I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Ispirato liberamente alla personalità e alle opere letterarie dei tedeschi Will e Jacob Grimm, I fratelli Grimm e l’incantevole strega narra le disavventure della coppia di giovani scrittori nelle campagne tedesche a fine XVIII secolo. I due, molto diversi per indole, tirano a campare imbrogliando la povera gente terrorizzata da presunti malefici e apparizioni di fantasmi. Per beffarsi dei creduloni, i fratelli elaborano costose messe in scena con l’aiuto di altri due complici, spacciandosi poi per maghi-salvatori e intascando infine il compenso. Ma quando la Germania è invasa dalle truppe napoleoniche, i due sono costretti, dal generale francese Delatombe, a occuparsi delle misteriose sparizioni di alcune bambine nel villaggio di Marbaden, nei pressi della foresta Nera. Qui diventano protagonisti e vittime dei personaggi e delle trame delle loro stesse favole. Un terribile lupo ha infatti rapito una bambina con la mantella rossa, Greta si è smarrita durante una passeggiata nel bosco con il fratello Hans e non c’è più traccia di diverse altre giovani. Ma all’interno della foresta si cela un’altissima torre (simile a quella descritta nella fiaba Raperonzolo) che difende il sonno di una misteriosa strega e, intorno ad essa, sono disposte in cerchio dodici tombe. Cosa mai significherà quella disposizione? Saranno in grado i due fratelli di risolvere il mistero e non essere imprigionati dai francesi?

C’era molta attesa per questo nuovo lungometraggio dell’ex Monty Paython, reduce dalla mancata realizzazione del suo tanto agognato Don Quixote. Stavolta il regista ha rispettato i tempi e i costi di produzione, cosa non riuscitagli nemmeno ai tempi de Le avventure del Barone di Munchausen, e la produzione ha rispettato e sopportato le sue scelte artistiche e scenografiche. Ma il risultato di questo compromesso ha penalizzato il risultato finale del film. Anche se le invenzioni e le tecniche di Gilliam sono di primissimo livello, la magia della storia non emoziona. I riferimenti narrativi alle favole dei Grimm risultano solo accennati e non riescono a scuotere lo spettatore che, più che altro, si trova immerso in un minestrone favolistico.
Non che le due ore di proiezione risultino noiose, ma sicuramente la storia non tocca la sensibilità del pubblico, neanche quella di coloro che non conoscono le favole dei fratelli tedeschi e che quindi si trovano in una privilegiata disposizione alle soluzioni originali. Al contrario, le scenografie (dalla torre della strega Regina al villaggio di Marbaden) sono realizzate con grande maestria dall’emergente Guy Hendrix Dyas (X-Men 2), i costumi, affidati al premio Oscar Gabriella Pescucci (L’età dell’innocenza) non lasciano nulla al caso e, due membri del cast regalano una memorabile interpretazione di stampo teatrale: Jonathan Pryce, (Le avventure del Barone di Munchausen, Brazil) vecchia conoscenza di Gilliam, e Peter Stormare che rispettivamente danno vita al generale francese Delatombe e al boia di origini italiane Cavaldi. Questi personaggi insieme, incarnano perfettamente lo spirito della commedia nera più esilarante e i due bravi attori esasperano al punto giusto i lati bizzarri e grotteschi della loro personalità, entrando di diritto nelle grazie del pubblico.

I protagonisti principali, invece, lasciano un po’ a desiderare. Sia Matt Damon, Will, che Heath Ledger, Jacob, pur raggiungendo una buona intesa sul set facendo risaltare lo spirito fraterno dei Grimm, risultano entrambi impacciati nei rispettivi ruoli. Damon eccede in arroganza nella sua interpretazione, mentre Ledger relega a un triste secondo piano la figura remissiva del suo personaggio che, invece, incarnando lo spirito fantasioso dei fratelli, dovrebbe risaltare in misura più considerevole. La nostra bella Monica Bellucci regala una performance in linea con le precedenti esperienze cinematografiche, recitando senza errori di grammatica la frase «Chi è la più bella del reame?». (mario vanni degli onesti)

Tideland

La piccola Jeliza-Rose vive in uno squallido appartamento con i due genitori, entrambi tossicodipendenti. Alla morte della madre, suo padre decide di portarla nella vecchia casa di campagna della nonna, totalmente isolata dal mondo. Per sfuggire alla noia e all’alienazione, Jeliza-Rose si rifugia in fantasie cupe e ricerca la compagnia di una strana donna e di un ragazzo ritardato.

