A testa alta

The Rock fa ritorno a casa dopo otto anni di servizio militare e viene a conoscenza del fatto che la città è posseduta, chiusa e controllata da un suo vecchio compagno di scuola (McDonough) che ha aperto un casinò. Con l’aiuto di un “4×4” e di un amico fidato (Knoxville), decide di fare piazza pulita e di rimettere le cose a posto. Buford Pusser non si vede, ma il suo spirito “spacca-tutto-quello-che-trovi-sulla-tua-strada” è ancora vivo in questa rozza storiella, basata su una hit del 1973. Super 35.

Cambio di gioco

Joe Kingman (Dwayne “The Rock” Johnson) è riuscito ad ottenere tutto quello che ha sempre desiderato: è il quarterback di una squadra di Boston in lizza per la vittoria del campionato di football, è ricco, famoso, e soprattutto circondato da ammiratrici.

Ma la sua vita da scapolo impenitente viene all’improvviso sconvolta dal la scoperta di avere una figlia di sette anni, Peyton (Madison Pettis) nata dalla breve relazione con una donna che non lo aveva mai informato della nascita della piccola.

La bambina porta scomplio nell’esistenza da superstar di Joe, che si trova costretto a dividersi tra le esigenze della figlia e i suoi impegni mondani, ai quali dovrà cominciare a rinunciare, con grande disappunto della manager di ferro che organizza la sua vita, Stella (Kyra Sedgwick). Tra mille divertenti imprevisti, Joe capisce che le cose cui aveva fino ad allora dato valore non sono nulla in confronto all’amore per Peyton e alla gioia di vederla felice.

Be Cool

Il seguito di
Get Shorty,
dieci anni dopo la pellicola di Barry Sonnenfeld, basato sul seguito del romanzo da cui era tratto, scritto dal famoso e prolifico Elmore Leonard, oggi ottantenne. Chili Palmer
(John Travolta),
diventato produttore cinematografico di successo grazie alla conoscenza diretta dei meccanismi del mondo del crimine da cui proviene, decide di entrare nel mondo attiguo della musica leggera, dopo aver scoperto lo straordinario talento della giovane cantante rythm’n’blues Linda Moon
(Christina Milian).
Per farlo, dovrà ancora una volta fare ricorso al suo sangue freddo e al bagaglio di esperienza maturato quando era un pocodibuono. Lo aiuterà Edie Athens
(Uma Thurman),
giovane vedova di un suo amico produttore discografico
(James Woods),
ammazzato da un improbabile killer russo con parrucchino all’inizio del film. La strada del successo è lastricata di pericoli, rappresentati dalla temibile band(a) del
gangsta rapper
Sin LaSalle
(Cedric the Entertainer)
– criminale laureato dai modi raffinati ma abituato a muoversi altrettanto bene nel ghetto e con la pistola – e dallo sgangherato e bilioso produttore Nick Carr
(Harvey Keitel),
dal suo vice Raji
(Vince Vaughn)
e dal di lui aiutante, muscoloso quanto irrimediabilmente gay con velleità artistiche The Rock
(Elliot Wilhelm,
noto negli Usa anche come pluricampione di wrestilig). Chi aiuterà la bella Linda a sfondare nello
showbiz?
Il famoso gruppo rock degli Aerosmith, naturalmente, presente al gran completo sul palco e con lo storico leader,
Steven Tyler
(papà di Liv), che gigioneggia in una particina. C’è anche l’apparizione di
Danny DeVito,
nella parte del produttore Martin Weir, protagonista di
Get Shorty.

Con un cast così, si potrebbe pensare che
Be Cool
non possa che essere una boiata pazzesca. Di solito, infatti, tanta abbondanza di nomi celebri nasconde storie zoppicanti, intrecci inesistenti, sceneggiature di serie B. Beh, non che sia un capolavoro, ma in questo caso ci troviamo di fronte a una commedia con screziature satiriche assolutamente godibile, divertente. Ci ha però deluso il
pas de deux
tra John Travolta e Uma Thurman, destinato nelle intenzioni del regista
Gary Gray
(The Italian Job, Il negoziatore)
a rinverdire i fasti di quello tarantiniano ne
Le iene.
Non li rinveridsce. Neppure con la complicità dei
Black eyed peas
che
rappano
sulle note di
Sexy.
La forza del film sta nella giusta caratura dei personaggi, che realizzano un’evidente presa per i fondelli della scena musicale americana, tiranneggiata dalle hip hop band che usano alla grande i mixer come le Smith & Wesson. Un mondo scintillante e lussuoso oltre ogni ragionevolezza, con un
backyard
che però puzza di monnezza manco fosse una discarica. Certo, trattasi di satira non ustionante, alla
volemose bene
anzichenò. Ma il sollazzo è garantito. Travolta con qualche chiletto di meno sarebbe un dio greco di mezza età. Uma è perfetta così. Compreso il tatuaggio. Scoprite voi dov’è andando al cinema.

