Ghost World

Enid e Rebecca si sono appena diplomate alla scuola superiore. Di college non vogliono neanche sentire parlare. Rebecca trova subito un lavoro come cameriera in un bar, perché vuole guadagnare i soldi per poter andare a vivere da sola con la sua amica del cuore. Enid ha le idee molto più confuse: sa cosa odia, cosa non le piace e cosa non vuole essere, ma non ha la più pallida idea di cosa vuole fare e di chi vuole diventare. Perfidamente rispondono all’annuncio di un uomo che cerca una donna, lo pedinano e decidono di spiarlo. Per Rebecca il gioco finisce lì, ma Enid invece vuole entrare più a fondo nella vita di questo strano uomo, Seymour, un collezionista di dischi e di roba vecchia. Inizia così un gioco di ruoli tra l’uomo e l’adolescente, che si isola sempre più dalla sua vita normale. Tratto dal libro comico di fumetti di Daniel Clowes, Ghost World è il film generazionale sui teen ager americani più riuscito degli ultimi anni. Le demenze dei vari American Pie e Road Trip sono lontane anni luce. I giovani americani assomigliano molto più alla Enid della bravissima Thora Birch: cattiva, spietata, paffutella, frustrata e con difficoltà di inserirsi in una società fatta di ville con vialetti o di periferie angoscianti. Poca progettualità, vita day-by-day, in più con i tipici problemi degli adolescenti che pensano di avere tutto il mondo contro. Amaro, ironico, grottesco, irriverente, Ghost World è davvero un film ben riuscito. (andrea amato)

Il mio amico Zampalesta

Pellicola per famiglie ben fatta. Eva (la Birch) è una ragazzina sveglia di nove anni che desidera un animaletto da compagnia e che adotta una scimmietta Capuchin, nascondendola ai genitori. Splendido cambio di rotta per Keitel, qui lo zingaro che aveva addestrato la scimmietta a rubare dalle tasche altrui. La scimmia, che Eva chiama Dodger (interpretata da Finster) ruba la scena agli altri attori. I ragazzini della stessa età di Eva ameranno questo film. Amurri ha scritto la sceneggiatura insieme con Stu Krieger. Ridley Scott ha lavorato alla produzione esecutiva.

American Beauty

Cronaca della crisi di mezza età di Lester Burnham e della sua famiglia. Lui si innamora della compagna di liceo di sua figlia, abbandona il posto di lavoro, si mette a fare pesi e si dà agli spinelli. Intanto sua moglie incontra un altro…
American Beauty
non tollera mezze misure: o lo si ama alla follia o lo si detesta con tutto il cuore. Anche lo spettatore «critico» è stato altrettanto diviso: ora salutandolo come una piccola rivoluzione nella Hollywood del 2000, ora considerandolo un’ipocrita rimasticatura di altri film ben più irriconciliati. Che la si veda in un modo o nell’altro, l’opera prima di Sam Mendes presenta più di un motivo di interesse (almeno per una visione): la si può leggere come un’ulteriore prova della capacità fagocitante di Hollywood, oppure ci si può lasciar cullare dalla sua ironia (almeno nella prima parte). A chi scrive, però, più che il fondo politico dell’opera ha colpito la sua struttura narrativa, capace di coniugare stimoli diametralmente opposti (dal glamour stile «Lolita» alla videopoesia del cinema indipendente, dall’aggiornamento di un immaginario erotico vecchio di trent’anni ai dialoghi ricchi di una verve tipica di questo decennio).

Certamente
American Beauty
è un film molto più scritto e pensato di quanto non possa apparire. L’immagine è sempre il risultato di un’alchimia costruita guardando più al botteghino che all’espressione di un contenuto coerente e innovativo; tuttavia, nel panorama amorfo del cinema mainstream contemporaneo, rimane un interessante esperimento.
(carlo chatrian)