Texas

Enrico (Fausto Paravidino) torna nel paese in provincia di Alessandria dove è cresciuto, poggiato su dolci colline brumose, pettinate dalle file ordinate delle vigne. Vi ritrova gli amici di sempre, venticinque-trentenni che vengono presentati uno ad uno, con annessi parenti, come in un album di famiglia, dove non si tacciono i molti vizi e le poche virtù. Si passa poi al racconto di uno dei soliti sabati insonni, trascorsi nella villetta della più borghese del gruppo, Elisa (Alessia Bellotto), bevendo, fumando, sfasciando arredi e suppellettili in preda a raptus etilici. A un certo punto, scoppia inaspettato lo scazzo: Enrico cerca Cinzia (Iris Fusetti) per dirle qualcosa di importante, ma l’ingenua fidanzata del bel Gianluca (Riccardo Scamarcio) ha già mangiato l’amara foglia del tradimento e scappa in lacrime. Gianluca assale Enrico, mentre Davide (Carlo Orlando), lo sfigato della compagnia, ancora in cerca del primo amplesso, si dispera perché la Cinzia in fuga ha «bocciato» irrimediabilmente il macchinone che il suo capo (il padre di Gianluca) gli aveva eccezionalmente prestato per fare colpo sugli amici. A questo punto il film comincia. O meglio ritorna ai fatti che hanno determinato quello sconquasso. Fatti che coinvolgono la bella e insoddisfatta maestra elementare del paese, la quarantenne Maria (Valeria Golino), che prende una sbandata per Gianluca, gettando in uno sconforto impotente il marito coetaneo, Alessandro (Valerio Binasco). Mammone e anche un po’ fregnone, l’uomo (che avrebbe voluto un figlio da Maria, soprattutto per fare contenti gli anziani genitori) è spinto dalle maldicenze di paese a meditare vendetta.

L’ex
enfant prodige
del

teatro
italiano, il non ancora trentenne Fausto Paravidino, esordisce dietro la macchina da presa con un affresco partecipe della schizofrenica provincia in cui è cresciuto (il film è infatti girato a Rocca Grimalda, paesino dove è cresciuto, dopo i natali genovesi). Presentato a Venezia, il film ha riscosso giudizi alterni e non potrebbe essere altrimenti, stante la perfetta scissione operata dal regista: alla prima parte in cui prevalgono i colori acidi dei giovani, si contrappone la seconda, dove invece prevalgono i caratteri dei personaggi quaranta-cinquantenni. L’ambientazione da film generazionale prova ad allargare lo sguardo, fino ad abbracciare un’intera condizione, quella appunto tipicamente provinciale, sospesa tra tradizione e modernità, tra ansia del nuovo e nostalgia del conosciuto che impregna i muri del paese e i cuori dei protagonisti. Non funziona però. Buona la sceneggiatura e le interpretazioni di alcuni (Golino, Scamarcio, l’irresistibile macchietta del
berluschino
di paese, padre di Gianluca, interpretato da Teco Celio), non convicenti le altre, come pure eccessivo è il divario tra i registri adottati. Se si è trattato di una scelta consapevole, non l’abbiamo apprezzata. Anche Paravidino, dunque, che pur così giovane ha già alle spalle un curriculum di tutto rispetto, ci sembra essere caduto nel tranello che attende tutti i giovani autori di belle speranze: l’impulso di mostrare tutta e subito la propria bravura. A lui, che è bravo per davvero, sarebbe stato sufficiente raccontare con semplicità la sua storia. Forse però, proprio questo voler girare nei luoghi esatti dell’infanzia, questo volersi circondare di facce amiche, ha finito per spingerlo verso una resa calligrafica priva di pathos sincero, quasi a voler prendere le distanze da una realtà vissuta ormai come ricordo già sbiadito.
(enzo fragassi)

Non pensarci

Un rocker che non ha mai sfondato torna nella sua città natale, Rimini. Qui incontra di nuovo il fratello, impegnato nella gestione dell’azienda di famiglia, la sorella ipnotizzata dai delfini dell’acquario e i genitori sempre più attempati. La lunga assenza gli riserva moltissime rivelazioni sui suoi cari: deciderà così di prendersi cura di tutti e, in fondo, anche un po’ di se stesso.