Lost In La Mancha

Terry Gilliam insegue, da oltre dieci anni, il sogno di realizzare un film su Don Chisciotte. Dieci anni di tentativi falliti, di finanziamenti perduti. Ma nel giugno del 2000 il sogno sembra divenire realtà. Gilliam ottiene un finanziamento europeo di 32 milioni di dollari. Un kolossal, confrontato con i budget abituali del Vecchio Continente. Ottiene anche la partecipazione di Jean Rochefort, nel ruolo di Don Chisciotte, di Johnny Depp e della sua compagna Vanessa Paradis. Così il regista anti-Hollywood può iniziare la sua pre-produzione. Chiede a due registi indipendenti, Keith Fulton e Louis Pepe di realizzare un documentario sulle otto settimane che precedono l’inizio delle riprese. Da questo momento una sorta di maledizione sembra abbattersi sulla lavorazione e le situazioni tragicomiche si moltiplicano. Una tempesta di proporzioni bibliche distrugge le attrezzature cinematografiche causando danni incalcolabili. Rochefort è costretto ad abbandonare il set per una malattia. I produttori cercano di convincere le assicurazioni a coprire i costi. Ma tutto sembra naufragare.

Gilliam aveva invitato Keith Fulton e Louis Pepe, due registi indipendenti, a girare un documentario promozionale sulla sua opera. Naufragate le speranze di vedere terminata quest’ultima, il
making of
che sarebbe dovuto servire da lancio al film di Gilliam diventa il nuovo film di Fulton e Pepe. Un interessante lungometraggio sulle difficoltà che si incontrano nel mondo dell’industria cinematografica. Il regista diventa il protagonista (l’accostamento con Don Chisciotte è fin troppo facile) e i protagonisti le comparse. È il caso di Vanessa Paradis che appare solo di sfuggita e non recita nemmeno una battuta. Assumono invece importanza tutti i componenti della troupe. Si ride delle battute di un assistente alla regia o di una costumista. Il film che ne esce è uno dei documenti più interessanti mai realizzati sulla grande macchina del cinema. A differenza dei soliti backstage, Lost in La Mancha non mostra le scene tagliate ma racconta quanto è dura riuscire ad arrivare all’inizio delle riprese. Gli attori, per esempio, si fanno pregare per le prove dei costumi e parlano solo attraverso il proprio agente e le assicurazioni non sborsano una lira in caso di incidenti.
Il film mostra però anche tutto l’entusiasmo che decine di persone mettono nella realizzazione di una pellicola. I bozzetti del regista sono scene ancora in embrione, proiezioni della sua mente. La sceneggiatura si modella sulla personalità degli interpreti. Le scenografie sono opera di artigiani e artisti che amano il loro lavoro. Nel documentario vengono recuperate alcune scene che avrebbero dovuto essere inserite nel lungometraggio mancato: ci sembra di essere sul set perché gustiamo il passaggio dal prima al dopo, l’uso dei filtri, i trucchi della telecamera. Questo documentario, realizzato grazie all’autopsia di oltre ottanta ore di filmati, è un omaggio alla creatività, alle idee, ma anche al sudore e allo spirito di sacrificio. Resta però l’appetito perché il Rochefort visto in costume sembra davvero la reincarnazione del Don Chisciotte disegnato da Dorè.
(francesco marchetti)

Le avventure del barone di Münchausen

Girato in gran parte in Italia, è forse il film più «felliniano» di uno dei pochi grandi barocchi del cinema di oggi. Non è una delle sue riuscite più felici, ma Gilliam è talmente visionario da potersi permettere sbilanciamenti e lungaggini. Riadattando il classico romanzo settecentesco di Rudolf Erich Raspe, costruisce un racconto filosofico il cui candore didascalico non è mai buonista, e quasi mai moraleggiante (come spesso accade, per esempio, a uno Spielberg). Perché Gilliam ha l’animo del cartoonist e, in linea con l’eredita del Monty Python, distrugge ogni partito preso nel crogiolo di immagini e metafore. Il suo Settecento è un inno anarchico alla creatività, pieno di momenti in cui si respira davvero il cinema. Uno dei «Settecenti» più originali mai visti. E un insuccesso economico totale, causa una lavorazione interminabile, anch’essa «felliniana».
(emiliano morreale)

