2012

Secoli fa i Maya hanno inciso sul loro calendario una precisa data sulla fine del mondo. Gli astrologi hanno analizzato questa profezia, i numerologi hanno trovato dei modelli che la annunciano, i geologi sostengono che è un evento atteso sulla Terra e anche gli scienziati governativi non possono negare il cataclisma di proporzioni cosmiche che attende il nostro pianeta nel 2012. Una profezia nata con i Maya e che ora è stata ben delineata, discussa, messa in evidenza ed esaminata. Arrivati al 2012, non potremo negare di essere stati avvertiti.

Beloved – L’ombra del passato

Il successo non paga a Hollywood, e non pagano i crediti acquisiti al box office. Se così non fosse non si spiegherebbe diversamente l’incredibile sorte dell’ultimo lavoro di Jonathan Demme, Beloved , tratto dall’omonimo romanzo di Toni Morrison vincitore del premio Pulitzer. Il film, vecchio ormai di due anni, è stato un flop colossale negli Stati Uniti, tanto che in Italia – dopo essere stato annunciato nei listini della Buena Vista – non è mai stato distribuito nelle sale, né con ogni probabilità uscirà mai per l’home video. Paradossalmente, questa recensione è resa possibile unicamente dal fatto che Beloved viene programmato in esclusiva assoluta, a partire da questo mese, su Tele+. E pensare che Jonathan Demme, accingendosi a girare questo film fluviale, realisticamente denso e inquietante, era reduce da due enormi successi commerciali planetari e vincitori di numerosi premi Oscar: nientemeno che Il silenzio degli innocenti e Philadelphia. Certo, Beloved, pur potendo contare sul richiamo di un celebre romanzo di partenza, non è uno di quei film che corre incontro al pubblico o che il pubblico può accogliere a braccia aperte. Demme impone un cast tutto di attori di colore e la stessa major che l’ha prodotto – la Buena Vista – sembra fare di tutto perché il film vada incontro a un insuccesso. La vicenda comincia nel 1865, con una serie di manifestazioni sovrannaturali nella dimora di Sethe: una donna di colore che, stabilitasi nell’Ohio dopo essere sfuggita a una famiglia di schiavisti del Kentucky, convive con lo spirito di una figlia morta, un’anziana madre, due figli maschi che alla prima occasione se la danno a gambe, un cane e la seconda figlia, terrorizzata e isolata da tutti a causa di questa situazione paradossale. Dopo sette anni si fa vivo un vecchio amico della donna, Paul, che vorrebbe stabilirsi lì e diventare il suo uomo, anche a costo di dover tenere testa alla presenza sovrumana che alberga nella casa.
Si tratta di un’opera difficile, attraversata com’è da una tensione metafisica che già dalle prime sequenze l’autore restituisce con accentuazioni orrorifiche esplicite, scarti visivi forti e indecifrabili e certamente inopportuni per un dramma in costume sull’apparente falsariga de Il colore viola di Spielberg. È chiaro che occorre leggervi dell’altro, a partire da segnali di un discorso politico militante sulla persistenza della questione razziale nell’America contemporanea, tema cui l’autore si è sempre dedicato tanto nelle opere di fiction quanto in quelle di non-fiction. Un’America democratizzata solo in superficie ma intimamente perversa e crudele, che si riconferma, anche indirettamente, teatro tragico di contraddizioni inestinguibili e dell’ipocrisia ideologica – oggi politicamente corretta – del melting pot. Allora come non dare ragione a Demme, che è un autore ancora convinto che gli argomenti scomodi e controversi ci siano e vadano stanati? (anton giulio mancino)

The Truth About Charlie

Pallido remake di Sciarada, anche questo ambientato a Parigi, con la Newton nel ruolo della fanciulla in difficoltà, Wahlberg in quello del suo nuovo e galante amico e Robbins in quello di un ufficiale governativo fin troppo sospettoso. Invece di giocare la storia con convinzione, il film ci tiene a distanza, portando l’attenzione su di sé con vertiginosi movimenti di macchina, musica cacofonica e indulgenti riferimenti alla Nouvelle Vague, con le apparizioni, inoltre, di tre dei suoi protagonisti (Aznavour, la Karina e la Varda). Accreditati quattro sceneggiatori per complicare la sceneggiatura di Peter Stone del 1963; uno di loro (Peter Joshua) è Stone sotto pseudonimo, che si è guadagnato i titoli per aver integrato la trama originale. Panavision.