La tregua

La guerra è finita e i deportati ebrei italiani nel campo di concentramento di Auschwitz fanno ritorno a casa. Un ritorno travagliato e difficile, pieno di insidie e ossessionato dai ricordi ancora freschissimi dell’inferno che stanno abbandonando. Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Primo Levi, adattato da Rosi e Tonino Guerra, il film non riesce a decollare mai del tutto e delude per l’occasione persa. Non è sicuramente facile rapportarsi con il libro di Levi, così struggente e stravolgente, ma forse anche le difficoltà di lavorazione hanno reso difficile ottenere un buon lavoro. Durante le riprese sono mancati il direttore della fotografia e il montatore. Non convince neanche la musica di Bacalov, troppo slegata dallo svolgimento del film.
(andrea amato)

Due vite per caso

Hai poco più di vent’anni e la tua vita è un supermercato di possibilità infinite, basta allungare la mano e scegliertene una. Dicono. Però una sera di pioggia la tua auto ne tampona un’altra, quella di due poliziotti in borghese, e tu finisci in questura perché non sei stato buono mentre loro ti pestavano. E da quella sera la tua vita non è più la stessa. Anche se frequenti il solito pub, l’Aspettando Godard, e ti metti con la barista più carina, anche se hai un amico che riesce sempre a sdrammatizzare tutto e una famiglia che ti vuole bene. La rabbia continua a scavarti dentro, a dirti che della tua vita non hai scelto un bel niente. E che sei stufo di aspettare. Oppure la stessa sera di pioggia la tua auto frena in tempo e non tamponi i poliziotti. La tua vita non è sconvolta dalla violenza. Continui a curare le piante nel vivaio dove lavori e a farti ridere in faccia dal padrone quando gli chiedi un aumento. Frequenti il solito pub, forse ti piace la barista, ma ti metti con una cliente del vivaio, una ragazza di buona famiglia. Nessuno se ne accorge, neanche il tuo migliore amico, che sdrammatizza sempre tutto, ma qualcosa non smette di scavarti dentro, di dirti che della tua vita non hai scelto un bel niente. E che sei stufo di aspettare.

Fame chimica

Centrale. Centrale questo bel film periferico dei registi Paolo Vari e Antonio Bocola. Sin dalle prime inquadrature ti viene da paragonarlo a L’odio (La Haine) del francese Mathieu Cassovitz. Ma le rime di Zulù ti fanno subito capire che non sei nella banlieu, nossignore. Sei nel cortile di casa tua, e quello sulla panchina che pippa fumo, col booster parcheggiato affianco, somiglia tanto al tuo compagno di banco. Quello che ti fotteva la merenda. Ma andiamo con ordine.
Due amici sin dai tempi della scuola, Claudio (Marco Foschi) e Manuel (Matteo Gianoli), continuano a frequentare l’anonima piazza Yuri Gagarin (non cercatela nello stradario di Milano, quartiere Barona, non esiste. Meglio: nella realtà esiste, ma non ha nome) dove i giovani spiantati del quartiere, gli «zarri», contendono gli incerti giardinetti ai «negri», gli extracomunitari. Sul versante opposto della piazza c’è il tabaccaio, fomentatore di un «comitato per la sicurezza del quartiere» che si propone di ottenere dal Comune la recinzione dei giardinetti e il conseguente allontanamento degli extracomunitari. Claudio si arrangia facendo lo scaricatore precario al supermercato; Manuel ha «svoltato»: dai furti dei motorini è passato allo smercio: «paste», «bamba», «fumo», basta chiedere. È il re degli zarri, Manuel. Quando nel quartiere torna a farsi viva la bella Maya, figlia del tabaccaio fuggita a Londra perché in rotta anche ideologica col padre, l’amicizia tra Claudio e Manuel vacilla, si incrina, rischia di spezzarsi. Maya però non vede l’ora di tornarsene a Piccadilly e, piazzata un po’ di «bamba» ad un amico antiquario grazie ai buoni uffici di Manuel, è pronta per spiccare nuovamente il volo. Ma scoppia la bomba. E non in senso metaforico…
Figlio ideale di una docu-fiction presentata nel 1997 al festival Filmaker, Fame chimica è il racconto, realizzato con perizia e partecipazione, di un’ordinaria storia di periferia, dove un gruppo di giovani senza prospettive trascorre le giornate stravaccato sulle panchine di un giardinetto fetente, vivendo di espedienti, piccoli furti, spaccio. Senza prospettive, vecchi di soli vent’anni, prigionieri e carcerieri insieme del loro quartiere-cella, contano le ore, e dopo le ore i minuti, che li separano dalla sera della discoteca, dove, «calati di bbestia» manderanno i loro ormoni in libera uscita. E poi? Poi niente, coma profondo fino alla prossima volta.
Non c’è esagerazione né compiacimento nella parabola disegnata da Bocola e Vari, solo la rappresentazione (un po’ schematica e venata di un pizzico di ideologismo, ma è un peccato veniale) di una qualunque realtà di disperazione urbana. Ottimo il cast, composto da giovani attori di talento, e la colonna sonora (99 Posse, ‘E Zezi, Subsonica, Pino Daniele, Ludovico Einaudi, Zion Train e altri). Il film è prodotto dalla cooperativa Gagarin, dalla Ubu film e dall’Associazione Fame Chimica, alla quale ha aderito gran parte della troupe tecnica e artistica, rinunciando a una parte dei compensi. La pellicola è stata acquistata in Italia da Tele+ e sarà trasmessa sui canali a pagamento di Sky. Distribuzione Lucky Red.
(enzo fragassi)