Pene d’amor perdute

Il divertimento comico di Shakespeare diventa un musical degli anni Trenta. Il Re di Navarra (Nivola) e tre compagni giurano di rinunciare alle donne, giusto il tempo che la figlia del re di Francia (Silverstone) arriva con tre amiche attraenti. I numeri musicali hollywoodiani sono proprio imbarazzanti a volte. Ognuno ce la mette tutta ma solo Lane ne esce illeso. Usa vecchie canzoni di Fred Astaire e Ginger Rogers, ma ricorda più Burt Reynolds e Cybill Shepherd di Finalmente arrivò l’amore. Panavision.

L’ultimo samurai

Nathan Algren è ormai un fenomeno da baraccone. Reduce dalla guerra contro gli indiani del generale Custer, va nelle piazze, ubriaco, a dimostrare come si usano i fucili e raccontare di quella guerra. Ma lo richiamano per andare in Giappone ad addestrare i giapponesi all’uso delle armi. L’imperatore, giovane e debole, è stretto tra gli interessi economici di una nuova e spregiudicata classe dirigente e i vecchi samurai. Andrà e cadrà subito prigioniero dopo una battaglia contro gli antichi guerrieri che lui non aveva voluto. Nathan resterà, dall’autunno delle foglie rosse alla primavera fiorita, prigioniero tra le montagne nel villaggio di Katsumoto, ultimo erede di una dinastia di guerrieri, i Samurai. Sarà curato dalla donna, Taka, cui ha ucciso il marito in battaglia, con i figli bambini di quell’uomo e tra i guerrieri che ha combattuto. Ma quegli uomini, che vivono per antichi e gloriosi valori, conquistano piano piano Nathan. Che imparerà a combattere con la spada e con la furbizia e quando dovrà scegliere con chi stare, quando le truppe dell’imperatore saranno pronte per la guerra, non avrà esitazioni. A rischio della vita.
Edward Zwick, autore di Vento di passioni e di Shakespeare in Love, dipinge un grande affresco sul mondo d’onore dei samurai giapponesi. Tema che, ha confessato, lo ha appassionato da sempre, in particolare da quando vide per la prima volta I sette samurai di Kurosawa. Qui, in un magnifico filmone ottocentesco, vengono rievocati quei guerrieri che avevano come principi inflessibili l’onore, la lealtà, la tenacia, il coraggio, il sacrificio, ma anche la poesia e l’arte… E il protagonista è un Tom Cruise in gran forma. Un bellissimo spettacolo, insomma. Un film epico. Con battaglie interiori che si riflettono nelle guerre tra i due diversissimi eserciti. Con spettacolari paesaggi (il film è stato girato prima in Giappone nella piccola città di Himeji poi nella provincia di Taranaki, in Nuova Zelanda, ma anche negli studi di Los Angeles), splendidi costumi (ricostruiti con certosina perfezione) e armi perfette, eccellente fotografia per una storia avvincente e una strepitosa ricostruzione della battaglia finale tra giapponesi americanizzati e samurai (con 600 comparse da una parte e 75 dall’altra). Un po’ Balla coi lupi (che rimane comunque superiore), un po’ kolossal americano in costume, con l’aggiunta di tanta retorica. Quella descritta è un’epoca di transizione: dal Giappone valoroso delle spade e dell’onore all’era industriale dei cannoni, dall’isolamento più o meno felice all’apertura al nuovo mondo. È il passato che si contrappone al futuro. L’onore al business. Il mondo arcaico alle premesse della globalizzazione. Cruise, anche produttore del film, si è «allenato» otto mesi prima di cominciare a girare: ha consultato molti testi sui samurai, ha studiato la lingua giapponese e ha imparato il Kendo, il combattimento con la spada, e altre arti marziali giapponesi (e il suo maestro è lo stesso che ha istruito Russel Crowe per Il gladiatore e Mel Gibson per Braveheart). «Non solo dovevo andare a cavallo – ha dichiarato Cruise – ma anche combattere mentre ero in sella…». Un impegno, peraltro consueto per Tom Cruise, che lo mette in lizza per l’Oscar visto che l’interprete di Eyes Wide Shut ha collezionato molte nomination ma mai una statuetta dell’Academy. Per L’ultimo samurai, comunque, si è già aggiudicato la nomination come miglior attore protagonista per i Golden Globe (altre due per la regia e per Ken Watanabe come miglior attore non protagonista). Perfetto anche il resto del cast con Watanabe, nella parte del capo dei samurai, e la bella Koyuki nella parte di Taka, una delle attrici giapponesi di maggior successo oggi. Simpatico e azzeccato Timothy Spall nel ruolo di Simon Graham, il fotografo inglese. Tra le curiosità: la produzione si è servita di una troupe di professionisti giapponesi di alto livello specializzati proprio in pellicole sui samurai. Per la battaglia finale è stata addirittura spianata una collinetta per ampliare il campo. Ottanta persone si sono occupate per 14 mesi della confezione del guardaroba per un totale di 2000 costumi. L’ideogramma (mai tradotto) che il figlio di Taka consegna come regalo a Nathan significa «bushido», ovvero «la via del guerriero». (d.c.i)

