King Arthur

Basato sulla leggenda cavalleresca di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda ma predatato di molti secoli,
King Arthur
narra le gesta di un prefetto romano mezzosangue, Lucius Artorius Castus
(Clive Owen)
che guida una temuta banda di cavalieri
sarmati
provenienti dalle steppe dell’est ma sottomessi a Roma. Per affrancarsi da oltre quindici anni di servizio militare presso il Vallo di Adriano – il muro che marca il confine settentrionale dell’impero romano in terra britannica – i valorosi cavalieri vengono incaricati dal vescovo Germanius (il nostro
Ivano Marescotti)
di compiere un’ultima rischiosissima azione per conto del pontefice: penetrare oltre le linee dei barbari
Woad
– guidati da Merlino
(Stephen Dillane)
– e trarre in salvo il figlio di un notabile romano, prima che cada nelle mani dei
Sassoni,
i barbari invasori che avanzano seminando morte e distruzione. L’azione riesce, anche se a caro prezzo. In Artusius/Artù prevale infine il legame con la terra materna. Decide perciò di rimanere, da uomo libero, per combattere al fianco dei
Britanni
contro gli invasori, grazie all’aiuto dei suoi amici e di Ginevra
(Keira Knightley),
la bella Woad che ha salvato dalla morte e di cui è però segretamente innamorato anche Lancillotto
(Ioan Grufudd).
Il fedele braccio destro di Artù troverà tuttavia un’eroica morte in battaglia prima di poter esternare i suoi sentimenti.

Patiti dei giochi di ruolo e fan delle antiche leggende, occhio. Questo film è per voi. A dispetto delle compite disquisizioni storiche che pervadono la cartella stampa che accompagna il film, sulla presunta esistenza di Artù e della sua democratica tavola rotonda, non nel cuore del Medioevo, bensì nel V secolo d.C., quando l’impero romano già cominciava a perdere i pezzi, questo
King Arthur
ci sembra meritare attenzione. Per il suo forte impianto epico, per il prevalere di temi come l’amicizia virile, il senso dell’onore, l’amore per la libertà… Temi che ritroviamo più facilmente nel cinema western di Peckinpah o di Sturges (o in Kurosawa, che ispirò
I magnifici sette
del secondo). Non ci appassiona infatti il dibattito sul se e sul quando dell’effettiva esistenza di Artù e dei suoi valorosi cavalieri, né se Ginevra fosse o meno la sensualissima
erinni
che manda al creatore nerboruti Sassoni come fossero bacherozzi.

Bravo è stato il regista
Antoine Fuqua
(Training Day
– che è valso l’Oscar al protagonista Denzel Washington -,
Bait, L’ultima alba)
a cavalcare con semplicità e immediatezza gli ideali del film prima ancora della materia storico-leggendaria, traducendo il tutto in un genere che potremmo forse definire
fantastorico,
tributario, come si diceva, tanto dei western alla
Mucchio selvaggio,
quanto delle gotiche rievocazioni
fantasy,
da
Excalibur
di Boorman alle saghe nordiche di
Conan.
L’impianto spettacolare è però inferiore a quello di un
Troy
o di un
Gladiatore,
come pure il cast, che però si spalleggia bene a vicenda. Abbondano comunque i duelli, le cacce, i furiosi corpo a corpo degli eserciti, ma non sono il nucleo attorno al quale si sviluppa il film. Questo è forse, dal nostro punto di vista, il suo merito maggiore. Di certo, trova in questo
King Arthur
ulteriore conferma la teoria che viviamo tempi di grave incertezza. Durante i quali – è notorio – è preferibile guardarsi alle spalle, piuttosto che avanti.

(enzo fragassi)