Brian di Nazareth

Una divertente parodia della vita di Gesù (anche se il Redentore è solo una figura marginale del film) da parte del gruppo comico inglese dei Monty Python. Brian, anonimo individuo nato nella grotta accanto a quella del Messia, si unisce al Fronte Popolare della Giudea, un’organizzazione terroristica che vuole liberare il regno d’Israele dall’occupazione romana. Irriverente e a dir poco esilarante, anche se la maggior parte dei dialoghi sono difficilmente traducibili (e irrimediabilmente rovinati dal doppiaggio italiano). La sequenza finale, con i condannati che canticchiano allegramente sulla croce, è da antologia.
(andrea tagliacozzo)

Paura e delirio a Las Vegas

Insieme a
Brazil
, il capolavoro di uno dei pochi visionari autentici del cinema contemporaneo. È il film che chiarisce definitivamente il retroterra dell’autore, generazionalmente più vicino a Scorsese che a Tim Burton o a Spielberg. Gilliam si confronta con un libro cult della controcultura (
Paura e disgusto a Las Vegas
di Hunter H. Thompson) e, pur lanciandosi in una serie di invenzioni visive trascinanti, ne compie una rilettura critica e postuma. L’utopia è da sempre il tema prediletto di Gilliam: e
Paura e delirio a Las Vegas
è una pellicola sulla morte dell’utopia, e sulle droghe come simbolo e vettore di questa morte.
«Las Vegas è il sesto Reich», dice uno dei protagonisti. Il loro carnevale (eccezionali e irriconoscibili Johnny Depp e Benicio Del Toro, che sembrano davvero due cartoon) nasce sulle ceneri del movement: i titoli di testa insanguinati compiono un fulmineo riepilogo di tutta un’epoca, esattamente come all’inizio del film definitivo sul ‘68,
Le fond de l’air est rouge
di Chris Marker (autore di
La jetée
, già modello di Gilliam per
L’esercito delle dodici scimmie
).
(emiliano morreale)

Monty Python – Il senso della vita

Cosa succederebbe se aveste impegnato il vostro fegato, e un giorno due solerti infermieri venissero a riscuoterlo? Come reagireste se il «tristo mietitore» vi annunciasse il decesso durante una gradevole cenetta con gli amici? Quale inquietante brivido vi scorrerebbe per la schiena nel vedere un inverosimile corteo di maggiordomi dalle braccia serpentine e dalle espressioni poco rassicuranti? Riuscireste a smaltire il vostro pasto se un mastodontico avventore del ristorante di classe in cui mangiate esplodesse, disseminando il maldigerito pranzo per il salone? Queste e altre questioni sono dibattute dai Monty Python in questo film! I Monty Python provengono da esperienze televisive. Grazie a George Harrison – più noto come chitarrista di un quartetto di Liverpool – sono passati al cinema, «dirigendosi» alternativamente per mano del gallese Terry Jones o dell’americano Terry Gilliam. Forte di attori raffinati come Michael Palin e John Cleese, il gruppo britannico ama miscelare sacro e profano: non a caso
Brian di Nazareth
(1979) è una parodia del Vangelo e
Monty Python e il sacro Graal
(1974) fa le boccacce alla
quête
cristiana per antonomasia. Qui i sei alzano il tiro, e fra scenografie deliranti e personaggi surreali dileggiano il senso della vita
tout court
. Attraverso una struttura narrativa analoga alla successione di sketch televisivi vengono aggrediti il pauperismo britannico, l’aplomb stolido dei cottage rurali, il bon ton dei ristoranti di lusso, l’austerità militare, l’integrità del corpo… Decisamente sconsigliato a chi detesta l’umorismo scatologico, vivamente suggerito a chi non è ancora sortito dalla fase anale. E non sono pochi.
(francesco pitassio)