Strange Days

Sgargiante ma disturbante miscela di azione futuribile e rilevanza sociale. Fiennes è uno spacciatore di registrazioni mentali di esperienze reali, di cui alcuni sono diventati dipendenti; poi incappa in una oscura cospirazione delittuosa che coinvolge i suoi clienti. Roboante e ambizioso, ma capace di catturare, a sprazzi, il brivido da assuefazione della realtà virtuale anche se la storia d’amore interrazziale tra Fiennes e la Bassett alla fine suona fasulla. Cosceneggiato da Jay Cocks e James Cameron. Super 35.

Pianeta rosso

Per far fronte al sovrappopolamento della Terra, viene varata una missione spaziale su Marte per saggiare le condizioni di vivibilità del pianeta. Ma i problemi iniziano già durante la fase dell’atterraggio.
Pianeta rosso
affida massime alberoniane ai suoi interpreti, accumula déjà vu e citazioni, si dilunga in spiegazioni parascientifiche e ottiene un unico risultato: la noia. Terence Stamp, che è uno serio, pensa bene di morire subito per togliersi dall’imbarazzo, perché altrimenti avrebbe dovuto vedersela con AMEE, versione
Terminator
dell’innocuo robotino di Corto circuito. La sceneggiatura (cui ha messo mano anche il letale Chuck Pfarrer) non trova niente di meglio che accumulare problemi tecnici per far aumentare (?) la tensione. Esempio: «Oddio! Ci serve una batteria!», «Eccola!»; «Oddio! Ci serve una presa!», e così via. Nemmeno la fotografia del cronenberghiano Suschitzky riesce a destare il minimo interesse, ed è quanto dire. E pensare che il De Palma di
Mission to Mars
, straordinario saggio filosofico sul cinema alla fine del cinema, ha dovuto subire tali stroncature!
(giona a. nazzaro)

Salvate il soldato Ryan

Salvate il soldato Ryan

mame cinema SALVATE IL SOLDATO RYAN - IL CAPOLAVORO COMPIE 20 ANNI scena
Una scena del film

Con soggetto e sceneggiatura di Robert Rodat e con la regia di Steven Spielberg, Salvate il soldato Ryan (1998) è un grande flashbakc che, dalla fine degli anni ’90, torna ai tempi della Seconda guerra mondiale. Più precisamente, si torna al celebre sbarco in Normandia (6 giugno 1944), data in cui il capitano John Miller (Tom Hanks) sopravvive allo scontro coi tedeschi. Ma il giorno dopo, a Washington, il generale George Marshall (Harve Presnell) scopre che il giovane soldato James Francis Ryan (Matt Damon) è disperso. Al capitano Miller, di conseguenza, viene affidata la missione per trarre in salvo il soldato Ryan.

Riuscirà la squadra a riportare a casa James Francis Ryan? Nel caos generato dalla guerra, sarà possibile ritrovare il ragazzo? Come si concluderà questa pericolosa missione?

Nel cast anche Vin Diesel, Edward Burns, Giovanni Ribisi, Jeremy Davies, Adam Goldberg, Tom Sizemore e Barry Pepper.

Curiosità

  • L’idea alla base di questo film risale al 1994, quando Robert Rodat vede un monumento presso Putney Corners, nel New Hampshire, in memoria dei caduti durante differenti conflitti, dalla guerra civile americana alla guerra del Vietnam. Lì, quindi, nota i nomi di otto fratelli caduti durante guerra civile e, ispirato da questa storia, fa qualche ricerca e decide di scrivere una storia ambientata nella seconda guerra mondiale.
  • Il produttore Mark Gordon, quando viene a conoscenza di questo progetto, ne parla con Tom Hanks. Sarà proprio lui a convincere Steven Spielberg a occuparsi della regia.
  • Prima dell’avvio delle riprese, inoltre, diversi attori del film affrontano una decina di giorni di addestramento militare per poter recitare in modo più realistico le loro parti. Tra questi Tom Hanks, Edward Burns, Barry Pepper, Vin Diesel, Adam Goldberg e Giovanni Ribisi.
  • Matt Damon, tuttavia, non prese parte all’addestramento intenzionalmente, per far sì che i protagonisti potessero interpretare al meglio il risentimento verso il suo personaggio.
  • Le scene iniziali dello sbarco sono state riprese a Ballinesker Beach, a est di Curracloe, nella contea irlandese di Wexford.
  • Il film, in più, si è aggiudicato cinque premi Oscar, due Golden Globe e due premi BAFTA. Un successo, insomma, sensazionale.
  • La pellicola in Italia venne vietata ai minori di 14 anni per via delle numerose scene di violenza estrema, come per esempio quella di apertura.

Harley Davidson & Marlboro Man

Tom, proprietario di un locale, si trova in difficoltà economiche. Gli amici Harley e Marlboro si propongono di aiutarlo organizzando, assieme ad altri complici, una rapina ai danni del furgone della Great Trust Bank. Il colpo riesce, ma i due, che hanno inconsapevolmente rubato un carico di droga, si ritrovano alle calcagna alcuni spietati killer. Buone le sequenze d’azione, ma tutto il resto è quasi da dimenticare. Il regista Simon Wincer aveva dato miglior prova di sé nel precedente Carabina Quigley . (andrea tagliacozzo)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)