Segreti e bugie

Una giovane donna di colore e di successo scopre che la sua vera madre è una donna bianca che vive in periferia, alcolizzata e disperata. Palma d’oro a Cannes, è forse il capolavoro di Leigh; certamente è il suo film più costruito, in equilibrio tra ironia e melodramma. Il realismo della costruzione e delle vicende, unito alla precisione millimetrica delle notazioni psicologiche e sociali, apre però improvvisamente a momenti di astrazione, pause narrative, lunghe inquadrature fisse, stilizzazioni che ricordano il Leigh di Naked. Cast di attori strepitoso (in particolare Brenda Blethyn, la madre bianca) e personaggi secondari indimenticabili (la figura del fotografo è magistrale dal punto di vista della funzione narrativa e della credibilità). Uno dei film che resteranno fondamentali per capire l’Europa degli anni ’90.
(emiliano morreale)

Houdini – L’ultimo mago

Quando il famoso artista delle fughe impossibili, Harry Houdini, approda ad Edimburgo ed offre un premio di 10,000 dollari a chiunque possa metterlo in contatto con la madre dall’oltretomba, una bella ma insidiosa sensitiva, spalleggiata dalla giovane figlia, sua complice, accoglie la sfida. Il tempo che trascorre con questa donna misteriosa fa sì che Houdini resti stregato dal suo fascino, e ciò che agli inizi è solo una simpatia diventa un rapporto complicato e pericoloso.

Lucky Break

Un ladruncolo di nome Jimmy (James Nesbitt), con molti precedenti, cerca il colpo della vita rapinando una banca con il suo amico Rudy (Lennie James). Le cose non vanno come previsto e i due vengono arrestati. Si incontrano in carcere e studiano un piano per evadere. Quale sarà il loro «cavallo di Troia»? Uno musical sull’ammiraglio Nelson, scritto dal direttore del carcere (Christopher Plummer) e interpretato dai detenuti. Al momento di diventare «uccel di bosco», però, Jimmy ha dei dubbi per amore di Annabel (Olivia Williams), l’assistente sociale della prigione e protagonista femminile dello spettacolo. Meglio l’amore o la libertà? Dallo stesso regista di The Full Monty , Lucky Break  ricalca in maniera impressionante il canovaccio del suo predecessore, senza la carica sociale: con la preparazione dello spettacolo che occupa la maggior parte della storia. Comunque ben girato e soprattutto ben interpretato dagli attori, tutti molto bravi e con una nota di merito in particolare per il «grande vecchio» Christopher Plummer, nella parte del direttore del carcere. Tipica piacevole commedia dallo humour britannico e verrebbe da dire «in stile Full Monty ». (andrea amato)

Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi

Lo scrittore Lemony Snicket racconta la storia dei tre fratelli Baudelaire: Violet, la più grande, ha quattordici anni e possiede uno straordinario talento per le invenzioni; Klaus, il secondogenito, può dire a dodici anni di aver letto più libri di chiunque altro, accumulando una montagna di conoscenze; Sunny, infine, di un anno appena, si esprime tramite versi gutturali e ha la passione di mordere ogni cosa con i suoi aguzzi dentini da latte.