Driven

Jimmy Bly è un giovane e promettente pilota di macchine da corsa che rischia di bruciare la propria carriera a causa dell’inesperienza e dell’emotività. Il suo più temibile avversario è Beau Brandenburg, quasi imbattibile sul circuito, ma in crisi sentimentale con la bella Sophia, della quale Jimmy è segretamente innamorato. Per rimettere Jimmy sulla retta via, il boss della scuderia Carl Henry decide di rivolgersi a Joe Tanto, un esperto pilota caduto in disgrazia dopo un brutto incidente. Per Joe è l’occasione giusta per rientrare nel giro, oltre che l’ora del riscatto.
Driven
dovrebbe segnare l’ora del riscatto anche per Sylvester Stallone, reduce da un breve esilio dalle scene (terminato con il precedente
La vendetta di Carter
) e da alcune prove poco fortunate al botteghino (compreso l’ottimo
Cop Land
, in cui aveva dimostrato di essere ben più di una semplice icona hollywoodiana). E il film – strano a dirsi visto la sua natura di blockbuster – è uno dei più personali tra quelli interpretati da Sly, autore anche della sceneggiatura.
Driven
è un film con più anime e più temi: quello della risurrezione e del riscatto, già accennato, uno dei favoriti dell’attore dai tempi di
Rocky
; del tradimento (familiare, sentimentale e altro); della lealtà e dell’amicizia, quasi di stampo hawksiano, che lega tra loro i vari piloti, benché rivali in pista. Ogni singola virgola dello script porta quindi i segni del passato di Stallone, artistico e privato; il tutto, ovviamente, senza dimenticare la logica e le esigenze dell’entertainment. Per questo Sly ha deciso di rivolgersi a Renny Harlin, che lo aveva già diretto nel divertente
Cliffhanger
. Il risultato sono due ore di grande spettacolo a ritmo forsennato durante le quali il regista finlandese passa in rassegna ogni possibile soluzione visiva esistente (split-screen, dissolvenze, zoomate, carrellate veloci) in un stordente tourbillon di suoni, musica e immagini: quasi un Tsui Hark (il regista di
The Blade, Double Team
e
Time and Tide
) in scala ridotta (si badi bene, «ridotta» solo perché il virtuosismo visivo dell’hongkonghese è praticamente imbattibile). Così anche l’ovvio ricorso alla grafica digitale per «migliorare» le prestazioni dei protagonisti non disturba affatto e finisce per conferire al film una dimensione astratta, quasi Pop, tra il manga e i giochi della Playstation.
(andrea tagliacozzo)

Deuce Bigalow – Puttano in saldo

Il trailer di questo triste e ben poco divertente sequel mostra Schneider seduto sotto una fallica torre di Pisa che sembra protendersi direttamente dalla sua zona inguinale. Questa dovrebbe essere la scena più comica: peccato che non sia presente nel film, così come qualunque altra traccia di umorismo. Deuce viene mandato in Olanda per diventare un gigolò di alto bordo. Quando scopre alcuni suoi colleghi misteriosamente assassinati, indaga in segreto. È possibile evitare ulteriori sequel? Per quanto può contare, alcuni volti famosi appaiono in brevi cammei. Co-prodotto da Adam Sandler.

Tomb Raider II – La culla della vita

Nell’isola di Santorini, in Grecia, Lara Croft scopre un tempio risalente all’epoca di Alessandro il Grande, completamente sommerso dal mare. All’interno delle rovine trova un codice per raggiungere il vaso di Pandora, che contiene il potere per il controllo del destino del mondo. Del vaso vuole impossessarsi anche Chen Lo, un malvagio cinese che lavora per il vecchio scienziato milionario Jonathan Reiss. Quando torna in Inghilterra, a Lara viene chiesto di recuperare il vaso di Pandora e di salvare il mondo dalla rovina. Affiancata nell’impresa dall’ex fidanzato Terry Sheridan, l’affascinante archeologa tenta di recuperare il prezioso oggetto, nascosto alle pendici del monte Kilimanjaro.
Sono trascorsi due anni dall’uscita nelle sale di Lara Croft: Tomb Raider, primo episodio della saga mutuata dall’omonimo videogame. La culla della vita, il secondo episodio, non porta con sé nulla di nuovo. La regia è stata affidata a Jan De Bont, che ha deciso di strafare. Molti, e a tratti superflui, gli effetti speciali presenti nel film, nel corso del quale un sonoro invadente stordisce lo spettatore, proiettato dalla vecchia Inghilterra ai paesaggi esotici dell’estremo Oriente in un’avventura che in ben pochi momenti riesce a coinvolgere fino in fondo. I personaggi, nel primo episodio ben caratterizzati dall’allora regista Simon West, non sembrano presentare la stessa carica ironica, rendendo i poco scorrevoli. L’atletica e superdotata Angelina Jolie si muove tra percorsi obbligati che sembrano studiati a tavolino ma non convince del tutto, riuscendo a far sorridere solo quando si barcamena tra terribili creature dalle dentature affilate e nemici invincibili, nei lunghi e spettacolari combattimenti che costellano la pellicola. Ma Lara Croft non ha davvero nulla a che vedere con lo spielberghiano Indiana Jones: il sentimento e il proverbiale sarcasmo dell’archeologo più famoso del grande schermo sono assenti. Quando le luci si riaccendono una domanda sorge spontanea: vale davvero la pena portare la Playstation al cinema? (emilia de bartolomeis)