The Jacket

Jack Starks è un veterano della Prima Guerra del Golfo, sofferente di un’amnesia post-traumatica per una ferita subita nel conflitto. Accusato ingiustamente di omicidio, viene chiuso in una clinica psichiatrica in cui subisce una cura drastica e sperimentale: imbottito di droghe e infilato in un loculo, l’uomo comincia ad avere allucinazioni e a frequentare una dimensione spazio-temporale distorta, nella quale si muove tra passato e futuro ricostruendo ciò che è stato e cercando di evitare ciò che sarà: la propria morte che dovrebbe avvenire di lì a qualche giorno. Nel futuro conoscerà Jackie, ragazza bella e tormentata in cerca di un riscatto: le sorti dei due sono inestricabilmente connesse.

Di viaggi nel tempo al cinema se ne sono visti tanti e spesso non particolarmente riusciti. E altrettante tetre cliniche psichiatriche e innocenti ingiustamente condannati e storie d’amore fra grandi star. Ma questa è Hollywood. Piuttosto è meno frequente vedere tutti questi ingredienti miscelati nello stesso film. E vedere il naso tagliente ed espressivo di Adrien Brody campeggiare in una scena hollywoodiana al posto di quello più bello e gentile del solito Keanu Reeves o di un Brad Pitt qualsiasi.

The Jacket
rispecchia nel risultato la sua genesi produttiva: una telefonata dei super-produttori Soderbergh e Clooney all’indipendente John Maybury. L’opportunità ha solleticato il regista, pur consapevole di non avere completa libertà d’azione. Di Maybury (già autore dell’apprezzato
Love Is The Devil
) il film conserva comunque la decisa efficacia visiva: le atmosfere allucinate e i trip mentali di Jack inquietano. Il merito in realtà va spartito con Peter Deming, direttore della fotografia, già collaboratore di Lynch, e con la computer graphic.

La storia non risolve il nodo centrale: i viaggi nel tempo di Jack sono in qualche modo reali, oppure restano semplici fantasie? Ma Maybury non è interessato a dare risposte, né tanto meno a proporre speculazioni metafisiche: il regista non è un filosofo ma un buon narratore con un notevole gusto visivo. La mescolanza dei generi – il thriller, la fantascienza, la storia d’amore – produce un buon amalgama che salva il film dal rischio di essere bollato come l’ennesimo prodotto di genere, svolto secondo il consueto plot preconfezionato. Una certa originalità c’è, anche se non si nota molto. Corredano la pellicola le atmosfere livide e il dignitoso spessore dei personaggi.

Adrien Brody, dopo la grandiosa interpretazione de
Il pianista
di Polanski, ha ancora una volta la faccia giusta. Il suo volto è credibile almeno quanto la drammaticità della sua interpretazione. Maybury, proveniente da esperienza diverse da quelle del cinema istituzionale, lo ha voluto fortemente ed è stata una scelta che vale quasi il cinquanta per cento del film. A Hollywood dovrebbero fare qualche riflessione. Emblematica in questo senso è anche la scelta della co-protagonista, Keira Knightley, impegnata a essere più bella che brava. In realtà la giovane attrice, reduce prevalentemente da film di cassetta come
La maledizione della prima luna
, non sfigura nelle vesti della spinosa e fragile Jackie. Ma si spoglia giusto in tempo per il trailer e lascia dubbi sulle motivazioni della sua scelta (non a caso non era l’opzione preferita da Maybury). Attorno ai protagonisti ruotano volti ed espressioni sempre azzeccati, dal dottor Becker (Kris Kristofferson), alla dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), agli altri comprimari.

La ditta Soderbergh – Clooney ha, insomma, sfornato un altro prodotto doc, con tutte le caratteristiche a posto per rientrare nel solco «buon coinvolgimento – rapida obsolescenza» che contraddistingue di solito le loro collaborazioni (vedi
Ocean’s Eleven
). La storia del cinema non la si fa in questo modo, ma due ore accattivanti (e un po’ di soldini) sì. Se vi trovate un pomeriggio di questi senza sapere cosa fare – e non frequentate abitualmente Kurosawa – investire qualche euro in The Jacket può non essere una cattiva idea.
(stefano plateo)