Ufficiale e gentiluomo

Per uscire da un condizione di miseria che l’ha perseguitato per tutta l’infanzia, il giovane Zack si iscrive alla scuola ufficiali della marina. L’istruttore del corso gli rende subito la vita difficile, sottoponendolo a una lunga serie di angherie. Confezionato a dovere da Taylor Hackford, un buon dramma di stampo hollywoodiano, ben interpretato da Gere, dalla Winger e, soprattutto, dal comprimario David Keith. Bravo anche Louis Gosset Jr. nei panni dell’istruttore, che si aggiudicò l’Oscar 1981 come migliore attore non protagonista. Un premio andò anche alla canzone
Up Where We Belong
, interpretata da Joe Cocker e Jennifer Warnes.
(andrea tagliacozzo)

Un amore una vita

Dal regista di
Ufficiale e gentiluomo
, la storia di un campione di football americano che, negli anni Cinquanta, sposa una giovane appena eletta reginetta di bellezza. Sembra l’unione perfetta, destinata a durare in eterno, ma il precoce declino atletico del campione e la contemporanea affermazione della donna nel mondo degli affari incrinano i loro rapporti. Tratto dal romanzo di Frank DeFord, un film troppo lungo, inutilmente prolisso, ma ben raccontato e ottimamente interpretato dai due protagonisti e da alcuni comprimari di lusso come Timothy Hutton e John Goodman.
(andrea tagliacozzo)

Rapimento e riscatto

Peter Bowman è un ingegnere americano che lavora per una potente compagnia petrolifera sull’orlo del baratro a Tecala, un piccolo Paese del Sudamerica sconvolto dalla guerriglia. Incaricato di costruire una diga che in realtà serve da apripista per i progetti della compagnia, non si rende conto di essere una pedina nelle mani dei suoi padroni. Quando Bowman scopre la verità tenta in tutti i modi di far cambiare idea ai suoi superiori, ma viene sequestrato dagli uomini dell’E.L.T. Per liberarlo viene ingaggiato Terry Thorne, negoziatore specializzato in rapimenti e riscatti… Non si può certo affermare che Taylor Hackford sia un’aquila. Ha sì qualche buon film al suo attivo (
Ufficiale e gentiluomo, L’avvocato del diavolo
), ma non ha mai suscitato soverchi entusiasmi e lo si può considerare senz’altro più interessante come produttore che come regista (basti pensare a
La bamba
e
When We Were Kings
). Funestato dai pettegolezzi riguardanti la love story tra Russell Crowe e Meg Ryan, era lecito non attendersi nulla da
Rapimento e riscatto
. E invece il film si rivela come il lavoro più interessante che Hackford abbia mai realizzato: calato con grande attenzione in una realtà drammatica e violenta, riesce a mettere in scena con notevole acume un dramma della mancanza e dell’assenza. Per certi versi,
Rapimento e riscatto
affronta con minor ambizione ma maggior concretezza i medesimi temi del sofferto
Cast Away
: un uomo viene sottratto alla sua vita e costretto a scoprire un altro mondo. L’assenza della donna amata diventa l’unico alimento vitale e immaginario, mentre dall’altro lato dello specchio (ossia al di là della perdita, della mancanza) altre persone tentano di convivere con il vuoto. Dietro la sua apparenza di thriller,
Rapimento e riscatto
– proprio come
Le verità nascoste
e
Cast Away
– è un oscuro mélo coniugale. Bowman, convinto di aver scelto il compromesso giusto (lavorare per una multinazionale pur di avere la sua diga), scopre la realtà di un Paese che presuntuosamente pensava di conoscere senza doverlo vivere e, parallelamente, riscopre anche sua moglie (ossia apre gli occhi, inizia a vedere). Perdere se stessi come unica condizione per conoscere l’altro. Come in
Cast Away
, un uomo viene sottratto al suo tempo e costretto a fermarsi (situazione speculare a quella di Thorne, il cui compito consiste essenzialmente nel prolungare, dilatare il tempo dei sequestratori). Ed è inquietante osservare come sia Zemeckis che Hackford mettano in scena lo spettro della fine del consumo (con tanto di executive petroliferi licenziati). In tutto ciò si profila l’attrazione tra Thorne e Alice, che – alla stregua dell’esempio dei classici – resta quasi sempre non detta (tranne che in un’unica occasione, quando un bacio disperato e pudico lacera i silenzi dei protagonisti). Come un eroe hawksiano, Thorne, in nome dell’etica imposta dalla sua professione, recupera Bowman nella giungla, allontanando per sempre la possibilità di avere Alice. E il confronto tra i due nel finale, risolto con una serie di piani puliti, non invasivi, sembra rievocare persino (ribaltandone la premessa iniziale)
Comanche Station
di Budd Boetticher. Straordinaria infine la scelta dell’operatore Slawomir Idziak, noto per aver lavorato con Kieslowski, che dinamizza il quadro con accurati movimenti di macchina e manipola con attenzione i cromatismi che scandiscono le diverse fasi della vicenda. E poi si rivede l’immenso David Caruso.
(giona a. nazzaro)

Due vite in gioco

Terry, un ex giocatore di football americano, viene spedito dal presunto amico Jake nell’America centrale con il compito di ritrovare la giovane Jessie, sua amante, fuggita dopo avergli sottratto cinquantamila dollari. L’uomo riesce a rintracciare la ragazza, ma fa anche il grosso sbaglio d’innamorarsene. Inutile remake de
Le catene della colpa
, splendido noir diretto nel 1947 da Jacques Tourner e interpretato da Robert Mitchum, Kirk Douglas e Jane Greer (che qui è invece la madre della protagonista). Il cast tecnico e artistico è di tutto rispetto, ma il confronto con l’originale è assolutamente improponibile. Celebre la canzone
Against
all Odds di Phil Collins che fa da leitmotiv al film.
(andrea tagliacozzo)