Mission Impossible 2

Un agente segreto deve recuperare un virus mortale: e per questo assolda l’ex amante dell’uomo che ha trafugato il virus. Ancora le colombe? Eh sì. E pare che John Woo se le porti da un film sperimentale gay da lui scritto e interpretato nel 1969, The Knot , riscoperto quest’anno a Hong Kong. Ci sono anche i giochini sul doppio resi popolari da Face/Off : va bene che in Mission: Impossible le maschere si sono viste sempre, ma adoperarle con tanta insistenza significa rivendicare l’autorialità («Avete visto come proseguo il discorso sulle apparenze che avevo iniziato in Face/Off? ») dove c’è solo una modesta trovatina, giocata troppe volte. Pennuti e ralenti a parte, il guaio di M:I-2 è che non c’è più pathos. E che c’è Tom Cruise. Lo stile romantico e barocco di John Woo funzionava, a Hong Kong, nel contesto di un cinema che, dai tempi di Zhang Che ( Blood Brothers : assistente alla regia, Wu Yusen), ha codificato l’intensificazione melodrammatica e la ridondanza spettacolare della messa in scena. Gli eroi versano lacrime e sangue: se hanno la faccia nobile di Ti Lung o quella espressiva e infantile di Chow Yun-fat possiamo crederci. Ma che cosa succede a questi codici, tolti dal loro contesto, e con facce come quella di Tom Cruise? Semplice: non funzionano più. Con Chow Yun-fat posso identificarmi e soffrire, anche perché so che non è invulnerabile, e in un film hongkonghese può sempre morire. Con Tom Cruise non mi identifico (così come lui non si identifica col personaggio: è Tom Cruise dall’inizio alla fine, un fighetto 38enne strapagato che cerca di dimostrare 15 anni di meno), e non soffro per lui. Anche perché so che è impossibile che muoia alla fine del film.
Woo non è uno stupido, anche se adesso va in giro a dire che girerebbe di corsa M: I-3 . E appena può la butta sul mélo. Con l’eroina che si sacrifica. Addirittura con i flashback rapidissimi e strazianti nel momenti clou. Ma rimane solo la forma, senza più anima. E a dire il vero comincia a dare segni di americanizzazione preoccupante, dopo un film complicato e coraggioso come Face/Off , che deve avere fatto impazzire più di un mangiatore di pop-corn. Prendiamo il già celebrato inseguimento in macchina/corteggiamento. Che bello, sembra un balletto. E che bisogno c’era di mettere in montaggio alternato le scene del flamenco? Non l’avevamo già capito? Delle due l’una: o prende lo spettatore per scemo, o non si fida più di quello che fa.
Fosse diretto da Stephen Hopkins, sarebbe un passabile polpettone. Ma in omaggio alla politique des auteurs, e per rispetto ai capolavori che Woo ha diretto in passato, ci vuole un po’ di severità. I primi della classe vanno sempre bacchettati. (alberto pezzotta)

La ricerca della felicità

Guarda la

photogallery
di questo film

Non c’è bisogno di scomodare Toqueville, o Jefferson, o Mark Twain per convincersi della fondatezza del Sogno Americano: uno degli ultimi fortunati a realizzarlo, tale Chris Gardner, ha scritto un libro per illustrare la sua parabola (prontamente pubblicato in Italia dalla Fandango) e il duo internazionale Gabriele Muccino-Will Smith l’ha tradotta in un fortunatissimo film. In Italia se nasci o finisci per la strada, rischi di restarci adattandoti alle circostanze: in fondo è sempre meglio di un lavoro che ti costringe a telefonare per ore e ore a degli sconosciuti, o a urlare numeri e cifre sul capo di altri urlatori, mentre fuori scorre la vita, c’è san Francisco con i suoi tram, le sue luci, il mare.

