Giocando nei campi del Signore

Atterrato con il suo biplano in un villaggio dell’Amazzonia, Lewis Moon, avventuriero di origini Cheyenne, riceve l’incarico di bombardare il territorio della tribù Niaruna. Ma l’uomo, solidale con gli indios, si rifiuta di eseguire gli ordini e si paracaduta in mezzo alla foresta. Nella loro ingenuità, i Niaruna scambiano Moon per Kisu, il dio del tuono. Dal romanzo di Peter Mathiessen, un film ambizioso e complesso, ma non del tutto riuscito, a dispetto del buon cast su cui può contare. La durata è forse eccessiva e il ritmo decisamente lento, anche se la pellicola riesce di tanto in tanto ad affascinare e a tenere desto l’interesse dello spettatore. (andrea tagliacozzo)

Dracula di Bram Stoker

Uno dei migliori lavori recenti di Coppola, regista che da una ventina d’anni è in crisi economica e soprattutto creativa. Ormai divenuto retorico narratore di fiabe, si rivolge qui a uno dei miti più «neri» della letteratura e del cinema, realizzando un film fascinoso e roboante. Certo, il lato metacinematografico è fin troppo esibito, con l’equazione vampirismo-cinema alla quale, per sicurezza, si aggiunge la metafora di riserva vampirismo-Aids. Pur discontinuo e progettato a tavolino, Dracula esibisce però un kitsch tutt’altro che incongruo, che quando riesce a trasformarsi in immagine e in racconto regala alcuni passaggi notevoli. L’inseguimento finale è un delizioso Méliès western, ma tutto il film è disseminato di soluzioni efficaci e di sincera e megalomane passione per il cinema. Quasi invisibile una strombazzata partecipazione di Monica Bellucci. (emiliano morreale)

Coffee & Cigarettes

Undici cortometraggi girati a partire dal 1985. Seduti intorno a un tavolino, sorseggiando caffè o tè e fumando sigarette, gli stravaganti personaggi del film discutono, sono parole dello stesso Jarmusch, di «argomenti che spaziano dai ghiaccioli al caffè a Gianni e Pinotto, dai complotti sulla morte di Elvis all’esatta preparazione del tè inglese, dalle invenzioni di Nikola Tesla alla rock band immaginaria SQÜRL, dalla Parigi degli anni Venti all’uso della nicotina come insetticida…».
Roberto Benigni, Bill Murray, Steve Buscemi. E stelle del rock come Tom Waits, Iggy Pop e i White Stripes. Le premesse per fare del nuovo lavoro di Jim Jarmusch un film di culto c’erano tutte. Eppure il regista di Daunbailò ha allestito un’opera tanto caratterizzata dal punto di vista formale (la fotografia in bianco e nero di Frederick Elmes, Ellen Kuras, Tom Di Cillo e Robby Muller, quest’ultimo già all’opera proprio in Daunbailò) quanto carente da quello dei dialoghi. Un difetto non da poco per una pellicola interamente ambientata attorno a tavolini da caffè. L’elogio di nicotina e caffeina regge per un paio di episodi ma poi la noia si impadronisce dello spettatore fino alla penultima scena, la migliore del lotto, che vede un surreale Bill Murray chiacchierare amabilmente con GZA e RZA, due membri del gruppo hip hop dei Wu-Tang Clan. Poche, quasi nessuna, le battute da ricordare. Persino il divertente inglese maccheronico di Roberto Benigni viene «sprecato» a causa della decisione di doppiare l’audio originale. Cinque-dieci minuti di commedia ben riuscita non bastano a giustificare la visione integrale di un film che ne dura 96. (maurizio zoja)

Rusty il selvaggio

Ambiziosa opera d’atmosfera tratta dal romanzo per grandi e piccoli di Susan E. Hinton su un adolescente alienato che vive all’ombra di suo fratello maggiore. Intenso dal punto di vista emozionale, ma confuso e distante; altamente stilizzato, dal punto di vista visivo (girato per la maggior parte in bianco e nero) e sonoro (con una partitura impressionista di Stewart Copeland). Terzo film di Dillon tratto da un romanzo di Hinton, il secondo per Coppola (dopo I ragazzi della 56a strada).

