sequenze meglio riuscite sono quelle, più appassionanti, che si svolgono all’interno dell’aula del tribunale; caratterizzati da un maggior numero di cadute di stile invece i momenti prettamente horror, tanto che agli spettatori più smaliziati (o maldisposti) a volte scapperà pure qualche risata. Nonostante questi aspetti (e le due ore di lunghezza), il film trascorre piacevolmente, più un prodotto medio che un prodotto mediocre.
Veniamo ai dubbi di cui si è parlato più sopra. Il regista ha dichiarato più volte di voler stimolare la riflessione da parte degli spettatori, dando vita a un dibattito tra i sostenitori e i detrattori dell’esistenza del soprannaturale. Ma questa rimane solo una dichiarazione, perché il soprannaturale è caratterizzato esclusivamente con i tratti della simbologia religiosa cattolica e gli «agnostici», già dopo la prima mezz’ora, diventano dei miscredenti incapaci di vedere al di là del loro naso. Anche la dichiarazione iniziale «tratto da una storia vera», stride con questa dichiarata volontà di essere super partes: qual è la «storia vera»? Il processo? Ok. La possessione di Emily? Le sue stimmate?
Abbiate fede, sembra volerci dire Derrickson, ma si raccomanda anche che sia una fede da credulità popolare, da Padre Pio, da madonne che piangono, e attenzione al diavolo che è sempre in agguato. La sua è solo una indifendibile e bieca strategia commerciale, neanche troppo ben mascherata. In definitiva: film decente, ma un po’ pretenzioso e a tratti retorico dal punto di vista dello stile. Sui risvolti, meglio sospendere il giudizio. Tanto quello, prima o poi, arriva per tutti… (michele serra)

La ragazza con l’orecchino di perla

Deft, 1665. Griet, una ragazzina sedicenne, viene mandata dalla sua famiglia, in difficoltà economiche, a servizio nella casa del pittore Johannes Vermeer. Una padrona spendacciona e capricciosa, una suocera più avveduta, un’infinità di bambini e un bilancio da far quadrare. Perché il maestro fa fatica a trovare soggetti da ritrarre. Anche se c’è un committente, il lascivo ma ricco van Ruijven. Griet si avvicina allo studio di Vermeer per pulire. Ma dimostra ben presto la capacità di saper miscelare i colori, di capire il maestro, di assecondarlo… Scatenando gelosie e invidie in casa. Ma sarà il pittore a volerla come modella per uno dei suoi capolavori…
Peter Webber, al suo primo lungometraggio (si era cimentato solo in documentari e nel montaggio), è il regista dell’incantevole film tratto dal romanzo del 1998 di Tracy Chevalier, la giovane autrice americana che ha trovato il successo con storie passate, tra arte e passione. E qui siamo a Deft, il paese olandese di Vermeer, nel Seicento. Siamo nella sua casa. Dove si svolge una vicenda fatta di ombre e silenzi, sguardi rubati e sospiri (troppi…), porte socchiuse e scricchiolii, passi lenti e atmosfere nebbiose. Tra servette con la cuffietta (era una vergogna mostrare i capelli per i protestanti) e ragazzine cattivelle, padrone vanesie e uomini bruti. Tranne il Maestro, Vermeer. Uno splendido Colin Firth, con i capelli lunghi, il tono di voce sommesso, le mani delicate sporche di colori, l’animo inquieto, anche e l’espressione è un po’ monocorde… Ma perfetta è la protagonista, Scarlet Johansson, la ragazzina traumatizzata de L’uomo che sussurrava ai cavalli, ma soprattutto l’acclamata Charlotte in Lost in Translation di Sofia Coppola. Perfetta, perché il suo volto (forse non proprio da sedicenne…) sembra proprio quello dipinto dal pittore. Sensuale (se non erotico) il rapporto dei due, fatto solo di dita sfiorate, di volti vicini, di sguardi… Addirittura Tracy Chevalier, prima di vendere i diritti cinematografici alla produzione, si assicurò che nessuno intendesse far finire a letto i due protagonisti. In un film di ambiente e di atmosfere, quasi tutto girato in interni, la scenografia e i costumi hanno una parte fondamentale. Tanto che ogni inquadratura, ogni scorcio sembra a sua volta un quadro. Con ogni particolare, da un’acconciatura a un piatto da portata, dalla tappezzeria alla tovaglia, ai famosi orecchini, ricostruito alla perfezione. Il quadro che ha ispirato Tracy Chevalier (che da ragazzina ne teneva in camera sua il poster) fa parte della raccolta permanente nella Mauritshuis a L’Aia. Si crede sia stato dipinto fra il 1665 e il 1666, ma si ignora quasi tutto quello che riguarda questo dipinto che rimase nascosto fino al 1882 quando fu venduto al prezzo di una copia. E nulla si sa della enigmatica, sensuale e inaccessibile modella, che fece di questo quadro la Monna Lisa olandese. (d.c.i.)