In America, se sei determinato, fiducioso, ottimista e non permetti a nessuno “di distruggere il tuo sogno”, questo si può avverare. Puoi quindi diventare un ricchissimo broker: quel colletto bianco che negli anni Sessanta i figli dei fiori avevano ripudiato e che, negli anni Ottanta tristemente reaganiani, era tornato in forza e variato magari in yuppy.

In America spesso felicità vuol dire solo ricchezza: è l’unico motivo per cui questo film, così oratoriale, da oratorio in realtà non è. Pur avendone tutti i requisiti (amore, speranza, fiducia, pazienza) è sfacciatamente pedestre e terrestre anche se, verso il finale, una funzione con tanto di cantante gospel e reverendo televisivo riattiva la formuletta statunitense-passepartout “In God We Trust”.

Due parole sulla trama, che probabilmente tutti conoscono. Un giovane venditore di un’apparecchiatura medica difficile a piazzare, faticosa a portare, è in crisi: ha un delizioso figlio di cinque anni, una moglie sgradevole e lagnosa e versa in serie difficoltà economiche. In breve, viene sfrattato dall’appartamento perché non riesce a pagare l’affitto, la moglie lo abbandona (e lo spettatore sospira di sollievo perché è brutta cattiva e castrante) e di degrado in degrado lui e il figlioletto diventano homeless, dormono dove trovano, perfino nei bagni pubblici. Però, casualmente, il protagonista desta la curiosità e la fiducia di un ricco broker, che gli offre la possibilità di fare un praticantato in una società finanziaria, un incarico non retribuito alla fine del quale, dopo vari mesi, solo uno dei tanti praticanti, verrà assunto. E noi sappiamo che sarà lui a vincere, per cui siamo tutti contenti e tranquilli e anche un po’ annoiati di quelle traversie tutto sommato zuccherose: col bambino sempre allegro, fidente nel padre, riccioluto e pulito-pulito, e Smith/Chris anche lui inamidato nonostante le notti insonni passate a studiare e dormire dove capita, magari sui sedili della metropolitana notturna, mentre intorno i colleghi o superiori non si accorgono di nulla o fingono di non vedere l’occultata sofferenza della sua dignità. Negli ultimi minuti del film, dopo tanto soffrire, la felicità degli anni Ottanta si spalanca davanti al protagonista, e didascalie fuori scena ci raccontano la fortuna economica di Chris Gardner.

Perché il film può annoiare profondamente? Forse per il motivo per cui ha molti è piaciuto e piacerà: il suo appartenere a quegli
exempla ficta
che, se azzerano ogni sorpresa, tuttavia ripagano del grado di partecipazione sofferta con la vittoria finale. Quanto al film in sé e per sé, è un buon prodotto di artigianato hollywoodiano; una sceneggiatura che semplifica e riduce abilmente, una scenografia che elegantemente ripropone la San Francisco anni Ottanta, dove ancora si fumava negli uffici – mentre non si allude mai alla libertà sessuale, che c’era, perché ancora non era arrivata la calamità dell’Aids: non si allude perché nel film, forse per colpa del piccolo riccetto, il protagonista non scopa mai né con la moglie né con altre; mentre nel libro, che ho sfogliato, si scopa e molto.

La critica americana ha parlato di
Muccinian Touch,
ma francamente il tocco qui è soprattutto di Will Smith, che tramuta tutto in oro, sia nelle vesti di cantante che di bad boy che in ruoli drammatici come questo. Tutto il film è costruito ossessivamente su di lui e suo figlio (suo figlio anche nella realtà), fino a ridurre a semplice contorno sfocato figuranti e comparse, luoghi o ambienti specifici: non c’è spazio per uscire da quel duo filiale e paterno che ha infiniti esemplari in letteratura e cinema. E per il quale si citano Chaplin e Vittorio De Sica, ma in realtà si trova soltanto, in una scena intollerabile per melensaggine, un omaggio al Benigni de

La vita è bella.

