The Road To Guantanamo

Quattro giovani inglesi di Tipton – un sobborgo di Birmingham – di origini orientali e fede islamica, decidono di recarsi in Pakistan per il matrimonio di uno di loro, Asif Iqbal (Arfan Usman), combinato dalla madre secondo le usanze. Hanno tutti più o meno vent’anni e disponendo di un po’ di tempo vanno alla scoperta di Karachi. Affascinati dal discorso di un imam, decidono, un po’ avventatamente, di varcare il confine con l’Afghanistan, dove già si odono i primi fragori di guerra. L’attacco alle torri gemelle di New York risale infatti a poche settimane prima. Animati dal desiderio di portare aiuto alla popolazione in fuga, si accodano in realtà a un reclutatore di aspiranti guerriglieri.
Quando capiscono di essere finiti in prima linea, è troppo tardi: uno di loro, Monir (Waqar Siddiqui) scompare per sempre senza lasciare traccia, Zahid – cugino pachistano di Shafiq (Riz Ahmed) – è gravemente ferito, mentre gli altri tre vengono fatti prigionieri dalle truppe dell’Alleanza del nord. Sopravvivono per miracolo a un primo durissimo periodo di detenzione in Afghanistan, venendo poi trasferiti nei campi di prigionia X-Ray e Delta, creati dagli americani a Guantanamo, sull’isola di Cuba. Trascorrono così oltre due anni, tra privazioni, interrogatori continui, torture psicologiche e fisiche. Sono accusati addirittura di comparire in un video accanto a Osama bin Laden e Mohammed Atta, il capo degli attentatori delle Twin Towers. La verità viene a galla solo quando i tre, sull’orlo della follia, confessano di essere ciò che non sono. Al processo che segue – al quale non possono partecipare – vengono finalmente riscontrate le loro versioni dei fatti, e cioè che nel periodo incriminato uno stava lavorando ai grandi magazzini e gli altri due si trovavano a Tipton in libertà vigilata per piccoli reati, con obbligo di firma. Saranno restituiti alle loro famiglie senza una scusa da parte di coloro che li avevano ingiustamente detenuti.