Il commissario Pepe

Sulla base di alcune lettere anonime, il commissario Pepe fa partire un’inchiesta sulle perversioni e gli scheletri nell’armadio di una cittadina settentrionale. Ma ben presto si accorge di aver scoperchiato un verminaio. Quando la commedia all’italiana morì, alcuni dei suoi autori migliori tentarono degli affondi moralistici, di un cinismo piuttosto plumbeo ma capaci di rendere bene l’atmosfera di quegli anni (il più terribile di tutti, forse,
Un borghese piccolo piccolo
di Monicelli). Certo, ben altro che sessuali erano e sono le magagne d’Italia, eppure il tutto ha una sua inquietante credibilità. Questo è forse il primo film interessante di Scola, amarissimo e con un Tognazzi al suo massimo: se ne ricorderà forse Bertolucci per il suo «uomo ridicolo». Ottimi caratteristi (Dionisio, Cimarosa, Santercole) e particine per lo scrittore lombardo Umberto Simonetta e il gastronomo veneto Maffioli.
(emiliano morreale)

Detenuto in attesa di giudizio

Un italiano, tornato in visita nel proprio Paese assieme alla moglie svedese e ai figli, viene arrestato al confine senza ricevere alcuna spiegazione. L’uomo, stritolato dall’ingranaggio della giustizia, passa da un carcere all’altro, subendo continue umiliazioni. Vigorosa denuncia delle falle e i disservizi del sistema giudiziario italiano. Solo dopo un’incredibile odissea, sarà riconosciuto estraneo alla vicenda (il crollo di una costruzione che aveva progettato aveva causato la morte di un uomo). Il film risulta efficace soprattutto grazie alla grande prova di Alberto Sordi, in una delle sue rare interpretazioni drammatiche.
(andrea tagliacozzo)

Per grazia ricevuta

Fin da bambino ossessionato dalla Chiesa e dal sesso, da grande Benedetto cerca di sfuggire ai fantasmi del passato grazie agli insegnamenti del suocero anarchico.

Dieci anni dopo il bell’episodio de
L’amore difficile
, Manfredi (foto) torna alla regia con una commedia autobiografica e sofferta e ci consegna uno dei più cattivi film italiani sulla religione. Il ritmo non sempre regge, ma l’Italia prima magica e poi laica dipinta dall’attore-regista è affascinante, gli attori (Mario Scaccia, Delia Boccardo, Lionel Stander) sono bravissimi e i momenti felici non mancano di certo: dall’infanzia quasi felliniana, con sant’Eusebio e il «popi-popi», alla raccolta degli anti-miracoli. La commedia all’italiana, poco prima di decedere, era ancora capace di questi memorabili colpi di coda. Consigliato come digestivo post-giubilare.
(emiliano morreale)

Due amici

Nunzio e Pino abitano insieme in una casa in affitto di Torino. Nunzio lavora in una fabbrica di vernici, lavoro che con il passare del tempo mina la sua salute. Pino fa un misterioso mestiere, fatto di lunghi viaggi in treno e di tappe al mercato ittico con passaggio di buste di denaro. Fa un mestiere che si intuisce poco pulito, insomma. I due comunicano poco. E in stretto dialetto messinese. Nunzio, un po’ lento ma tenero, tra un colpo di tosse e l’altro, pone sempre le stesse domande. Cui Pino risponde. Con calma. Sempre. Con affetto. Nunzio si innamora di Maria che prima lava le scale nel suo palazzo (il padrone di casa è il sempre bravo Felice Andreasi) e poi è commessa in un negozio di giocattoli. Ma il sentimento non è corrisposto. E la tosse aumenta. Gli «affari» di Pino hanno preso una brutta piega. E così i due si lasciano alle spalle la città per tornare a casa. Insieme.

Tratto dal lavoro teatrale
Nunzio
di Spiro Scimone, il film è la storia di un’amicizia. Tra due persone che, a parte l’origine e la parlata messinese, non sembrano avere granché d’altro in comune. I due protagonisti, anche registi all’esordio, sono personaggi un po’ surreali, talora divertenti, profondamente soli. Uno (Pino) per il mestiere che fa, l’altro (Nunzio) per la sua lentezza che ne fa un essere tenero ma, comunque, un «diverso». I due registi, e questo è un limite del film, mantengono una struttura teatrale di base: con gli stessi ambienti, le stesse frasi ripetute, i caratteristi che ritornano. Anche se il quadro si allarga al di là del palcoscenico. Un quadro dolente, di due uomini non più ragazzi dal futuro incerto, ma non colorato di rosa. C’è molta poesia, in questo film, in questa strana amicizia, nei sogni di Nunzio che prega, che ama, che spera. Ma c’è anche tanta angoscia. Accolto, con successo, alla Mostra del Cinema di Venezia 2002.

Una pura formalità

In una notte di pioggia, un fuggiasco viene arrestato e condotto in uno sperduto commissariato. Lui afferma di essere lo scrittore Onoff, ma il commissario lo irretisce con una serie di domande e trappole. Onoff si contraddice e non riesce a ricordare, mentre ancora si ignora l’identità della vittima…Il miglior film di Tornatore, il più sotterraneo e anche il più autobiografico. Se l’idea dell’arte è ancora mistificata e la ricerca del sublime un partito preso, mai il cinema di Tornatore è stato così dolorante, così spudorato e morboso (forse solo in
Malèna
, ma con esiti opposti). Straziante, con una sceneggiatura insolitamente compatta senza che venga tirato in ballo il solito folklore siculo, e proprio per questo assai vicina alla grande letteratura isolana di Pirandello, Pizzuto, Bufalino. Un film di morte, un giallo metafisico inconsueto nel cinema italiano.
(emiliano morreale)

Nuovo cinema Paradiso

Nell’immediato secondo dopoguerra, in un piccolo centro abitato della Sicilia, il piccolo Salvatore, preso a benvolere da Alfredo, un anziano proiezionista, passa gran parte del suo tempo nell’unico cinema del paese. Quando il vecchio perde la vista in seguito a un incidente, il ragazzino prende il posto dell’uomo in cabina di proiezione. Un omaggio nostalgico al mondo del cinema e al modo con cui questo veniva fruito in un’epoca che sembra ormai remota, visto con gli occhi di un bambino. Indubbiamente ben confezionato sul piano puramente estetico-visivo, il film eccede furbescamente in sentimentalismi e stereotipi nostrani (che hanno fatto la fortuna della pellicola all’estero). Esistono due versioni del film: la prima, voluta da Tornatore, fu distribuita senza fortuna; la seconda, sensibilmente accorciata dal produttore Franco Cristaldi, riuscì a ottenere un grande successo che spianò la strada alla conquista (ampiamente immeritata) dell’Oscar come miglior film straniero.
(andrea tagliacozzo)