Big Time

Spezzoni di un concerto di Tom Waits all’L.A. Wiltern Theater, più altre performance in cui il camaleontico musicista americano offre tutte le sue diverse facce al pubblico: dal crooner con la voce profonda all’animale da palcoscenico. Se siete dei fan di Waits e non avete mai avuto l’occasione di vederlo dal vivo, questo è il film che fa per voi.

La tigre e la neve

Attilio De Giovanni è un poeta. Padre di due figlie adolescenti, insegna letteratura all’università, dove viene inutilmente concupito da una collega. Il suo cuore batte infatti solo per Vittoria, che però sembra non volerne sapere di lui. La donna sta scrivendo la biografia di un poeta iracheno e, recatasi a Baghdad per ultimare il libro, resta coinvolta nello scoppio di una bomba ed entra in coma. Attilio riesce a raggiungerla ma si accorge ben presto che nell’ospedale mancano le medicine più comuni. Vittoria rischia di morire e il suo innamorato si prodiga in mille maniere per procurarle ciò di cui necessita. Finalmente la donna guarisce ma il suo salvatore nel frattempo è stato fatto prigioniero dall’esercito americano. Una volta liberato, torna a Roma e incontra l’amata, che non sa di dovergli la vita.
Fosse uscito al posto de La vita è bella, sarebbe impossibile non lodare Roberto Benigni e il suo nuovo film, soprattutto in virtù dei temi trattati. Ma dopo aver visto quel capolavoro il pubblico sa di cosa è capace il regista toscano e questo La tigre e la neve rischia di deludere non tanto lo zoccolo duro dei «benignani» quanto tutti gli altri, già messi a dura prova dal mezzo flop di Pinocchio.
Tra i punti forti della pellicola ci sono senz’altro il grande cuore del suo autore, raramente così sincero, e i suoi obiettivi («divertire e commuovere») entrambi raggiunti. Fra quelli deboli, una trama con qualche incoerenza di troppo (la provvidenziale bombola d’ossigeno trovata in un bazar agganciata a una muta da sub e altri colpi di fortuna a dir poco inverosimili) e attori non sfruttati a dovere (il personaggio di Jean Reno è assai poco sviluppato) oppure sottotono (la recitazione di Nicoletta Braschi a tratti fa pensare che il coma in cui versa per quasi tutto il film sia un espediente di Benigni per difenderla dalle critiche piovutele addosso dopo ogni film del marito). A lasciare perplessi è soprattutto la ripresa di temi già affrontati dal regista nel suo film migliore e qui affrontati con minore incisività.
Un film sull’amore («la forza più bella del mondo – dice il regista – la più eversiva e rivoluzionaria») che non porterà nuovo pubblico a innamorarsi di Benigni, limitandosi semmai a far sì che gli altri continuino a volergli bene. (maurizio zoja)

Ironweed

William Kennedy ha fatto l’adattamento del suo romanzo vincitore del premio Pulitzer Prize sulla gente di strada, ambientato ad Albany, New York, nel 1938. Nicholson interpreta un uomo che cerca di venire a termini con una vita che gli ha voltato le spalle anni prima. La Streep è la sua compagna da molto tempo che, come lui, non riesce a stare a lungo lontano dalla bottiglia. Primo film americano di Babenco ha un’atmosfera forte ed è pieno di immagini ossessionanti: ma è lungo e ininterrottamente desolante, con davvero troppo pochi picchi drammatici. Si salva grazie a Nicholson e alla Streep ed è un privilegio guardare le loro interpretazioni. Nomination all’Oscar per Jack Nicholson e Meryl Streep.

Daunbailò

Il terzo film di Jarmusch (anche sceneggiatore) è intrigante, divertente e leggero in ogni momento: uno sguardo su tre perdenti che finiscono insieme in carcere, e poi riescono a evadere. La vicenda acquista veramente vita quando entra in scena Benigni. Film dall’andamento pacato, fotografato in uno spettacolare bianco e nero da Robby Müller in Louisiana. I co-protagonisti Lurie e Waits hanno contribuito anche alla colonna sonora.