Piacerà il film in Italia? Sbancherà il botteghino come in America? Probabilmente sì. La macchina della propaganda si è messa in moto alla grande. La sera dell’anteprima, giovedì 11 gennaio, Will Smith e Gabbriele Muccino rubavano la scena nei Tg agli ineffabili efferati coniugi di Erba.
(piero gelli)

Crash – Contatto fisico

Diverse storie si intrecciano, sullo sfondo la città di Los Angeles, con i suoi eccessi e le sue contraddizioni. Jean (Sandra Bullock) subisce una rapina mentre si trova in compagnia del marito Graham (Don Cheadle), procuratore federale. Autori del misfatto sono due giovani neri. Intanto, l’agente Ryan (Matt Dillon), sadico e razzista, umilia una coppia di afroamericani benestanti di mezza età, «pescati» in atteggiamenti equivoci a bordo del loro fuoristrada. Altri personaggi appaiono sulla scena: un fabbro latinoamericano, una coppia di coreani, un negoziante iraniano…
Nell’arco di trentasei ore, le loro vite sono destinate a scontrarsi.

Paul Haggis è uno degli sceneggiatori attualmente più richiesti sul mercato americano, già autore dello script di

Million Dollar Baby,
forse l’ultimo vero capolavoro del cinema hollywoodiano di stampo classico. La notorietà raggiunta grazie alla collaborazione con Clint Eastwood gli ha dato la possibilità di realizzare questo progetto, in cui si cala nel ruolo di regista senza imbarazzi e con ottimi risultati.

Crash – Contatto fisico
è infatti una pellicola solida, che si regge, e non poteva essere altrimenti, sulla forza del soggetto e della sceneggiatura, ma anche sull’abilità degli attori protagonisti, che si dice abbiano accettato compensi irrisori pur di fare questo film. Nel gruppo spicca senza alcun dubbio Matt Dillon, che interpreta in modo molto convincente l’agente Ryan,
character
negativo ma anche estremamente sfaccettato e complesso, che dapprima è carnefice, per diventare poi vittima ed infine quasi eroe positivo.

Si arriva dunque a parlare di un altro dei punti di forza di
Crash,
la caratterizzazione dei personaggi: questi ultimi infatti, pur rappresentando nella maggior parte dei casi veri e propri
exempla
del loro gruppo etnico e sociale, non sono mai troppo semplici e schiacciati sullo stereotipo, ma vivi e credibili, fatti in ugual misura di pregi e difetti, e visti con uno sguardo che evita giudizi morali o di valore. Anzi, il gioco di Haggis sta proprio nel ribaltare continuamente i ruoli, giocando con le aspettative dell’
audience.

Altro pregio del film è che non si avverte il peso dell’artificiosità intrinseca dell’intreccio. Infatti un gran numero di vicende si intersecano andando a formare un affresco unitario, ma senza forzature eccessive: il patto di «sospensione dell’incredulità» stipulato tra regista e spettatore non risulta mai troppo oneroso per quest’ultimo.

Crash
dimostra come si possa fare cinema mainstream senza rinunciare alla qualità. Peccato solo per alcune piccole cadute di tono, soprattutto il finale con nevicata (va bene il classico hollywodiano, ma questo è troppo!) e per la pessima scelta della canzone di chiusura del film,
Maybe Tomorrow
degli

Stereophonics:
con tutto il rispetto, forse si poteva fare una scelta un po’ più originale e soprattutto più azzeccata. Invece rimane più di un sospetto che si tratti di una marchetta.
(michele serra)

Jefferson in Paris

Mentre ha l’incarico di ambasciatore degli Stati Uniti in Francia nel decennio 1780-90, Thomas Jefferson (Nolte), vedovo, incomincia con l’innamorarsi di un’inglese di origine italiana (Scacchi), ma poi si sente attratto verso una giovane schiava di colore (Newton) che fa parte del suo personale domestico; nel frattempo, sua figlia, dotata di una forte volontà, sembra voler essere l’unica donna della sua vita. La storia è raccontata in flashback da Jones, nella parte di un uomo di colore libero che sostiene di essere figlio di Jefferson. Dramma ambizioso, ben strutturato ma lungo e lento.