(enzo fragassi)

The rock

Storia d’azione e suspense esagerata, roboante e spesso stupida su un generale dei Marines scontento che occupa Alcatraz, minacciando di cancellare San Francisco dalla faccia della terra con un gas velenoso di ultima generazione. Al che intervengono un biochimico dell’Fbi (Cage) e un agente britannico a lungo incarcerato (Connery) — l’unico uomo che sia mai riuscito a evadere da Alcatraz — per guidare una squadra di salvataggio sull’isola. Un sacco di movimentate scene d’azione e distruzione, e altrettante forzature e buchi nella storia. David Marshall Grant compare non accreditato. Una nomination agli Oscar.

Doom

Flick fantascientifico non particolarmente originale: un manipolo di ardimentosi marine galattici viene spedito su Marte, presso una colonia spaziale, per investigare sulla misteriosa scomparsa di alcuni scienziati e ricercatori. Le diverse personalità dei soldati si scontrano durante la missione, che ben presto si trasforma in un test di sopravvivenza: esperimenti genetici hanno infatti portato allo sviluppo di una particolare sostanza che, se inoculata, ha la capacità di trasformare un uomo in superuomo, oppure in un mostro aberrante e assetato di sangue. Inutile dire quale dei due casi sia statisticamente più diffuso…
Ormai non è certo una novità, vedere una pellicola cinematografica direttamente ispirata a un videogame. Con l’avvento della moderna grafica poligonale – tradizionalmente fatto risalire al primo Tomb Raider per Playstation – i giochi elettronici sono diventati sempre più simili a film interattivi, tanto da essere originariamente pensati come tali: vita più facile per i produttori, che avevano già fiutato l’affare da tempo. Ricordate Mortal Kombat, Street Fighter o Super Mario? Tutti e tre erano tutto sommato decenti. I realizzatori avevano un unico problema: inventarsi avventure almeno vagamente credibili per personaggi monodimensionali, senza altre caratteristiche se non quella di picchiarsi fino alla morte senza motivo, o di saltare in continuazione da una piattaforma all’altra, persi in mondi assurdi.
Più recentemente, pellicole come Resident Evil (due episodi) o Alone In The Dark hanno avuto a disposizione materiale molto più corposo su cui lavorare, ma guardando i risultati pare non sia stato un gran vantaggio: il primo rimane da archiviare nella categoria «perdita di tempo», mentre il secondo, oltre a non azzeccarci niente con il videogame, riusciva nell’impresa di risultare imbarazzante anche per lo spettatore meglio disposto.
Con questo Doom, si torna al problema iniziale: il videogame non ha uno straccio di trama che possa fare da canovaccio. Quindi si parte da zero, sapendo solo quali devono essere gli ingredienti irrinunciabili: marine spaziali, mostri alieni e grosse armi da fuoco. Il film di Andrzej Bartkowiak, già regista di pellicole di serie B tutto sommato oneste (Romeo deve morire con Jet Li, Ferite mortali con il tamarro-cult Steven Seagal), riesce quantomeno a tirare fuori qualcosa di buono da questi elementi di base. The Rock è credibile – ma che credibilità può mai avere The Rock?? – nei panni del sergente di ferro; gli altri attori forniscono prove di recitazione sicuramente migliore, ma indubbiamente non hanno l’appeal dell’ex campione di wrestling. I mostri sono un mix di cose più o meno già viste: zombie mutati, che si comportano (e usano la lingua) proprio come il caro, vecchio Alien.
Un plauso va invece alle ambientazioni, molto fedeli a quelle del videogame, e alla scelta di raccontare come si sia arrivati alla situazione – familiare per il giocatore – del marine solitario che combatte contro i mostri, unendo idealmente la fine del film e l’inizio del gioco. A proposito del finale, si tratta dell’unica sequenza davvero esaltante. Un bell’esempio di rimediazione: il linguaggio del videogioco trasposto in campo cinematografico, con un grande risultato. Peccato che duri solo cinque minuti. (michele serra)