I tre conducono una vita tranquilla e molto agiata, fino al giorno in cui si trovano improvvisamente nella triste condizione di orfani, quando i genitori periscono nell’incendio della loro casa. Così, inizia la «serie di sfortunati eventi»: gli orfani Baudelaire iniziano un lungo peregrinare fra i parenti, nel tentativo di trovare un tutore affidabile.

Purtroppo, proprio colui che per primo si offre di ospitarli diverrà il loro peggior nemico. Infatti il conte Olaf, uno spiantato attorucolo maestro nell’arte del travestimento, è un personaggio tanto stravagante quanto diabolico, che non ha altre mire se non quella di ottenere la custodia dei ragazzi, per poi provocarne la morte in un «incidente» e dunque mettere le mani sull’enorme eredità dei Baudelaire. Per fortuna i ragazzi potranno contare sull’aiuto della zia Josephine e dello zio Monty, per togliersi dai guai e sfuggire alle insidie del perfido Olaf…

La pellicola è tratta dai primi tre libri della fortunatissima serie di
Lemony Snicket
, opera dell’autore newyorchese Daniel Handler e recentemente approdata nelle librerie italiane nell’edizione di Salani.

Il film è rispettoso delle atmosfere e dello spirito dei romanzi, di cui è magistralmente ricostruita l’ambientazione, in cui automobili e vestiti anni ’50 e tecnologia dall’aspetto retrò si uniscono ad architetture e ambientazioni da favola gotica. In effetti, visivamente, sembra di trovarsi di fronte a un incrocio tra una pellicola di Tim Burton (in particolare l’ultimo
Big Fish)
e una della serie
Harry Potter.

La sensazione di «già visto» tende forse a indisporre un po’ lo spettatore smaliziato ma questo
Una serie di sfortunati eventi
rimane un prodotto piacevole, divertente e piuttosto ben curato. Rispetto ai vari
Harry Potter
infatti,
Lemony Snicket
ha il grande vantaggio di non seguire troppo i binari del
politically correct
, e si può quindi permettere un alto tasso di godibilissimo
humour
nero. 

Ottima la scelta degli attori: a parte i tre ragazzini e l’istrionico Jim Carrey, che trova un personaggio che sembra cucito su misura per lui, con il suo infinito repertorio di smorfie cartoonesche, da segnalare anche una Meryl Streep molto divertente e azzeccata nei panni della paurosissima zia Josephine. Per i ragazzini che considerano le storie della Rowling roba da bambini, ma anche per tutti gli adulti che sanno ancora godere del piacere di una favola ben raccontata.
(michele serra)

Vatel

Il principe di Condé cerca di recuperare il credito perduto organizzando tre giorni di grandi festeggiamenti per celebrare il passaggio di Luigi XIV nelle sue terre. Si affida a Francois Vatel, il più grande maestro di cerimonie dell’epoca che, fra problemi di ogni tipo, organizza tutto alla perfezione. Fin dalla sequenza d’apertura, Vatel si presenta come un movimento inesausto di cose, persone e sguardi. Mentre la macchina da presa percorre i lussuosi ambienti del castello del principe, sfilano tanti personaggi indaffarati senza un motivo e, sullo sfondo, una teoria di suppellettili annuncia il tema del film (sbalordire attraverso lo sfarzo). Tutta questa agitazione sembra il frutto di una paura più che di una precisa volontà. Come i personaggi alla corte del re di Francia, Roland Joffé sembra preda delle bizze di un pubblico dalle non ben definite forme e dai gusti tanto instabili che solo un pot-pourri di immagini ed effetti può soddisfare. Perfetto emblema del superfluo al cinema, Vatel – un Depardieu, maestro di cerimonie al servizio di un principe che deve stupire un re per salvarsi dai debiti (la panoplia di autorità sembra ricalcare il numero padroni che l’operazione ha avuto) – è una buona immagine del ruolo che il cinema della Gaumont arriva a ritagliarsi. Come a dire: l’imitazione della peggior Hollywood.
(carlo chatrian)