Le seduttrici

Mal congegnata versione del Ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde (portato sullo schermo più e più volte durante gli anni), ambientata in Italia invece che in Inghilterra e negli anni Trenta del Novecento invece che a fine Ottocento. Alcuni personaggi dell’opera di Wilde, originariamente inglesi, sono qui americani. Tra questi Mrs. Erlynne (una Hunt completamente fuori ruolo), un’avventuriera piena di debiti che arriva ad Amalfi determinata a sedurre il ricco sfondato e fresco di matrimonio Robert Windermere (Umbers).

Il patriota

Non c’è regista oggi negli Stati Uniti più patriottico, enfatico ed edificante del tedesco Roland Emmerich, già autore degli imbarazzanti Independence Day e Godzilla . Questa volta, pur di tornare a cantare i valori solidi e militari che hanno reso forte e potente l’unica superpotenza mondiale, ha pensato bene di cominciare dal principio, dalla Guerra d’Indipendenza, e di confezionare così una specie di grande omaggio al Paese nel quale sente di appartenere. L’attenzione con cui riscrive le pagine storiche si riduce a una filologia tutta esteriore (concentrata giusto sulle divise dei soldati), mentre il film è in realtà un’ipocrita celebrazione delle magnifiche sorti e progressive di un paese di cui si preferisce occultare la vocazione schiavista e sciovinista. L’azione si svolge nel 1776, in Carolina del Sud: Mel Gibson, nei panni del prode vedovo Benjamin Martin, dapprima restio a partecipare alla rivoluzione e poi conquistato dalla nobile causa contro gli inglesi, incarna il tradizionale modello dell’eroe americano irriducibilmente isolazionista eppur votato all’altruismo, sulla falsariga del Gary Cooper de Il sergente York e La legge del signore . La sceneggiatura di Robert Rodat, già autore del copione di Salvate il soldato Ryan , è talmente discutibile da farci venire retrospettivamente il sospetto di aver sopravvalutato il film di Spielberg. (anton giulio mancino)

Stage Beauty

Siamo a Londra, all’epoca di Carlo II Stuart, che fu re in Inghilterra dal 1660 al 1685, dopo che suo padre era stato decapitato (Carlo I) e dopo che Cromwell e suo figlio ebbero regnato repubblicanamente per un decennio. Durante il suo regno successero molte cose, politicamente assai rilevanti, che al film non interessano: l’editto puritano che vietava alle donne di salire sul palcoscenico fu dal re stesso abrogato. Naturalmente, come successe nel cinema al passaggio dal muto al sonoro, molti attori persero il lavoro, tra i quali coloro che si erano specializzati in ruoli femminili. Il film racconta la storia – su un traliccio di verità rintracciabile anche in quel meraviglioso documento dell’epoca che è il Diario di Samuel Pepys – dell’ultimo interprete di ruoli femminili, Ned Kynaston, interpretato da Billy Crudup, intrecciando una vicenda poco credibile, da Eva contro Eva, condita da ambiguità sessual-sentimentale e con scontato lieto-fine.
Il film, che in realtà si salva proprio per la caratterizzazione secondaria, vorrebbe proporsi come genere storico-di costume, costume come marginalia historica di rilevante sociologia, ma con discutibili attualizzazioni, che il regista Richard Eyre pratica con molta nonchalance. Per esempio la ipernaturalistica interpretazione finale dell’uccisione di Desdemona è del tutto improbabile, e qualsiasi storico del teatro ne riderebbe; il duca di Buckingham (Ben Chaplin) che ascolta il derelitto amante in un Hammam simile a quelli di oggi, con tanto di asciugamanino in vita come in un gay-film preAids, lascia molto sconcertati sull’anticipazione dei costumi orientali al XVII secolo (ricordo che le Lettere persiane di Montesquieu risalgono al 1721). Ma sono quisquiglie di fronte alle grossolanità psicologiche delle inclinazioni sessuali del protagonista, incarcerato femmina in corpo maschile per educazione artistica: cioè siamo ancora alle volgarizzazioni più corrive della psicanalisi ad usum delphini, cioè Hollywood anni Quaranta-Cinquanta.
Insomma, un guazzabuglio storicamente e psicologicamente insensato, ma visibilmente molto accattivante e divertente. Tutto ricorda, in bene e in male, nella piacevolezza come nella cialtroneria Shakespeare in Love. Lo si vede e ci si diverte grazie alle interpretazioni di Crudup e di Claire Danes (Maria), al cammeo caricaturale di Carlo II di Rupert Everett, alla simpatica caratterizzazione di Samuel Pepys (interpretato da Hugh Bonneville), alla ricostruzione scenica della Londra e dei teatri dell’epoca. Quanto basta per andare a vederlo. (piero gelli)