The Chronicles of Riddick

Riddick
(Vin Diesel)
all’anagrafe Mark Vincent) detenuto pluriricercato e mago delle evasioni, dotato della capacità di vedere anche nel buio, scampa all’agguato di una banda di cacciatori di taglie e finisce sul pianeta Helios. Qui ritrova l’imam
(Keith David)
che aveva salvato nel film precedente (il non banale

Pitch Black).
Prima di scampare a una retata, Riddick incontra Aereon
(Judi Dench),
essere ectoplasmatico
(elementale),
che sollecita il suo aiuto per sconfiggere Lord Marshal
(Colm Feore),
il potente signore dei
necromonger,
una setta di zombie dotata di formidabili poteri che è determinata a cancellare ogni forma di vita non disposta a sottomettersi al suo credo. Lui è infatti uno dei pochi sopravvissuti del popolo dei
furiani,
indomiti guerrieri temuti da Lord Marshal. Ma il criminale dal cuore tenero scopre anche che l’unica persona al mondo che davvero conti qualcosa per lui, Kyra
(Alexa Davalos),
la ragazzina di
Pitch Black
ormai fattasi donna, si trova rinchiusa in una prigione di massima sicurezza su un pianeta il cui nome è tutto un programma:
Crematorion.
È lì che l’eroe si recherà, curando di tornare in tempo per salvare l’umanità o ciò che ne rimane.

D’accordo, da
Star Wars
in poi il genere
fantasy
ha sempre prosperato sulle sage a episodi. La fregatura è che se ti perdi la prima puntata, rischi di non capirci più nulla. Queste
Cronache
non corrono il rischio, perché è assai esile il filo che le lega al precedente
Pitch Black.
Oltre al protagonista, sono solo due i personaggi che fungono da
trait d’union
con il
prequel.
Ma ambientazione e intreccio sono così differenti che presto anche quell’esile filappero si spezza.

Ed è un vero peccato: malgrado lo sfoggio di tecnologie, scenografie, comparse, campi lunghi ed effettacci grafici, la vicenda non riesce infatti a involarsi.
David Twohy,
che aveva diretto con mano sicura l’inquietante ergastolano dallo sguardo che penetra la notte nella lotta contro i terribili vampironi alati di
Pitch Black,
deve qui tenere sotto controllo un budget forse troppo pingue per le sue sole forze. L’ennesima conferma che la
science fiction,
senz’anima e con poche idee, si declassa a videogioco. Lui, Vin Diesel, pare tuttavia non demordere: trilogia aveva da essere e trilogia sarà. Appuntamento sul pianeta Furia, dove il Nostro farà ritorno per cercare di riconciliarsi col suo passato. Non ci struggeremo nell’attesa.

(enzo fragassi)

L’assedio

In una magnifica casa del centro di Roma, un compositore pedina la bellissima colf di colore del piano di sotto. È una storia d’amore impossibile, platonica ma quasi morbosa, che sembra non aver mai sbocco. Dopo Io ballo da sola , Bertolucci rimane piccolo e italiano, con una voglia ancora più forte di tornare alle origini del cinema. C’è un che di primitivo, mélièsiano in questo film, oltre al piacere di girare che Bertolucci da sempre comunica. Non il suo lavoro più bello, ma certo uno dei più seduttivi: quasi tutto ambientato in un appartamento, è un vero tour de force, di bravura addirittura narcisistica. E se la voglia di allegoria non sempre paga (il prologo in Africa è incongruo e fastidioso), le parti migliori sono quelle più follemente estetizzanti: le schiume che si spargono sul pavimento, le lenzuola che ondeggiano sul terrazzo (e che terrazzo: piazza di Spagna o giù di lì…). Straordinaria la bellezza di Thandie Newton, poi candeggiata per Mission: Impossible 2 , e irresistibilmente morbose le scene erotiche; brutta invece la musica di Alessio Vlad che fa da leitmotiv. (emiliano morreale)