Cacciatore bianco, cuore nero

Adatamento maturo e intelligente (anche se qualcosa si nota) del racconto di Peter Viertel del 1953, basato sulla sua esperienza durante le riprese della Regina d’Africa e sulle sue osservazioni di prima mano sul regista “macho” John Huston. Eastwood dà il meglio di sé interpretando un regista avverso e autodistruttivo (e anche molto romanzato), che sviluppa l’ossessione di uccidere un elefante mentre sta eseguendo le riprese in Africa. Potrebbe non essere avvincente se non siete interessati all’argomento, ma il tempo e il luogo sono ricreati in maniera convincente. Sceneggiatura di Peter Viertel, James Bridge e Burt Kennedy.

Vanilla Sky

Vanilla Sky

mame cinema VANILLA SKY - STASERA IN TV TOM CRUISE TRA SOGNO E REALTÀ scena
Una scena del film

Scritot e diretto da Cameron CroweVanilla Sky (2001) ha come protagonista David Aames, interpretato da Tom Cruise. Il ragazzo è benestante e affascinante e ha una relazione sessuale con Julianne (Cameron Diaz). Una sera però, durante la festa per il proprio compleanno, David incontra Sofia Serrano (Penélope Cruz), una ragazza di cui si innamora all’istante. I due passano la notte a casa di lei, chiacchierando e conoscendosi meglio, e al mattino David trova Julianne ad aspettarlo in macchina sotto casa di Sofia. Julianne gli confessa di essere innamorata di lui e di non sopportare l’idea di non essere ricambiata, perciò si getta da un ponte insieme a lui.

David si risveglia tre settimane dopo dal coma, scoprendo di essere sfigurato e soffrendo per continue e terribili emicranie. Qualche tempo dopo incontra di nuovo Sofia e i due tentano di costruire un rapporto, ma l’uomo è ossessionato da vivide allucinazioni, nelle quali vede Julianne al posto di Sofia. E presto non riuscirà più a distinguere tra sogno e realtà.

Curiosità

  • Il film è un remake del film spagnolo Apri gli occhi (titolo originale: Abres los ojos) del 1997, scritto da Alejandro Amenábar e da Mateo Gil. L’attrice Penélope Cruz appare in entrambi i film interpretando lo stesso ruolo.
  • Nella scena della festa di compleanno appaiono in un cameo la campionessa olimpica di pattinaggio artistico su ghiaccio Tara Lipinski, il regista Steven Spielberg e l’attrice nonché ex moglie di Cruise Nicole Kidman.
  • Nel corso del film alcune scene citano, o ripropongono, famose foto, immagini, video o quadri. Per esempio:
  • la locandina e un’immagine del film Jules e Jim di François Truffaut, un’immagine da un concerto degli Who, la copertina del disco The River di Bruce Springsteen, il film Sabrina di Billy Wilder con Audrey Hepburn.
  • Nella colonna sonora del film c’è il brano originale Vanilla Sky di Paul McCartney, che ottiene una nomination all’Oscar 2002 come Miglior canzone, e il gruppo islandese dei Sigur Rós, di cui Cruise è fan.
  • Per il ruolo di Julianne, Cameron Diaz ha ricevuto quattro nomination come Migliore attrice non protagonista ai Saturn Award, ai Golden Globe, agli Screen Actors Guild Awards e ai Critics Choice Movie Awards.